di Antonia Pozzi

 

[E’ uscita da poco un’edizione di Antonia Pozzi per ‘i quaderni di poesia’ dell’IIC Amsterdam. Il volume, consultabile in open access sul sito dell’istituto, si intitola Woorden. Vijftig gedichten ed è stato curato da Marianna Esposito Vinzi e Maria Borio, con una nota biografica di Onorina Dino. La traduzione in olandese è di Gandolfo Cascio. Presentiamo in anteprima tre poesie e un estratto del saggio di Maria Borio che chiude il libro].

 

Canto selvaggio

 

Ho gridato di gioia, nel tramonto.

Cercavo i ciclamini fra i rovai:

ero salita ai piedi di una roccia

gonfia e rugosa, rotta di cespugli.

Sul prato crivellato di macigni,

sul capo biondo delle margherite,

sui miei capelli, sul mio collo nudo,

dal cielo alto si sfaldava il vento.

Ho gridato di gioia, nel discendere.

Ho adorato la forza irta e selvaggia

che fa le mie ginocchia avide al balzo;

la forza ignota e vergine, che tende

me come un arco nella corsa certa.

Tutta la via sapeva di ciclami;

i prati illanguidivano nell’ombra,

frementi ancora di carezze d’oro.

Lontano, in un triangolo di verde,

il sole s’attardava. Avrei voluto

scattare, in uno slancio, a quella luce;

e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,

perché il morente dio s’abbeverasse

del mio sangue. Poi restare, a notte,

stesa nel prato, con le vene vuote:

le stelle – a lapidare imbestialite

la mia carne disseccata, morta.

 

Pasturo, 17 luglio 1929

 

*

 

Wilde zang

 

Ik schreeuwde van vreugde, in de schemering.

Ik zocht naar cyclamen tussen het doorngewas:

ik was geklommen tot aan de voet van een rots,

gezwollen en ruw, gescheurd door struiken.

Op de weide overdekt met rotsblokken,

op het blonde hoofd van de madeliefjes,

op mijn haar, op mijn naakte hals,

de wind splitste zich uit de hoge hemel.

Ik schreeuwde van vreugde, bij het afdalen.

Ik aanbad de steile, wilde kracht

die mijn knieën doet hunkeren naar de sprong;

de onbekende, maagdelijke kracht die mij spant

als een boog, gereed voor de vlucht.

Heel de weg geurde naar cyclamen;

de weiden smachtten loom in de schaduw,

nog rillend van gouden strelingen.

Ver weg, in een driehoek van groen,

talmde de zon. Ik had willen

losschieten, in één stoot, naar dat licht;

en me uitstrekken in de zon, en me ontbloten,

opdat de stervende god zich laven zou

aan mijn bloed. Dan blijven, ’s nachts,

liggend in het gras, met lege aderen:

de sterren – die mijn uitgedroogde,

dode vlees beestachtig stenigen.

 

Pasturo, 17 juli 1929

 

*

 

Desiderio di cose leggere

 

Giuncheto lieve biondo

come un campo di spighe

presso il lago celeste

 

e le case di un’isola lontana

color di vela

pronte a salpare –

 

Desiderio di cose leggere

nel cuore che pesa

come pietra

dentro una barca –

 

Ma giungerà una sera

a queste rive

l’anima liberata:

senza piegare i giunchi

senza muovere l’acqua o l’aria

salperà – con le case

dell’isola lontana,

per un’alta scogliera

di stelle –

 

1° febbraio 1934

 

 

Verlangen naar lichte dingen

 

Lichte blonde rietvelden

als een veld vol aren

bij het hemelsblauwe meer

 

en de huizen van een ver eiland

zeilkleurig

klaar om uit te varen –

 

Verlangen naar lichte dingen

in het hart dat zwaar weegt

als steen

in een boot –

 

Maar de bevrijde ziel

zal aan deze oevers

een avond komen:

ze zal uitvaren zonder

de rietstengels te buigen zonder

het water of de lucht te bewegen – met de huizen

van het verre eiland,

naar een hoge rots

van sterren –

 

1 februari 1934

 

*

 

Lieve offerta

 

Vorrei che la mia anima ti fosse

leggera

come le estreme foglie

dei pioppi, che s’accendono di sole

in cima ai tronchi fasciati

di nebbia –

 

Vorrei condurti con le mie parole

per un deserto viale, segnato

d’esili ombre –

fino a una valle d’erboso silenzio,

al lago –

ove tinnisce per un fiato d’aria

il canneto

e le libellule si trastullano

con l’acqua non profonda –

 

Vorrei che la mia anima ti fosse

leggera,

che la mia poesia ti fosse un ponte,

sottile e saldo,

bianco –

sulle oscure voragini

della terra.

 

5 dicembre 1934

 

*

 

Licht aanbod

 

Ik zou willen dat mijn ziel voor jou

licht was

als de laatste bladeren

van de populieren, die oplichten in de zon

hoog in de stammen, omwikkeld

met nevel –

 

Ik zou je met mijn woorden willen leiden

langs een verlaten laan, getekend

door ijle schaduwen –

tot een vallei van stil gras,

tot aan het meer –

waar bij een zuchtje wind het riet

ruist

en libellen spelen

boven het wateroppervlak –

 

Ik zou willen dat mijn ziel voor jou

licht was,

dat mijn poëzie voor jou een brug was,

slank en stevig,

wit –

over de donkere afgronden

van de aarde.

 

5 december 1934

 

***

 

Da Antonia Pozzi, l’«anima nuda», l’autenticità

 

di Maria Borio

 

1. Antonia Pozzi inizia a scrivere poesie alla fine degli anni Venti. Nata a Milano nel 1912 da una famiglia altoborghese – il padre è l’avvocato Roberto Pozzi e la madre la contessa Lina Cavagna Sangiuliani, pronipote di Tommaso Grossi, poeta e romanziere amico di Alessandro Manzoni e Carlo Porta –, ha da poco terminato gli studi liceali. Siamo nell’Italia fascista. La ragazza appartiene a un contesto sociale che rientra alla perfezione nei costumi e nelle norme del regime. Ma Antonia è inquieta: di un’inquietudine penetrante, intensa, autentica. Ed è segretamente rivoluzionaria rispetto alla cultura e allo stile di vita regolati dalle convezioni dell’epoca. Si iscrive alla facoltà di lettere e filosofia dell’università statale, dove si laurea nel 1935 in estetica con Antonio Banfi, discutendo una tesi su Gustave Flaubert[1]. Entra a far parte di un gruppo di studenti – fra i quali Remo Cantoni, Dino Formaggio, Vittorio Sereni – che aggregano, attorno alla rivista «Corrente», necessità intellettuali e pragmatiche molto critiche verso l’idealismo di Benedetto Croce, allora dominante. Questi ragazzi sono il primo nucleo della Scuola di Milano, che auspicava un rinnovamento civile ispirato ad un’etica fondata su una fenomenologia esistenzialista contro ogni ideologia dogmatica. Ecco, dunque, il contesto in cui Antonia inizia a scrivere. E lo fa in maniera febbrile e rigorosa, come se solo nella pratica artistica, nella messa “in opera” dei suoi pensieri, le idee e la vita possano trovare un incontro sensato, mentre la realtà esterna scorre in una ripetizione calcificata e logorante, che impedisce qualsiasi sincera progettualità.

 

Dopo la laurea, secondo le aspettative familiari, avrebbe dovuto sposarsi e dedicarsi ad attività private adatte alla sua classe sociale. Non ci sarà alcun matrimonio – già era stata forzatamente interrotta dal padre la relazione con Antonio Maria Cervi, suo professore di greco e latino al liceo; si rivela sterile anche l’innamoramento per l’amico e compagno di studi Formaggio. Antonia decide di insegnare nella scuola di una periferia milanese. Ma, soprattutto, sceglie la scrittura. La poesia diventa così la sua scelta di rivoluzione invisibile: marcata da nessuna ideologia, ma alimentata da tutte le possibili energie interiori di una giovane donna che si mette completamente in gioco in nome di un’«inesausta ricerca di valori etici» come ha scritto Alessandra Ceni[2], per trovare un’armonia, cosciente e consapevole, tra idee ed esistenza. Una donna che vuole amare la vita non solo idealmente, ma nel suo vero svolgimento: come lei stessa la desidera e come vorrebbe realizzarla. Questa rivoluzione, che nella poesia scorre compulsivamente, non riesce però a trovare uno sgorgo nella realtà: si strozza, finisce per piombare su di lei come in un collasso entropico e la porta al suicidio nel 1938 – gesto che sembra un avvertimento profetico, anticipando lo scoppio della Seconda guerra mondiale –. Nel 1939, una prima selezione di poesie dalla sua miniera di inediti, a cura del padre, viene pubblicata con il titolo Parole[3].

 

2. Trovare uno sgorgo: così si può descrivere la storia poetica di Antonia Pozzi. È la ricerca progressiva di una specie di snodo cruciale dell’esistenza, in cui si dovrebbe riuscire a congiungere chi sentiamo di essere con chi vogliamo essere, nelle idee e nella prassi, come sosteneva la Scuola di Milano. Così Pozzi coglie nel segno, da un lato, le aspirazioni della cultura esistenzialista europea degli anni Trenta e, dall’altro, la poetica della lirica modernista. I caratteri più comuni della poesia modernista – l’attenzione per l’interiorità, il linguaggio analogico, la rielaborazione soggettiva del verso libero – sono da lei intensificati. In particolare, è pervasiva una messa a nudo dell’esperienza individuale, esposta come uno spazio vibratile dove idee e vissuto cercano strenuamente di incontrarsi: come si può formare, se si può formare, una propria esistenza autentica?

 

Sorella dei modernisti, con i quali condivide profondamente le riflessioni dell’esistenzialismo, Pozzi sembra però anche superarli. Anticipa, si potrebbe dire, la poesia confessionale di qualche decennio successivo – viene da pensare a Sylvia Plath o Anne Sexton… –, mantenendo tuttavia una prospettiva che trascende sempre i dettagli autobiografici. Era questo, d’altronde, un aspetto ben presente a Eugenio Montale. È lui tra i primi a sostenere che la scrittura di Antonia non debba essere vista come semplice «storia di un’anima»: così afferma nella recensione la seconda edizione di Parole, pubblicata nel 1943, testo che Sereni suggerisce di usare come prefazione alla terza edizione nel 1948 al posto di un contributo di Francesco Flora che era stato proposto dall’avvocato Pozzi[4]. Una scrittura, cioè, che va sempre oltre l’espressione immediata dei turba-menti interiori. Antonia non scrive seguendo i propri impulsi istintivi, come invece sembra l’avesse severamente giudicata Banfi con il suo serrato razionalismo critico. Certamente, porta alla luce l’interiorità con una sua propria voce lirica che fa una genuina confessione di sé, ma al tempo stesso elabora una misura esistenziale attraverso una «dura fatica di lima e scalpello»[5]. Questa misura unisce, come per osmosi, la coscienza e la realtà: è estremamente soggettiva, ma dilata l’autobiografia nel mondo. Tra vissuto e pensiero non esiste distinzione. E forse proprio per questi motivi si può dire che le sue poesie risultano, ai lettori del nostro tempo, forse decisamente più fresche, e libere da qualsiasi retorica, rispetto a molti autori della sua generazione. Biancamaria Frabotta ne aveva già colto l’originalità: scelse infatti di iniziare l’antologia Donne in poesia proprio con Antonia Pozzi[6]. Ma la misura di questa autrice come si forma?

 

3. Nelle poesie di Antonia sono molto frequenti la parola «sgorgo», i suoi sinonimi e le immagini che ad esso si legano. Ciò genera un significativo campo tematico. Viene subito in mente Sgorgo, dove il riferimento è esplicito. Nell’ultima strofa troviamo quest’immagine: l’inverno che «si stempera […] nello sgorgo / del mio più puro sangue» (vv. 18-19), anticipata da due sue controfigure metaforiche, la «fonte che si scioglie» (v. 5) e la «ferita che ne sonno / si riapre» (vv. 7-8). Sono espressioni che esprimono un desiderio tragico di interlocuzione tra il vissuto interiore e la realtà esteriore. Nell’ultima strofa il tentativo di dialogo tra mondo e io – gelo invernale (analogia del mondo) che si scioglie nello sgorgo del sangue (analogia dell’io) – è preceduto anche da un vocativo: «Bontà: tu mi ritorni» (v. 17), che richiama quel «Oh, tu bene mi pesi» con cui si apre un’altra poesia, Preghiera alla poesia, che forse ricorda il «Tu non m’abbandonare mia tristezza» degli Ossi di seppia di Montale (Incontro, v. 1) e probabilmente lascia un’eredità in Sereni («tu, mia voce» al v. 6 di una prima versione, datata 1944, di Preghiera alla poesia scritta da Sereni, che riprende lo stesso titolo della poesia di Pozzi; se si pensi a La malattia dell’olmo di Stella variabile: «Guidami tu, stella variabile, finché puoi», v. 11[7]).

 

Innumerevoli i rimandi all’immagine dello sgorgo: ad esempio, nella poesia Amor fati nella forma di una «cascata di sangue» (vv. 3-4) e in Certezza nella forma di un riflesso improvviso sull’acqua («sgorgherà il tuo volto / nello specchio sereno, accanto al mio», vv. 10-11). Ricordiamo le date di queste poesie: Sgorgo è del 12 gennaio 1935, Amor fati del 13 maggio 1937, Certezza del 9 gennaio 1938[8]. Le date aiutano a individuare un andamento di massima nella poesia di Pozzi: il tema dello sgorgo diventa più insistente a partire dal momento in cui Antonia riesce ad esprimere una «positiva progettualità» grazie al lavoro per la tesi di laurea su Flaubert[9], discussa infatti nel 1935, e poi negli ultimi anni di vita. Ma colpisce anche un altro fatto: l’incremento di questa immagine va di pari passo con una diminuzione quantitativa della scrittura poetica e con un aumento dell’interesse per la fotografia dove, ha notato Antonella Anedda, la sua «capacità di sguardo trova conferma»[10].

 

Ma se le poesie e le fotografie di Pozzi sono correlate, in che modo lo sono? Le primissime poesie risalgono al 1929. In una lettera a Formaggio del 28 agosto 1937, Antonia ricorda uno dei momenti in cui scrisse questi primi testi, fra cui  Dolomiti (13 agosto) e La discesa (14 agosto 1929[11]): «Ed ecco», dice, «io sono di nuovo la ragazzetta di diciassette anni […] che fuggiva sola […] verso le rocce il vento il silenzio delle Dolomiti di Brenta […] e d’un balzo, affidata alla forza dei ginocchi sulla colata fragorosa delle ghiaie, piombava a valle»[12]. Sempre nel 1929, in una lettera alla madre del 5 luglio, parla per la prima volta di fotografia: «Mi sono cimentata in mirabolanti “exploits” fotografici»[13].

 

4. A questa altezza la scrittura è decisamente più presente rispetto alle sporadiche “imprese” con la macchina fotografica. A metà anni Trenta, però, le imprese fotografiche diventano ricorrenti. Nel luglio 1934, durante un soggiorno a Cervinia, scrive ancora alla madre: siccome la sua macchina si è danneggiata, la prega di spedirgliene subito una nuova perché «io senza macchina sono una donna morta»[14]. Nel 1935-’36 una svolta: la ragazza sembra prendere coscienza che le fotografie non rappresentano più semplici istantanee che bloccano i frammenti del tempo come «souvenir amatoriali», ma si configurano come «una narrazione che ambisce a contenere la storia di quanto viene visto»[15]. Due anni dopo, nel 1938, le poesie sono rarissime. Ora Antonia preferisce documentare con la fotografia la vita di montagna, soprattutto a Pasturo, nelle Prealpi lombarde, dove la famiglia possiede una residenza estiva, e vuole raccogliere materiali sulla tradizione della vita contadina alla Zelata, nella provincia pavese, da cui provengono gli antenati materni. Ha intenzione di scrivere un romanzo storico.

 

Il 5 maggio del 1938 spedisce a Formaggio un pacchetto con trecento foto e alcune traduzioni dal romanzo Lampioon bacia ragazze e giovani betulle. Avventura di un viandante dello scrit-tore tedesco Manfred Hausmann[16]. Si può dire che questo sia il suo ultimo lascito. Ma le fotografie (rese note tardivamente[17]) davvero offrono uno sguardo fondamentale per interpretare la scrittura di Antonia? Iniziamo col dire che, se la sua poesia non è la semplice storia di un’anima, come pensava Montale sostenuto da Sereni, non lo è perché l’«anima» – voce decisiva nel lessico di Pozzi («Anima, andiamo», Fuga, 11 agosto 1929, v. 1; «E l’anima, / donato il suo ultimo dono, / resterà nuda e povera / come la spiga vuota», Domani, 27 marzo 1931, vv. 70-73; «Anima, sii come il pino», Esempi, 10 aprile 1931, v. 1; «Vorrei che la mia anima ti fosse / leggera», Lieve offerta, 5 dicembre 1934, vv. 1-2 e 16-17; «Trasale / l’anima al tonfo delle gocce fitte», Radici, 15 febbraio 1935, vv. 2-3[18]) – non ha valore di “sostanza intima”: non è un’entità, religiosa o laica, che viene rappresenta o raccontata liricamente. Piuttosto, indica la ricerca di un’identità, in chiave esistenzialista, di cui la metafora per eccellenza è quella dello sgorgo. Perché, dunque, nel momento in cui questa immagine diventa esplicita in poesia – nel 1935 con Sgorgo – la scrittura in versi diminuisce e l’attività fotografica aumenta?

 

Formaggio sosteneva che la differenza tra la poesia e la fotografia di Pozzi fosse questa: con la prima Antonia cercava di risolvere il conflitto tra le idee e la vita – esattamente in linea con la lezione di Banfi –, mentre nella seconda questo conflitto era risolto. La poesia era una forma della lotta e del tragico, la fotografia della conciliazione e della pacificazione[19]. Ecco, allora, perché nella poesia la carica tensiva è sempre implacabile. Lo stile analogico e l’uso personalissimo del verso libero formano il linguaggio di un’interiorità che si dibatte per individuare sé stessa e il senso delle cose, ma sembra non riuscire ad emergere da una «fessura invalicabile tra vita e idee», per riprendere una definizione di Fulvio Papi[20]. Tuttavia, si adopera tenacemente per riuscirci. Perciò, lo stile analogico non è mai una diretta messa sulla pagina della vita interiore – non una rappresentazione o un racconto della coscienza, del sogno, delle manifestazioni dell’irrazionalità, come avviene nella poesia pura o nell’ermetismo –. Lo stile analogico di Antonia corrisponde, infatti, all’elaborare una «giustificazione al vedere», riprendendo una definizione con cui Gianfranco Contini descriveva la poesia di Montale – definizione che si potrebbe estendere anche agli autori che si formano nella Scuola di Milano, attivi attorno alla rivista «Corrente»[21], e a quelli della successiva antologia Linea lombarda di Luciano Anceschi[22]. Giustificazione al vedere, dunque: una disposizione conoscitiva verso la fenomenologia dell’esistenza. Antonia la matura quando riesce a codificare la poesia come metafora di questa disposizione. Così l’immagine dello sgorgo diventa l’analogia poetica di una particolare fenomenologia: quella della sua tensione conoscitiva e psicologica. […]

 

Note

 

[1] La tesi di laurea venne pubblicata per la prima volta da Garzanti nel 1940 e oggi si può leggere in questa edizione: Antonia Pozzi, Flaubert. La formazione letteraria (1830-1865), Milano, Scheiwiller, 2012.

[2] Alessandra Ceni, Nota introduttiva ad Antonia Pozzi, Poesie, lettere e altri scritti, Milano, Mondadori, 2021, p. V.

[3] Cfr. Ead., Parole. Liriche, Milano, Mondadori, 1939.

[4] La seconda e la terza edizione di Parole escono, con il titolo completo Parole. Diario di poesia, nel 1943 e nel 1948, nella collana “Lo Specchio” di Mondadori. Il contributo di Eugenio Montale è stato raccolto in Il secondo mestiere. Prose 1920-1979, a cura di Giorgio Zampa, Milano, Mondadori, 1996, pp. 634-637.

[5] Così scrive Antonia Pozzi in una lettera a Dino Formaggio del 28 agosto 1937, si veda: Ead., Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Milano, Àncora, 2014, p. 275.

[6] Biancamaria Frabotta, Donne in poesia. Antologia della poesia femminile in Italia dal dopoguerra ad oggi, con una nota critica di Dacia Maraini, Roma, Savelli, 1976, in particolare pp. 14-15 e 19-20.

[7] I collegamenti intertestuali si devono a Giuseppe Sandrini: in Id.,“Preghiera alla poesia”. Vittorio Sereni lettore di Antonia Pozzi, «Studi novecenteschi», 82, luglio-dicembre 2011, pp. 341-342, 345 e 354.

[8] Questi riferimenti sono tutti ben indicati nell’ultima edizione delle poesie di Antonia Pozzi: Ead., Poesie, lettere e altri scritti, cit., pp. 193-194, 242 e 249.

[9] Graziella Bernabò, “Io vengo da mari lontani”: la poesia di Antonia Pozzi, in Antonia Pozzi, Parole. Tutte le poesie, a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino, Milano, Àncora, 2015, p. 25.

[10] Antonella Anedda, Prefazione ad Antonia Pozzi, Poesie, Milano, Garzanti, 2021, p. 5.

[11] Antonia Pozzi, Poesie, lettere e altri scritti, cit., pp. 44-45.

[12] Ead., Soltanto in sogno. Lettere e fotografie per Dino Formaggio, a cura di Giuseppe Sandrini, Verona, Alba pratalia, 2011, pp. 19-20.

[13] Ludovica Pellegatta, In riva alla luce, in Antonia Pozzi, Sopra il nudo cuore. Fotografie, a cura di Giovanna Calvenzi e Ludovica Pellegatta, Milano, Silvana, 2015, p. 107.

[14] Antonia Pozzi, Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938, cit., p. 200.

[15] Ludovica Pellegatta, “Amor fati”. Poesia e fotografia in Antonia Pozzi, «Materiali di estetica», 6, 2002, p. 235.

[16] La lettera si legge in Antonia Pozzi, Soltanto in sogno, cit., p. 34. Il romanzo di Hausmann, Lampioon küßt Mädchen und kleine Birken, esce nel 1928 e non sarà mai pubblicato in Italia.

[17] Si veda: Antonia Pozzi, Soltanto in sogno, cit. [2011]; Ead., Sopra il nudo cuore, cit. [2015]; Dino Formaggio, Amo la tua anima. Lettere ad Antonia Pozzi, a cura di Giuseppe Sandrini, Verona, alba pratalia, 2016; Ead., Nelle immagini l’anima, a cura di Onorina Dino e Ludovica Pellegatta, Milano, Àncora, 2018.

[18] Cfr. Ead., Poesie, lettere e altri scritti, cit., pp. 43, 75, 80, 91, 184, 200.

[19] Cfr. Dino Formaggio, Una vita più che vita in Antonia Pozzi, in La vita irrimediabile. Un itinerario tra esteticità, vita e arte, a cura di Gabriele Scaramuzza, Firenze, Alinea, 1997, pp. 141-158.

[20] Fulvio Papi, Vita e filosofia. La scuola di Milano: Banfi, Catoni, Paci, Preti, Milano, Guerrini & Associati, 1990, p. 88.

[21] Gianfranco Contini, Introduzione a “Ossi di seppia”, in Id., Una lunga fedeltà. Scritti su Eugenio Montale, Torino, Einaudi, 1974, p. 11. La definizione di Contini viene ripresa da Alessandra Cenni nella sua prefazione ad Antonia Pozzi, Parole, a cura di Alessandra Cenni e Onorina Dino, Milano, Garzanti, 1998, pp. V-XV.

[22] Cfr. Linea Lombarda, a cura di Luciano Anceschi, Varese, Magenta, 1952 (i poeti antologizzati: Vittorio Sereni, Roberto Rebora, Giorgio Orelli, Nelo Risi, Renzo Modesti, Luciano Erba).

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