di James Merrill (trad. di Damiano Abeni e Moira Egan)

 

[Per il Dantedì, proponiamo le traduzioni di Damiano Abeni e Moira Egan dei canti A e B di The Book of Ephraim del poeta americano James Merrill, prima cantica di The Changing Light at Sandover. The Book of Ephraim è apparso per la prima volta nel 1976 in Divine Comedies, libro vincitore del Premio Pulitzer]

 

 

                                   Tu credi ’l vero; ché i minori e’ grandi

                                       di questa vita miran ne lo speglio

                                       in che, prima che pensi, il pensier pandi.

                                                                       Paradiso XV

Ammetto di sbagliare intraprendendo

l’opera in questa forma. Audace prosa

da reportage ci voleva, per raggiungere

il pubblico più vasto nel più breve tempo.

Il Tempo, s’era capito, fattore fondamentale.

Il Tempo, essenziale attar di Rosa,

stava scadendo. Eravamo antichi rivali,

io e la scadenza. E poi la materia che trattavo

mi dava da pensare –  così intima, innovativa.

Meglio dopo tutto ricorrere alla narrativa?

Guardandomi intorno, trovavo personaggi

umani, o d’altro genere (se la distinzione

significa alcunché nella finzione). Ho visto una via mia

verso una trama, a quanto d’una trama sia concesso

a creare piacere e sorpresa nel suo aggregarsi.

Ero certo dell’ambientazione; e, dal principio, avevo un tema

la cui luce costante si restituiva riflessa, sembrava, da ogni

minimo dettaglio le venisse esposto. Arrivai

a vederlo come un antico tema supremo:

l’incarnazione e il venir meno di un dio.

Quest’ultima frase è di Northrop Frye.

E poi avevo ambizioni di stile. Stufo

da parecchio e in vario modo delle trovate

della narrativa artificiosa del nostro tempo

anelavo al modo di raccontare ingenuo

delle leggende, delle favole, un tono leccato all’osso

nei secoli dei secoli da miti lingue antiche,

da nonna a rampollo, sereno, anonimo.

Privo di quella voce, l’a suo modo brillante

nouveau roman (perfino quello che ho scritto io)

mi pareva forma orfana, ai cui seguaci,

allattati dal lupo Woolf non dall’uomo Mann, le

storie raccontate nell’infanzia venivano da adulti

che non potevano amare né onorare. Così la mia

narrazione voleva essere limpida, non frammentata;

i miei personaggi, convenzionali figure di repertorio

afflitte al minimo grado possibile

da personalità e da esperienze trascorse—

una strega, un eremita, giovani amanti innocenti,

i modi dell’essere che ci ricordiamo dai Grimm,

da Jung, Verdi, dalla commedia dell’arte.

Che tale progetto fosse più grande di me finiva

solo per incitarmi a ulteriori futili tentativi.

La mia rovina era “dipingere a parole”. Un raffinato

si-vede-e-non-si-vede piumaggio, braccia raggianti di mera

magniloquenza che si disfaceva nella troposfera

che con l’implosione dei suoi cittadini verso terra fa trasalire

alla follia una discreta piccola folla di mortali

—i  miei lettori, presumevo da dove m’ero accomodato

nell’angelico segretariato.

Più mi sforzavo di essere semplice, e più

il manierismo mi zavorrava. A che pro?

Visto che non m’era mai andata bene, chiedi,

perché calzare la scarpa della prosa? In verso i piedi

sono nudi. Le metriche, inoltre, erano state bloccate

su ciò che esigevano le circostanze. Imbeccate

cieche avevano infine sotterrato l’intera

impresa malintesa nella Macon più nera

(vedasi “The Will”), e io soltanto ero rimasto

a raccontare la mia storia. Perché pareva che il Tempo—

quel canuto pilato che se ne lava le mani e appare

a ribadirlo in uno spazio intagliato da spettri di luce

su acqua fumante—il Tempo non l’avrebbe fatto;

fosse perché scorrendo s’esauriva come acqua

o perché gennaio traccia il suo verso

luminoso sulla nuova pagina che inizio a scrivere adesso:

il Libro delle Mille e Una Sera Passate

con David Jackson alla Tavola Ouija

in Contatto con Ephraim Nostro Spirito Familiare.

 

*

 

 

Background: la sala da pranzo a Stonington.

Pareti d’un semipellucido color “fiamma” (arguta

sfumatura, ora anguria ora pelle scottata dal sole).

Sopra, una cupola di fine secolo

che sfoggia ghirlande e gigli di stagno laccato

bianco in palpabile rilievo a lume di candela.

Wallace Stevens, con la prospettiva distorta

propria dei morti recenti, l’avrebbe presa

per un’alcova nella confinante chiesa battista

il cui campanile alla luna stava faccia a faccia con noi.

La stanza esalava candide tende. Dentro soffiavano

scintillii sfaccettati da olmi e comignoli, tanto

esigua la lingua di terra, tanto elevato il punto di vista.

Il 1955 doveva essere,

seconda estate nella nostra abitazione.

Un altro anno, e avremmo acquistato quel vecchio pugno in un occhio

di cui ora affittavamo metà del piano superiore;

e sopra avremmo costruito una stanza di vetro, affacciata

sull’astro-terrazza di legno, con un caminetto; stretto amicizie.

Adesso, estranei nel villaggio, avevamo forse

il telefono? A chi sarebbe mai servito!

L’uno aveva l’altro per comunicare

e per tutto il resto. La scena era pronta per Ephraim.

 

Proprietà: un tavolo di vetro-latte.

Una tazzina biancazzurra presa dal rigattiere.

Matita, carta. Un pezzo di cartone pesante

su cui le lettere dalla A alla Z

formavano un arco, il nostro Patto d’Alleanza

con chi di competenza; inoltre

i numeri arabi, e SÌ e NO.

Cosa poteva volere di più uno spirito familiare?

Beh, conosciutici meglio, avrebbe suggerito

di piazzare uno specchio sulla sedia di fronte.

Eretto e lucente, ospite dal cuore d’argento,

in esso noi ci vedevamo a vicenda. E lui vedeva noi.

(Qualsiasi superficie riflettente gli andava bene.

Di giorno, D e io remavamo fino a una secca sabbiosa

lontana abbastanza dal paese per nuotarvici nudi

e poi camminare sulla vitrea fettuccia a malapena bagnata

che perpetuamente sanava le ferite da noi inferte—

inosservati e inascoltati, pensavamo, fino

alla sera che lodò i nostri corpi e la nostra arguzia,

i nostri rossori superati in un baluginio).

Oppure lo viziavamo versando una goccia di rum

nella tazzina che, capovolta, sembrava

per l’occasione sobbalzare a mezz’aria,

prendere cuore da noi, e dalla nostra guida dettatura.

 

Ma lui non ci aveva ancora trovato. Chi c’era?

La tazzina fremeva nel sonno. “C’è nessuno?”

sussurravamo, dita leggere sul Willowware,

quando l’oggetto si mosse. Ci si mozzò il respiro. La tazzina,

zombi smaltato di se stessa, s’era messa in caccia,

si muoveva, ma come inebetita, in modo inconsulto,

posseduta, come ci sarebbe stato rivelato di lì a poco,

da uno qualsiasi tra le miriadi di coloro

che faticano a capire, attraverso il compulsivo

rivivere la propria morte, di esser morti

—per fuoco in questo caso, quando era bruciato un magazzino.

AIUTTO O SAVATE MI la tazza sgorbiava

mentre proprio sul muro una fiamma si increspava,

ipnotica onda su onda, ninna-nanna

d’orrore. Io mi accasciai. D: Dai, danna-

zione, proviamoci ancora. C’era nessuno? Come quando

un luccio attacca, e la lenza sibilando scrive sulla carne del lago

rune nervose, e il mulinello vortica e la mente mulina,

SÌ un nuovo potere perentorio SÌ

s’impossessò della tazza. Svariò, si bloccò, esitò,

scattò via, giroscopio d’uncinetto del demonio

che le nostre dita cavalcavano senza sella

(ma che si immobilizzava nell’attimo in cui perdevamo contatto)

qui, là, rapidissimo puntare del manico, lettera su

lettera trascritta alla cieca dalla mia mano libera—

al meglio in modo così rozzo che quelle prime sedute

sconfinano in pura congettura, in parafrasi.

Troppo accadeva troppo rapidamente. Noi troppo educati

per fermarci a scomporre il farneticare

di quell’alfabeto in parole e frasi.

Eppure, perfino il messaggio più frammentario—

il doppio divertente, il doppio più savio

di ciascuno dei due medium—li incantava.

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *