di Ugo Morelli

Non lo avevo mai capito, meglio dovrei dire non lo avevo mai sentito così chiaramente come ora che guardo le opere del 2025 di Tullio Pericoli: non solo per lo sguardo, ma per il passo sono fatte e dipinte. Per quella rivoluzione di specie che con la postura eretta ci dona finalmente l’orizzonte. Ma pure per quel miracolo che si realizza in ogni vita dei figli della donna e dell’uomo quando cominciamo a camminare. Non ce ne ricordiamo, ma cambia il mondo. E si sviluppa il nostro pensiero in modi e per vie che non si verificherebbero se non camminassimo. Ecco, nelle opere di paesaggio di Tullio Pericoli si cammina, si guarda e si pensa. Sarà che il segno pittorico si concede ad un’esperienza estetica più distesa nelle opere datate 2025. Sarà che il tratto si fa più essenziale di quanto già non fosse da sempre stato. Fatto sta che si respira attraversando quelle opere, passo dopo passo. E così questo libro di fine fattura: Quel lontano mar, quei monti azzurri. Il paesaggio di Osvaldo Licini e Tullio Pericoli, Amala§sunta, Monte Vidon Corrado (FM) 2025, – curato da Nunzio Giustozzi e Daniela Simoni, denso di immagini di opere di Osvaldo Licini e Tullio Pericoli, e testi, alcuni dei quali dello stesso Pericoli, (www.edizioniamalassunta.it) -, porta il camminante in una eterea esperienza estetica, fatta di quella leggerezza che ognuno cerca come l’aria fresca del mattino tra l’alba e il giorno. Sì, perché l’evoluzione delle opere più recenti di Pericoli mantengono la continuità che da sempre le distingue, pur nelle espressioni innovative recenti della sua ricerca. Quella distinzione mi pare di averla da sempre ravvisata nell’emergenza. Non nell’urgenza. Non in quel senso, laddove è più la calma proiettata sulla tela dall’incedere riflessivo e comunicativo personale di Pericoli a farla da codice prevalente. L’emergenza come quel che emerge, nel caso di Tullio Pericoli, dalla tela, alla stessa maniera in cui dagli orizzonti emergono le colline, dai declivi gli alberi, quando, ad esempio, camminando lungo una leggera salita collinare spuntano piano le cime di alberi che preludono all’apparire di un boschetto, e più in là, quando si è in cima, finalmente una radura intarsiata di linee e attraversata da un discreto ruscello. L’opera di Pericoli come opera emergente, cangiante allo sguardo, come quando, camminando, variano progressivamente le posizioni e con loro le immagini, e tornano poi, voltandosi, ma da un’altra prospettiva. E il mondo si dona ogni volta in modi allo stesso tempo attesi e imprevisti. Chi mai avrebbe potuto segnare, in ex ergo, il musicale scorrere delle opere di Licini e Pericoli in intenso dialogo tra loro in questo libro, come i quadri nelle cadenze musicali di Modest Mussorgsky in Pictures at an exibition, se non il grande recanatese, coinvolto in quello stesso genius loci: “di quel lontano mar, quei monti azzurri, / che di qua scopro, e che varcare un giorno / io mi pensava, arcani mondi, arcana / felicità fingendo al viver mio!” [Giacomo Leopardi]. L’emergenza allora si armonizza in un’opera a tre, dove si ravvisa che il paesaggio, lungi dall’essere solo lo sfondo della nostra umana avventura, per degli esseri simbolici quali noi siamo, emerge, proprio, al punto di incontro tra mondo interno e mondo esterno con la mediazione del principio di immaginazione. E lo fa dando vita non solo ad un’esperienza estetica, bensì ad un’estetica delle relazioni. A quel processo di artification con cui il nostro corpo in movimento attiva il nostro cervello-mente muovendolo verso una risonanza particolarmente riuscita, tale da estendere il nostro mondo interno e la nostra sensibilità in modi e per vie che senza quella esperienza non si verificherebbero. A quell’estetica delle relazioni con i luoghi siamo indotti e condotti “camminando” nelle opere di Tullio Pericoli e, in questo quanto mai opportuno dialogo tra artisti, sollevandoci in un volo radente portati da opere come Amalassunta farfalla, del 1952, di Osvaldo Licini. Se si confronta ad esempio Paesaggio marchigiano di Pericoli, un’opera del 1999, con Colli e boschi del 2025, si presenta al passo e allo sguardo un transito all’essenziale e il dialogo con la ricerca di Licini si fa più fitto, cosicché si rende concreta l’annotazione confidenziale che Pericoli condivide con la lettrice e col lettore – ma sono solo lettrici e lettori coloro che attraversano questo libro che contiene un mondo di immagini? – a pagina 10, di aver desiderato dipingere il paesaggio marchigiano partendo proprio da Licini. Sulle orme di Licini, Pericoli evolve il proprio stesso segno e gli dà una inedita consistenza pur rendendolo più elementare e perciò plasticamente più coinvolgente.


In un testo che Grazia Cherchi gli aveva chiesto per le pagine culturali de l’Unità in occasione della mostra di Osvaldo Licini al Palazzo Reale di Milano, Dove vanno a finire gli angeli, Pericoli, a proposito di quel che lo accomuna a Licini, infatti, scrive: “l’origine marchigiana e l’amore per il nostro paesaggio. Un paesaggio che mi piacerebbe dipingere magari ripartendo proprio da lui”. Passi e ripartenze, da Leopardi, a Licini, a Pericoli, camminando e guardando nei paesaggi della vita. Dove l’essenziale sembra riconducibile ad una condensazione che forse accomuna le poetiche di questi tre dialoganti artisti: il punto, proprio il punto.
In ceco, come in altre lingue slave, la parola pokoj dà vita ad una polisemia che certamente non sarà sfuggita a Kafka. Per molti aspetti anche Virginia Woolf si sarebbe riconosciuta in quella parola. L’autrice di Una stanza tutta per sé, avrebbe riscontrato in quel termine una descrizione sufficientemente buona di quel luogo che aveva cercato tutta la vita. Come tutta la vita Pericoli ha cercato e cerca tra tutti i luoghi possibili il punto di osservazione più propizio per guardare i suoi paesaggi, sapendo che un ulteriore punto lo sta già aspettando. Quel luogo affascinante nel quale la solitudine diventa poesia e il silenzio diventa musica. Non necessariamente un luogo fisico. Magari inesistente ma intensamente immaginato grazie all’empatia con gli spazi. Ma cosa designa la parola pokoj? Si riferisce al tempo stesso ad una stanza, in quanto spazio residenziale, vano o camera; ad una certa possibilità e modalità interiore dove sperimentare una certa tranquillità, un poco di quiete di pace; ma è anche una topografia dell’anima e un’utopia, un luogo che non c’è ancora. Non è infatti la verosimiglianza la chiave delle opere di Pericoli, anche se il dialogo con i luoghi che diventano paesaggi è tale da coglierne l’anima che emerge dalla tela. È possibile porre da parte almeno per un certo tempo l’assillo? Si può avere un punto, anche molto piccolo e delimitato, dove essere lasciati in pace? Kafka quella stanza se l’era procurata e l’ha difesa perfino dalle persone che ha amato. Ha reclamato il suo posto anche con durezza espressiva, ad esempio verso una persona con cui era giunto al fidanzamento ufficiale, Felice, come si evince dalle lettere. Il pokoj, allora, assume letteralmente le caratteristiche di una cellula elementare del sé. Appare così un luogo fisico nel quale si pensa e si riflette, si cerca e si scrive, si dipinge e si riflette. Un luogo dove ci si ferma a guardare. E se ci si ferma è perché si sta camminando. Non è solo un luogo fisico ma diventa un luogo psichico che ognuno, se riesce, porta con sé, in sé, per cercare di volta in volta di inscriverlo daccapo in altri spazi. Ha questo di interessante e importante quella certezza: è tanto preziosa se si riesce a conquistarla, quanto precaria per la sua incerta tenuta, e forse proprio per questo così attraente e talmente cercata. Ci rendiamo conto che il pokoj può essere una dimensione portatile, sia che corrisponda ad uno spazio, sia che sia immaginaria e mentale, quando siamo nella confusione, nella folla, in un contesto invasivo, fisico o digitale, e nonostante tutto riusciamo ad abitare quel pokoj con un certo agio. Non è facile, ma il fatto stesso che sia possibile depone a favore del suo valore. È stata Emily Dickinson a rendere, con la sua arte poetica, il valore del pokoj. Avendo invitato la nipote nella propria camera, ha tirato fuori una chiave immaginaria fingendo con quella di inserirla nella toppa e chiudere la porta a mandata. Agitando la chiave inesistente, a quel punto ha detto alla nipote: «This is freedom» [in L. Murat, Proust, romanzo familiare, Sellerio, Palermo 2025]. Un’esclamazione affine a: «Questo è un pokoj». Quel pokoj, quindi, è lo spazio nel quale impariamo a sperimentare il «No», ovvero la selezione di quel che ammettiamo e non ammettiamo, se per selezionare si può intendere allo stesso tempo scegliere e scartare. Ecco, la selezione è un’altra chiave per cogliere, camminando, la poetica delle opere di Pericoli. Un vero e proprio servizio estetico, se così si può dire, che sceglie per l’osservatore i tratti e i colori del mondo riportandoli ad un’emergenza estetica. Il punto in quanto pokoj, allora è il luogo che in nessun modo e a nessuna condizione accetteremmo di vedere rimpicciolire, di vedere violare. Il personaggio inquietante e coinvolgente, enigmatico e ambiguo di Melville, Bartleby, con il suo «preferirei di no», non solo tutela e difende quel punto, ma secondo una importante interpretazione esprime per quella via una possibile formula della creazione [G. Deleuze, G. Agamben, Bartleby. La formula della creazione, Quodlibet, Macerata 2011]. Deleuze scopre in Bartleby il paradigma della “natura prima” e, insieme, il rappresentante del “popolo a venire”; Giorgio Agamben legge nel “preferirei di no” dello scrivano la formula della potenza pura, l’algoritmo di un esperimento in cui il possibile si emancipa da ogni ragione. Da Pericoli riceviamo non un’astensione, ma un’arte del togliere, di ricondurre all’essenziale, dove tale è ogni piccolo segno che con miriadi di altri segni crea la forma e rende merito alla sua estetica. Ne [La stanza del pensiero verginale, Di Renzo Editore, Roma 1996], M. Harris Williams e M. Waddel, sulla scia di Donald Meltzer, si pongono una questione affine, mobilitando categorie interpretative di natura inconscia e psicoanalitica. Il punto allora non è ciò che corrisponde al suo segno ma al diagramma della sua potenza in esercizio. Il concetto di punto è immediatamente il suo atto, è ciò che fa, ciò che produce. Prima ancora di svolgere le funzioni che svolge, è un concetto vivente sopra di noi di un diagramma [C. S. Peirce]. Il punto è autoreferenziale e crea il proprio oggetto: le funzioni che svolge. Proprio questa dimensione originaria del punto è la sua connotazione più importante. A guardare bene ogni segno di Pericoli è essenziale, pur nella sua apparente leggerezza e provisorietà. Il punto slitta nel terzo escluso come direbbero Deluze e Guattari [G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia, Einaudi, Torino 2002]. Il punto importa qui per quello che dal punto si origina e quello che col punto risuona. Il punto allora non è una premessa, né si riduce alle conseguenze che da esso scaturiscono, ma è un centro di vibrazione in cui risuona tutto in ogni momento; in cui si coglie l’infinito in atto; in cui l’illimitato è in atto. È per quella via che ogni paesaggio di Pericoli diventa un mondo capace di neutralizzare la cornice, essendo allo stesso tempo un mondo in ogni suo particolare. Come l’uovo che è originario in sé. Come l’uovo che ha bisogno di contenere le sue potenzialità ma, allo stesso tempo, di essere un contenitore di tutte le possibilità che è in grado di esprimere. L’incubatore che può essere il punto è legato indissolubilmente alla sua capacità di contenimento. E allo stesso tempo, concretamente alla sua porosità, alla sua precarietà, alla sua provvisorietà. Ma le seconde caratteristiche non riducono la prima. All’interno del punto pokoj, sia in senso fisico che psichico, si è di fronte a sé stessi. O tutt’al più con chi si decide di invitare ed ammettere. Il contrario è la porta aperta e, quindi, il venir meno di quello spazio contenitivo seppur limitato e magari anche angusto, ma proprio per questo potenzialmente generativo. Il punto, quindi, si propone come una forma di dissidenza, anche se non è quello lo scopo per cui si cerca il punto. Certamente il punto e il pokoj sono in conflitto col totalitarismo della presenza che ambisce a conoscere, ad applicare la volontà di sapere ad ogni forma di vita interiore. Proprio di quella intrusione totalitaria con scopi di disciplinamento ha inteso occuparsi l’esplorazione genealogica di Michel Foucault [M. Foucault, La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1976]. La delicatezza delle opere di Pericoli sono il contrario della violazione dei luoghi; più che altro viene da ricondurle ad una carezza dei luoghi. Il punto o pokoj è il rifugio, il riflesso di quella interiorità che cerca di non farsi violare. Nel suo saggio In una stanza e mezzo, I. Brodskji, [Fuga da Bisanzio, Adelphi, Milano 2016], nato a San Pietroburgo nel 1940 ma costretto all’esilio negli Stati Uniti nel 1972, dopo aver sperimentato la reclusione siberiana, descrive l’appartamento in comune che, insieme ai suoi genitori, gli è toccato condividere con altre famiglie, e spiega come è riuscito a ritagliarsi un angolino tutto per sé: quello dove ha scritto i primi libri. Oggi quel metro quadro, ricavato in una sorta di alcova, viene fatto visitare come un monumento. Il punto è l’oikos, la casa e l’ambiente dell’essere quando cerca le condizioni per concepirsi, riconcepirsi e concepire, purché la sua inevitabile e necessaria socchiusura non divenga inavvertitamente una prigionia. L’atmosfera aperta dei paesaggi di Pericoli, in dialogo con l’elevazione proveniente dalle opere di Licini, conduce al desiderio di fermarsi a guardare o, forse, alla ricerca di sempre nuove armonie tra il passo e lo sguardo.