di Christoph Menke e Alexander García Düttmann
[Con questo intervento, che è uscito sull’edizione on line di Die Zeit e ha suscitato una lunga discussione, apriamo su LPLC un dibattito sulla questione catalana, un conflitto politico sul quale esistono, come si sa, posizioni molto diverse. Cercheremo, se possibile, di ospitare anche altri pareri].
Quando lo scontro tra il governo di Barcellona e il governo di Madrid smetterà di essere solo un affare di politica interna spagnola? Quando ci si renderà conto che non abbiamo semplicemente a che fare con un oltraggio alla costituzione, e nemmeno con uno staterello retrogrado che la Spagna deve fermare. E quando ci si renderà conto che qui è in gioco l’immagine che l’Europa ha di sé, l’idea stessa di una democrazia europea.
Non abbiamo semplicemente a che fare con un oltraggio alla costituzione. La democrazia è viva, infatti, solo se trova il suo spazio anche al di fuori della carta costituzionale, quello spazio da cui solamente possono venire gli impulsi per trasformarla. Tanto problematico è il rapporto tra il dentro e il fuori della costituzione, in una democrazia, volendosi questa proteggere da tendenze antidemocratiche e dal mero arbitrio, tanto è chiaro che una legalità che ha reciso la sua relazione con la democrazia al di là della costituzione ci ha già rinunciato, e ha sostituito alla storia la forza bruta della natura.
La democrazia non è qualcosa di scontato. La politica è politica democratica quando è pronta a riflettere e trattare sui confini tra il suo dentro e il suo fuori, a concepirsi come dinamica. Solo quando è disposta a esporsi ai rischi che ciò comporta merita di essere chiamata democrazia. Si schierano dunque contro la democrazia coloro che, governando l’Europa da Bruxelles, Parigi e Berlino, si battono, in nome dell’“unità” e del “diritto”, dalla parte del governo spagnolo. Costoro avvertono che in Catalogna ne va anche del principio del loro governare: la subordinazione della politica a ciò che è dato, il suo degrado ad una manifestazione impotente, regolamentata e limitata in anticipo (ma da chi?). Costoro definiscono l’Europa in base al principio dello stato, non della democrazia. Stare dalla parte della Catalogna significa stare dalla parte della democrazia.
In Catalogna non abbiamo nemmeno a che fare con uno staterello retrogrado. Chi, da democratico, ha osservato la partecipazione al recente referendum catalano, non può mascherare il suo entusiasmo di fronte ad un tal numero di elettori, giovani e vecchi, appartenenti a tutti i gruppi sociali, che non si sono lasciati intimidire, e che anzi si sono recati al seggio per protesta contro i tentativi di intimidazione.
Pazienti e pacifici hanno aspettato, spesso per diverse ore, di votare, non importa se a favore o contro la dichiarazione di indipendenza della Catalogna. L’entusiasmo, secondo Kant, è “idea del bene quando è unita all’affetto”. Ciò che in questo caso ha suscitato l’entusiasmo negli osservatori non è stato tanto una grande devozione per la causa dell’indipendenza, quanto la sensazione che qui ne va di qualcosa di più – consapevoli o meno che ne siano i partigiani della Repubblica catalana. Ne va di una concezione di democrazia vivente, di una prassi democratica che in fin dei conti si nutre della convinzione che l’Europa può essere di più del nome dato a una politica che si prodiga per l’abdicazione della politica stessa e per un’alleanza neoliberale con il capitale.
Prendendo partito per lo stato spagnolo contro la Catalogna, i governanti d’Europa oggi premiano il fatto che la Spagna si è dimostrata negli ultimi anni, proprio in questo senso perverso, un diligente stato europeo, come quasi nessun altro. Gli elettori catalani avevano invece sperato nella solidarietà da parte di un’altra Europa. Stare dalla parte della Catalogna significa stare dalla parte di un’altra Europa.
Ciò con cui abbiamo dunque a che fare è proprio una questione, quella dell’identità, che al momento si è fatta urgente in tutta Europa – una questione che, per mascherare la propria perplessità, o si liquida con sprezzo come superata o si crede di mettere a tacere con risposte xenofobe. I catalani non si rifanno ad alcuna concezione etnica di identità, e rifiutano la xenofobia. Non sarebbe ora di riconvertire la rappresentazione di un’Europa delle regioni, di origine conservatrice, trasformandola in strumento efficace di una politica progressiva?
Il rifiuto del presidente catalano di proclamare la Repubblica con un netto Sì o No, o di non proclamarla affatto, si sottrae alle abituali regole del gioco politico. Ma questo non è né un segno di insicurezza né un mero stratagemma, quanto al contrario una mossa coraggiosa, prefigurazione di una politica che non si adegua al business consueto, che non cede alle pressioni esercitate da ogni dove. Questo rifiuto mira a riaprire il lasso di tempo per uno scambio non precostituito. L’irresponsabile applicazione del paragrafo 155 della costituzione spagnola da parte del Primo Ministro spagnolo corrisponde invece all’azione di un sovrano che sceglie lo stato di eccezione perché non è in grado di sopportare la limpidezza di uno spazio politico aperto. Per questo motivo Rajoy deve reinterpretare la coraggiosa apertura di tale spazio, che Puigdemont ha intrapreso anche contro le aspettative dei suoi, come una decisione inequivocabile; deve dichiararlo un nemico, così da poter richiudere la possibilità della politica.
La critica al movimento indipendentista catalano si appunta al suo mero egoismo economico, in nome del quale lo si riduce al livello di Realpolitik. Si rivolge contro gli interessi dei leader politici e l’ingenuità politica dei loro giovani adepti. Se con questa critica si pretende di aver già esaurito tutto quanto c’è da dire circa gli scopi del movimento, si diventa ciechi nei confronti della sua passione democratica. Si rimane inermi di fronte al fatto che la massiccia, crescente resistenza contro l’Europa dei potenti – coloro che sopportano e supportano Rajoy – contro l’Europa consegnata agli effetti della globalizzazione, viene dai populisti di estrema destra e dai neonazisti, nel frattempo trasferitisi nei parlamenti.
Se vogliamo contrapporci a questa fatale alternativa dobbiamo sostenere la Catalogna. Dobbiamo fidarci dell’entusiasmo, e non confonderlo col fanatismo.
[Traduzione di Federica Gregoratto]
Gli autori. Alexander García Düttmann, nato a Barcellona, insegna filosofia alla Università delle Arti di Berlino. Christoph Menke, cresciuto a Barcellona, insegna filosofia alla Goethe-Universität di Francoforte sul Meno.
[Immagine: Manifestazione indipendentista a Barcellona]
“ Lunedì 2 ottobre 2017 – Non si riesce a sapere molto delle ragioni che spingono gli abitanti della Catalogna a ribellarsi allo stato centrale. In mancanza di meglio, Repubblica ci fa vedere le facce: « Volti di Catalogna », così si intitola la fotogalleria che correda la prima pagina del quotidiano. Non manca nemmeno la « foto-simbolo »: vi si vede un uomo che abbraccia un poliziotto, segno, penso io, che a quell’uomo piacciono i poliziotti. In generale, mi sembra di poter dire che, ancora una volta, è tutta una questione di facce, anzi, di foto. Così, almeno, pensa Repubblica. E Repubblica, si sa, ha sempre ragione. (Nella « foto-simbolo », tuttavia, il punctum è che, nell’abbraccio, il poliziotto perde il cappello. Chissà se a Repubblica l’hanno notato) “.
Quando Kant, nel suo cantuccio di Königsberg, parlava dell’entusiasmo, non aveva ancora visto gli occhi scintillanti della gioventù hitleriana.
Puigdemont non è né un grande politico né un rivoluzionario: né un Cavour, né un Garibaldi.
Chiunque, lontano da Barcellona, pensava che avesse come minimo previsto le cose più semplici: accordarsi con i vertici della gendarmeria regionale, mettersi nelle condizioni di poter non riconoscere un ordine di arresto da parte della magistratura di uno stato considerato estero, prevedere, per le spese dello stato, un periodo di transizione e di autosufficienza. Tutte cose assolutamente prevedibili… e invece, niente!
Dopo la vittoria del referendum un uomo di stato degno di questo nome avrebbe proclamato subito la repubblica indipendente; un rivoluzionario non avrebbe esitato a organizzare le barricate. Puigdemont ha invece preso e perso tempo e quando la lenta macchina dello stato spagnolo si è messa in moto, se n’è fuggito a Bruxelles lasciando in pericolo, da soli, molti colleghi di governo che ora sono stati arrestati. Un vero eroe, non c’è che dire.
La questione, più generale, delle regioni ricche che reclamano l’indipendenza dalle altre andrebbe affrontata a parte. Conosco uno stato nazionale che ha investito, sin dalla sua nascita, enormi risorse per favorire l’industrializzazione e le infrastrutture di alcune zone del Paese: in una logica, però, che doveva essere di scambio e di redistribuzione. Migliaia di lavoratori da altre regioni hanno offerto il loro contributo, e non solo in termini di mano d’opera, spesso accettando salari che i figli della borghesia locale non avrebbero accettato. Ecco, Catalogna a parte, varrebbe forse la pena, giù da noi, di parlare di questo.
“La Catalogna è una nazione” proclamano i separatisti catalani.
Per molti deve essere stata una sorpresa: la Nazione – entità considerata “egoistica” e “xenofoba”, e contro la quale in Europa i buonisti conducono una lotta senza quartiere – rialza la testa; anzi la testina perché la Catalogna, dopotutto, è un territorio ristretto all’interno dei confini piu’ ampi dello stato-nazione Spagna.
Aspirando all’indipendenza, i catalani dimostrano il vigore di cui è capace l’amore per la piccola patria.
Questo tentativo unilaterale e un po’ patetico di “ristrutturare” la comune casa spagnola, elevando nuove pareti e bloccando porte e corridoi, testimonia l’importanza che muri e muretti continuano ad avere. E cio’ a dispetto della continua guerra condotta, con la benedizione del Papa sudamericano e quella degli Imam che si trovano già da noi, contro confini, muri, recinti, cancelli, porte e portoni.
Aboliti i patriottismi, riaffiorano i mini-patriottismi. Ed emergono con forza proprio come risposta al fatto che i padroni del discorso, in nome di un europeismo un po’ fasullo e di un mondialismo da supermercato, intendano scuotere alle fondamenta la Nazione, da loro considerata un ostacolo alla sana mescolanza di uomini, di religioni, di valori, di passati nazionali, di bandiere…
Ma come stiamo vedendo, non solo i muri di sostegno della casa: i muri maestri, ma persino i muri divisori, ossia di separazione tra una stanza e l’altra all’interno della stessa casa, continuano ad essere considerati importanti dai cittadini e dai popoli. Occorrerà proprio rifare l’uomo…
La lotta dei nazionalisti catalani è stata condotta brandendo l’arma della loro lingua, il catalano, contro il castigliano.
È stato Alexis de Tocqueville a dire che “il legame del linguaggio è forse il più forte e duraturo che possa unire gli uomini”. Questa verità è ben nota anche ai nazionalisti quebecchesi e ai loro leaders governativi che l’hanno persino inserita nei testi preparatori alla legge che ha fatto del francese (1974) la sola lingua ufficiale della provincia. Ma molti, soprattutto tra gli italiani, tendono invece a considerare il linguaggio un mero strumento di comunicazione e non invece l’espressione più ricca ed importante di quell’universo di simboli che noi chiamiamo cultura.
Vi è sempre una lingua che primeggia in qualunque individuo, fosse anche un poliglotta dei più dotati. Questa lingua è quasi sempre la lingua madre: linfa e insieme frutto e fogliame di una pianta che affonda le radici nell’anima della nazione.
Nostro dovere di cittadini europei non è certo quello di scrivere con la zappa sul foglio dei giudizi assoluti e assolutamente dissennati. La Catalogna ha alle spalle decenni di richieste di indipendenza. Non so effettivamente se sia questa una istanza corretta ed equilibrata. Per questo aspetto penso che si debba approfondire. Comunque devono decidere con estrema serenità i catalani.Quando dico serenità dico senza la ferocia delle teste di legno dei corpi speciali spagnoli. Solo così si riuscirà a capire cosa vuole la maggioranza del popolo catalano se una maggioranza esiste. Servono per questo tempi lunghi e un grande approfondito dibattito che coinvolga tutti. Per quanto mi riguarda dico che sono e sarò dalla parte delle centinaia di migliaia di cittadini che sono scesi pacificamente in piazza a manifestare la loro volontà. Pacificamente e saggiamente.
Esiste la lotta per l’indipendenza nazionale senza lacrime, senza scontri, senza sangue, senza guerra civile? La rivoluzione repubblicana con la benedizione del re?
Vedete un po’ voi. In Catalogna hanno già visto.
Condivido l’appello a sostenere la Catalogna e il diritto del suo popolo a dichiarare l’indipendenza, se vuole farlo. Mi sembra invece ingenuo farlo in nome della democrazia, come se questa fosse sinonimo di libertà, mentre non è altro che una forma di governo e di Stato che, come tutti gli Stati, esercita e gestisce il potere in modo autoritario tanto che si può parlare, e l’argomento è noto nella letteratura politica, di democrazia come variante soft del totalitarismo. Lo Stato nazionale spagnolo agisce contro la Catalogna proprio in nome della democrazia, intesa, in questo caso, come rispetto delle regole fissate (Costituzione, leggi che ne derivano), sebbene queste regole neghino ai popoli spagnoli (il plurale “popoli” è usato dalla stessa Costituzione che riconosce le Comunità autonome distinte in Regioni e in Nazionalità) due cose fondamentali: la prima è la propria sovranità, la seconda è la piena libertà.
La Costituzione spagnola afferma la sovranità ma poi, in diversi articoli (come fanno del resto la Costituzione italiana e pressoché tutte le costituzioni democratiche, per non dire delle altre), ne limita l’esercizio e in alcuni casi lo nega. Uno di questi casi è quando una nazionalità, o comunque una parte del popolo o dei popoli, desidera affermare la propria indipendenza e costituire una propria statualità. Se l’espressione «sovranità popolare» ha un senso, dovrebbe significare libertà di un popolo a decidere in tutto e per tutto di se stesso, compresa la decisione fondamentale di unirsi o dividersi con altri popoli o comunità.
Ma questa espressione non ha mai avuto, nella volontà degli Stati, questo significato libertario. A partire dalla Rivoluzione francese, la «sovranità popolare» è stata affermata e subito negata, cioè scippata al popolo e saldamente tenuta in mano da chi, partiti, istituzioni, uomini forti, comunità nazionali prevalenti e altri, gestiscono lo Stato e ne esercitano quel monopolio della forza che è proprio, politicamente e giuridicamente, dello Stato.
In questo contesto non mi interessa – e non mi sembra rilevante – discutere se i catalani fanno bene o male, se hanno ragione o torto, quali sono i motivi per volere l’indipendenza, se economicamente ci guadagnano o ci perdono. Mi interessa invece notare come un diritto fondamentale, inerente all’esercizio della propria sovranità che dovrebbe essere inalienabile, gli viene negato. Mi interessa sottolineare che lo Stato “democratico” spagnolo nega ai catalani (o a qualsiasi altra comunità che oggi fa parte della Spagna) il diritto di decidere di se stessi, sfoderando, per farlo, gli strumenti che lo Stato gli mette a disposizione, cioè la forza. Mi interessa infine sottolineare anche che ogni vera questione di sovranità e di libertà, all’interno della concezione tradizionale dello Stato, anche democratico, non è perseguibile se non in forme extra-legali, perché gli Stati usano le leggi per dominare, non per garantire i diritti e le libertà.
Nelle condizioni della Catalogna ci sono, nel mondo, alcune decine di comunità che vorrebbero diventare indipendenti o aggregarsi a comunità appartenenti a uno Stato diverso da quello a cui ora appartengono. E Stati, compresa l’Italia (si veda la lunga storia del Sud Tirolo imperialisticamente rinominato Alto Adige), che negano l’esercizio della sovranità a chi solo potrebbe e dovrebbe esercitarlo, cioè i popoli direttamente interessati).
In Spagna si è arrivati alla situazione attuale dopo secoli di storia durante i quali Madrid ha sempre negato alla Catalogna la sua indipendenza, e persino quei livelli di autonomia che avrebbero potuto diminuire o esaurire le spinte indipendentiste. Ma lasciando perdere i secoli passati, alla crisi attuale si è arrivati dopo avere negato più volte alla Catalogna, negli ultimi decenni “democratici”, il diritto di indire un referendum o anche solo di procedere a una riforma in senso autonomistico più spinto del proprio Statuto di comunità autonoma. In sostanza il governo “democratico” di Madrid ha sempre interpretato – e in ciò la destra, il centro e la sinistra si sono trovati troppo spesso concordi nella difesa del centralismo autoritario – in senso restrittivo la stessa Costituzione in vigore, che risale al 1978.
Nel farlo non poteva che rispolverare l’animo franchista, come ha fatto di nuovo in questo ultimo mese.
La soluzione del problema, per evitare la crisi e il rischio, persino, di una guerra civile (ma sarebbe meglio dire incivile), sarebbe che Madrid concedesse il diritto di tenere un referendum sul problema dell’indipendenza, concordandone le modalità e, nel caso di vittoria dell’indipendenza, le forme da seguire nel percorso successivo. Madrid ha sempre negato questo e ha considerato (come il governo di Roma in Italia) illegale ogni iniziativa indipendentista, fino all’arresto del governo catalano.
Non so se Carles Puigdemont i Casamajó abbia agito bene o male, da buon politico o da politico incerto e tentennante, da coraggioso o da vigliacco. Ogni commento in proposito mi sembra prematuro. Per ora vedo che ha seguito con coerenza una scelta indipendentista, che l’ha sottoposta alla volontà del popolo catalano, che ha poi agito di conseguenza ma cercando di evitare lo scontro fisico. Credo che la lotta politica non violenta possa pagare di più, nel breve e medio periodo, e che a ogni modo la Catalogna ha più da guadagnare da una “rivoluzione” non violenta che da uno scontro violento. Ad esempio, i sondaggi dell’ultimo mese affermano che gli indipendentisti catalani sono aumentati del 7 percento circa.
Certamente Madrid e l’Europa non potranno liberarsi tanto presto del “problema” catalano. L’Unione Europea, poi, si dimostra ancora una volta una unione semi-statale dalla forte tendenza autoritaria e illiberale, refrattaria alla libertà dei suoi popoli e all’esercizio della sovranità popolare. Una Unione Europea che configura una statualità a tratti confederale, a tratti federale, a tratti centralistica verticistica e burocratica, con richiami – nella sua struttura amministrativa – più all’Europa imperiale napoleonica che a un’Europa delle libertà.
Il secondo aspetto fondamentale è proprio la carenza di libertà. Non di democrazia, ma di libertà. Libertà individuali e libertà collettive gestite in proprio e non secondo i criteri centralistici e autoritari dello statalismo. Lo si scopre in tutte le cose. I cittadini europei, in pratica, non possono fare un passo senza l’obbligo di conformarsi a qualche capricciosa legge, anche su questioni che non dovrebbero interessare lo Stato. In Italia, poi, come hanno osservato diversi studiosi, a 72 anni dal 1945 siamo ancora largamente alle prese con leggi fasciste (in vigore dagli anni precedenti il 1945) o con leggi successive ma improntate alla stessa mentalità autoritaria, burocratica e statalista. Prova ultima ne è l’assurda attuale discussione sullo slittamento dell’età pensionistica, che tratta i cittadini come ostaggi e cose di proprietà dello Stato e non come persone libere di decidere da sole ciò che è meglio fare per la propria vita.
Ci avviciniamo sempre di più alla realizzazione di una forma di società distopica in cui i cittadini non sentono più nemmeno il bisogno di essere liberi perché l’abitudine a non esserlo ha trasformato la dipendenza dal potere in una tossicodipendenza inguaribile. In forme meno cruente rispetto alle tante distopie raccontate dalla letteratura, dal cinema e dai fumetti, ma ugualmente pervasive e totalitarie. Ma se poi qualcuno si risveglia e si arrabbia, la democrazia rispolvera subito i vecchi sistemi del manganello e della galera, gettando la maschera.
Sarà che la categoria politica dell’entusiasmo ha generato entusiasmo su una nuova generazione di Europei privi di cultura politica, che evidentemente ignorano i fondamenti dell’azione politica e pensano di potere utilizzare un approccio infantile.
Davvero un pessimo articolo, si va da un concetto di democrazia ultrapopulista perchè disgiunta da ogni formalizzazione, a un’indeterminazione totale nella definizione di popolo, alla solita evocazione di una fantomatica altra Europa, dove tra l’altro l’Europa che c’è per costoro sarebbe la UE.
Insomma, non c’è neanche una parola di questo scritto, che sia condivisibile: sarà per questo che ha suscitato tanto dibattito !!!
@Claudio Antonelli
Sono d’accordo con la su riflessione sulla lingua. Quanto al nazionalismo, bisogna distinguerne secondo me due tipi: quello egemonico, e quello che si ribella ad una egemonia (nazionale, culturale, linguistica, politica). Il “nazionalismo” catalano, se così si può chiamare, anche per la sua storia anti-franchista, appartiene al secondo tipo.
@Luciano Aguzzi.
Grazie mille del commento molto interessante. Sono d’accordo con molte cose che dice. Una cosa vorrei notare però – da un punto di vista filosofico. Lei dice che democrazie e libertà sono due cose diverse. Ebbene, io credo dipenda da che concezione di democrazia si abbracci. Nella tradizione repubblicana, democrazie e libertà vanno a braccetto – almeno a livello concettuale. L’idea di Menke e Düttmann di “democrazia vivente” implica addirittura la libertà di cambiare, trasformarsi a livello costituzionale.
@ Federica Gregorato
Tre osservazioni:
1) Esistono sicuramente molte concezioni di democrazia e anche molte forme storiche di essa. Ma in tutte le sue realizzazioni effettive, cioè nella sua storia concreta, il termine democrazia si accompagna con livelli molto diversi di libertà, ma non coincide mai con la libertà, perché il governo fondato sulla libertà richiede una concezione filosofica dell’uomo e della politica in contrasto / opposizione con quella dello statalismo e della forma Stato in senso lato, soprattutto nel senso corrente di «Stato moderno» (derivante per molti aspetti dalla razionalizzazione bonapartista del potere centralizzato). Quindi le espressioni che mettono insieme i termini Stato democrazia e libertà sono storicamente e concettualmente contraddittorie (ideologiche, propagandistiche, non relative alle situazioni effettive). Del resto il termine democrazia non significa libertà nemmeno in senso etimologico e non significa nemmeno governo del popolo, essendo la nozione storica di demos non sovrapponibile con quella odierna di popolo. Fin dalla sua origine il significato del termine si colloca all’interno di uno specifico scontro politico e più che indicare libertà, o anche solo una rivendicazione di libertà in senso moderno, indica una “guerra” sociale / politica fra diversi strati sociali e una rivendicazione di redistribuzione del potere più relativa alle condizioni sociali e politiche che a quelle della libertà personale. Tanto è vero che, sia nei tempi antichi sia in quelli moderni, sono state definite democratiche anche diverse dittature, non certo per la libertà che permettevano, che era quasi nulla, ma per i contenuti sociali che dicevano di volere attuale (contrapposizione fra “democrazia sostanziale” e “democrazia formale”). E in senso diverso anche Stati autoritari come il fascismo si sono definiti “vera democrazia”, quella diretta (non elettorale, ma delle manifestazioni di piazza in cui il “duce” era in diretto rapporto con il “popolo”). È facile osservare che se la “democrazia” non permette agli individui, sia come singoli sia come liberamente organizzati in associazioni, di gestire in modo autonomo tutto ciò che possono gestire senza danneggiare altri, cioè rispettando il solo principio libertario di «non aggressione», questa democrazia non si estende fin dove la libertà può estendersi, ma ne limita irragionevolmente, abusivamente e con la forza, una parte più o meno ampia.
2) Nella tradizione repubblicana libertà e democrazia vanno a braccetto solo a livello di affermazione ideologica e propagandistica, non nella pratica e nemmeno nella teoria. Fin dal sorgere del repubblicanesimo moderno nel corso della Rivoluzione francese (ma ciò in diverse misure vale anche per le “repubbliche” antiche e dell’età moderna) il concetto di libertà, affermato dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 (articolo 4), non è mai stato effettivamente applicato. Anzi, la Dichiarazione stessa ne indica la truffaldina interpretazione che le ideologie repubblicane ne danno. Infatti, l’articolo 3 afferma che la sovranità risiede nella nazione, non nei cittadini e nei corpi sociali in cui i cittadini si organizzano. La tradizione repubblicana moderna, che si è sempre espressa per uno Stato etico, cioè uno Stato che si assume (direi si arroga di prepotenza) il compito di educare i cittadini e guidarli a valori di cui lo Stato stesso si afferma come incarnazione, ha sempre collegato il principio di libertà a quello dello Stato, della Patria e insomma alla presunta libertà di una collettività il cui principio di costituzione nel mondo è anteriore e superiore ai diritti dei cittadini. Una tipica dimostrazione ci viene appunto dalla Repubblica francese, la quale, dopo aver proclamato la libertà, ha subito applicato il principio alla Repubblica stessa alla cui esistenza la classe politica dominante ha sacrificato l’effettiva libertà e la vita stessa di milioni di persone. Si è ripetuto con Stalin ecc. che ha lottato per la libertà dell’Urss, non per quella dei suoi cittadini. Ma in forme cosiddette più “virtuose” lo si vede anche nelle repubbliche moderne, come ad esempio l’Italia odierna, dove sono infinite le cose che i cittadini potrebbero fare meglio da soli senza l’intervento dello Stato ma nelle quali lo Stato s’intromette, depriva i cittadini della loro iniziativa e impone loro comportamenti obbligatori per legge (la cui disobbedienza si traduce in esecuzioni forzate) nel solo interesso dello Stato e non dei cittadini.
Qui, per chi rifletta a fondo sul tema della libertà, si rivela la natura dello Stato, di tutti gli Stati: quella di una associazione a delinquere organizzata per rapinare sistematicamente i cittadini. Tanto più pericolosa in quanto creduta “legale” e “legittima” (con un concetto tutto “positivistico” dei termini legale e legittimo).
3) La nozione di “democrazia vivente” implica almeno due elementi: il primo è quello che possiamo definire di “democrazia reale”, cioè la democrazia con la quale abbiamo a che fare effettivamente giorno per giorno. La democrazia reale assomiglia al socialismo reale: si tratta della pratica negazione dei principi che afferma di voler realizzare. La negazione è attuale ed esperimentata da tutti, mentre la possibilità di realizzare i principi ideali rimane nella carta e nella propaganda ideologica e, per chi ci crede, nel futuro, perché solo il lontano futuro è proprio di tutte le utopie, che nel presente si realizzano come distopie. Il secondo elemento è la possibilità di una evoluzione: democrazia vivente vuol dire democrazia che cambia e si evolve. Certo, questo è possibile, ma solo se si ispirerà e si identificherà sempre più con la concezione libertaria di libertà. Nessuno esclude, visto che il significato dei termini registra un continuo cambiamento e che i termini politici cambiano più di altri, che in un futuro democrazia e libertà coincidano. Ma allora il significato del termine democrazia sarà molto diverso da quello che registriamo oggi nella realtà degli Stati.
Nella realtà ancora oggi – come ai tempi di Jean Bodin che ne ha teorizzato il concetto e l’aspetto giuridico – la “sovranità” è intesa come un potere assoluto che fa capo allo Stato. Non proviene dalla volontà dei cittadini ma, con una specie di tocco magico o di investitura divina, essa è direttamente affidata allo Stato, sia monarchico sia repubblicano. Quando la formula è stata, solo apparentemente, rovesciata, facendo derivare la sovranità dal popolo, si è subito affermato un falso ideologico, cioè che il popolo coincidesse con la nazione (o con l’insieme delle nazioni unite in esso) e che la nazione trovasse la sua naturale rappresentanza nello Stato. Ma non è così e il vecchio detto che “lo Stato siamo noi” è un patetico falso. Lo Stato, nell’analisi giuridica e politica, si distingue in “Stato comunità” e in “Stato apparato”. E si dà il caso che lo Stato inteso come comunità non è identificabile nello Stato come apparato e che questo, l’apparato (cioè le persone fisiche che lo gestiscono e che hanno in mano il potere) si sovrappone alla comunità, la sfrutta, la deruba, ne limita in tutti i modi possibili la piena libertà. Lo Stato, come tutte le organizzazioni di qualunque tipo (da Michels in poi abbiamo ormai oltre cento anni di studi sociologici in proposito), sebbene si dica nato per la difesa e la promozione del bene comune, in pratica difende e promuove solo il proprio bene che è quasi sempre contro l’effettivo bene comune. Del resto lo stesso concetto di “bene comune” è ideologico e propagandistico, perché non esiste nella realtà nessun bene comune, ma esistono solo molti beni particolari e solo attraverso il confronto fra di essi si può giungere ad una concezione di “bene comune” che per essere tale dovrebbe avere almeno due requisiti. Il primo è che sia un bene residuale rispetto ai beni particolari, cioè limitato solo alle questioni che non possono essere gestite se non in comune e quindi non contrapporsi ai beni particolari che non violano la libertà degli altri e tanto meno negarli. Il secondo è che si fondi sulla libera volontà associativa dei cittadini e non abbia la pretesa, etica o politica, di avere un proprio e superiore fondamento.
Le forme di gestione della “cosa pubblica” teorizzate nelle dottrine democratiche, comuniste, liberali o altre, sono come le medaglie che hanno una faccia al sole, splendente (e si tratta della faccia ideologica, fatta solo di parole e immaginazione) e una faccia sotto, oscura (che è la realtà effettiva di diecimila anni di storia criminale, per parafrasare Elsa Morante). Come teorie mi vanno bene (quasi, facciamo finta), purché i tentativi di realizzazione si basino sulla libera e volontaria adesione e non sulla forza dello Stato (o del partito unico, che è peggio ancora). Perché la forza dello Stato trasforma immediatamente in distopia ogni immaginazione ideale e/o utopica.