di Sandro Abruzzese
Premesse
Parlare del progetto di un atlante della letteratura meridionale necessita di una breve premessa.
Il passaggio epocale che in Italia si produce a cavallo dei primi anni ’90 produce una frammentazione politica e culturale e con essa il crollo di contenitori, modelli, simboli edificati nel ‘900. Da allora un Sud stretto tra stereotipi e pregiudizi atti a nascondere la questione sociale, è stato costretto – come tutti i Sud – a pagare l’adesione a un modello di sviluppo acritico e disumano, tuttavia a suo modo efficiente (il neoliberismo); condito con la riproduzione della propria classe dirigente, fatta di quel sud che sfrutta il sud di cui poco, e solo in maniera spettacolare e irreale, purtroppo ci si occupa.
È una stagione drammatica, inutile dirlo, di grave regresso per una repubblica democratica, in cui l’industria culturale, i modelli mass-mediatici, adeguandosi, hanno avallato la scomparsa delle necessità storiche degli italiani, per licenziare un canone di target e brand, di argomenti e versioni semplicistiche, folklorizzanti, orientaliste, delle realtà meridionali; creando personaggi mediatici più che autori e autrici.

Busto di Carlo Levi all’entrata di Aliano (@Lorenzo Pallini)
L’atlante
Fatta questa premessa, Per un atlante della letteratura meridionale. Temi, luoghi e rappresentazioni della subalternità dal secondo dopoguerra a oggi (Carocci 2026), a cura di Marco Gatto, Bernardo De Luca e Fabio Moliterni, con un reportage fotografico di Lorenzo Pallini, è un lavoro prezioso proprio per ridefinire il canone letterario meridiano e tracciare alcuni percorsi di rilievo al suo interno. Ma non solo. È prezioso perché, con Ernesto De Martino, adopera il potenziale rivelatorio dell’indagine sulla cultura subalterna, fornendo i riferimenti per imbattersi in una rappresentazione finalmente autocosciente dei Sud italiani. I percorsi e le disamine di questo volume, se da un lato rifiutano nettamente l’esotismo e l’orientalizzazione, dall’altro rigettano pure i processi endogeni di auto rappresentazione folklorica, così ricercati, come dicevamo in premessa, per trasformare e ridurre la realtà conflittuale meridionale a merce, o spettacolo privo di problematizzazione.
In ultimo, il volume è prezioso perché indica nei luoghi liminali, nei margini fatti di comunità e società ferite e lacerate, così come lungo i confini geografici e in prossimità di frontiere visibili o invisibili, la possibilità di uno sguardo reciproco, biunivoco o molteplice, in grado di portare la rappresentazione a un livello umano e culturale più alto e profondo.
Fin dal sottotitolo risultano chiare le linee guida che i curatori adoperano per venire a capo della rappresentazione del Sud; una lettura gramsciana in cui, se la prima parte del volume traccia un quadro storico e teorico (si segnala il contributo di Guido Liguori), la seconda, dal titolo eloquente “Mappe”, è dedicata a una ricostruzione dei panorami letterari delle regioni meridionali fino ai giorni nostri.
Panorami letterari
Per l’Abruzzo, come sottolinea l’autrice Valentina Panarella che ha curato anche la scena molisana, è difficile non pensare alla figura e all’opera di Ignazio Silone, è lui a fissare la categoria del “cafone” (Fontamara). Silone comprende l’universale della figura del “cafone”, la associa ai subalterni di tutte le latitudini e, passando alla Basilicata, sarà Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli a descriverne in maniera accurata le vicende.
L’esule torinese nel frattempo incoraggerà la carriera dello scrittore e poeta Rocco Scotellaro, il quale, come dimostra Marco Gatto nella apposita biografia a lui dedicata (Rocco Scotellaro e la questione meridionale, Carocci 2023), pur dovendo molto alla generosità di Levi, virerà verso una militanza organica, sarà un mediatore gramsciano, tracciando un percorso intenso, seppur breve.
Dalle inchieste di Scotellaro a quelle pugliesi o “di frontiera” di Alessandro Leogrande, dal romanzo corale I fatti di Casignana del calabrese Mario La Cava, ai libri di Corrado Alvaro, o al romanzo-reportage Gomorra di Roberto Saviano, quella che potremmo definire la questione sociale italiana e, nella fattispecie, meridionale, dà l’abbrivo, con illustri antecedenti (Verga, Villari, Franchetti, Sonnino), al genere dell’inchiesta, del romanzo realistico, che tanta fortuna avranno nella rappresentazione letteraria e mass-mediatica del Sud.
È sulla scia del pugliese Tommaso di Ciaula, lo spiega Simone Giorgio in uno dei capitoli dedicati alla Puglia rurale e di fabbrica, che Leogrande, unendo i punti diacronicamente e tracciando chiare direttrici nell’analisi della modernità, associa il destino dei braccianti odierni, dei migranti del Mediterraneo e della Rotta balcanica, ai cafoni del passato.
Per dirla con Carlo Levi, Leogrande avverte la “compresenza dei tempi” della modernità, e ne comprende il dramma: un mondo privo di coscienza storica sarà prono a nuove e al contempo antiche forme di sfruttamento nei confronti dell’Altro; ad erigere muri, a replicare spietati e tecnologici universi concentrazionari. Leogrande[1] questo mondo lo vede nitidamente in Uomini e caporali (…), nelle vicende della vicina Albania, o alle frontiere europee, dunque lo studia e denuncia, svelandone i meccanismi con quella “pratica della microstoria” giustamente sottolineata da Fabio Moliterni, derivante dal magistero di Carlo Ginzburg.
Quanto a Napoli, Bernardo De Luca parla dell’esistenza di tre anime letterarie, da Raffaele La Capria, narratore brillante della borghesia ma per nulla incisivo nell’analisi del ruolo della subalternità; alla città industriale, sulla linea che da Carlo Bernari (Tre operai) porta a Ottiero Ottieri e Ermanno Rea (La dismissione), senza scordare Serao, e soprattutto Ortese.
De Luca rileva in La Capria il deleterio processo di “naturalizzazione” e “antichizzazione” della città e dei suoi abitanti, una tendenza alla lettura irrazionalistica che evidenzia un contrasto tra storia e natura nella rappresentazione di Napoli. Sull’argomento, Mario Pezzella (Altrenapoli, Rosenberg Sellier, Torino 2019), ha in passato avuto modo di sottolineare che se per Anna Maria Ortese la città si è fatta assorbire dal suo ventre, per Ermanno Rea è la storia e non la natura ad aver determinato i risultati odierni. L’alibi della natura, il caos e il mito della città speciale, il primitivo o il mistero, l’arcaico della città-mondo, sono elementi che finiscono per giustificare la versione borghese di comodo che addossa al sottoproletariato gli aspetti negativi della napoletanità. L’irrazionalismo ancora una volta serve a nascondere la questione sociale.
Nel capitolo firmato da Ivan Pupo sulla Sicilia, a farla da padrone è, giustamente, la figura di Leonardo Sciascia. Da Ignazio Buttitta a Danilo Dolci, Vincenzo Consolo, Bufalino, D’Arrigo, la tradizione siciliana presenta così la sua lunga scia di autori. Bene fa Pupo a soffermarsi sull’analisi che Sciascia dedica alla novella Libertà di Verga, indagine e contro storia dei fatti di Bronte che restituisce umanità e dignità alla fazione popolare.
Da questa lettura si evince innanzitutto come in Sicilia perduri da secoli il conflitto che vede le fazioni popolari dei paesi siciliani insorgere ogniqualvolta ci sia l’occasione del riscatto e della vendetta contro l’odiato padrone: confuse istanze di ribellione fanno della Sicilia la polveriera del ’48, della spedizione dei Mille, un luogo dove protesta collettiva e particolare spesso si fondono fino a diventare indistinguibili. Una ribellione volta a volta strumentalizzata dai reazionari, che poggia su contrasti anche pre-politici e si alimenta del politico, da Garibaldi a Giolitti, dai liberali al fascismo, dai democristiani ai socialisti e comunisti.
La Sicilia dagli accesi contrasti, dunque, con una radicata presenza mafiosa in alcune sue province, vista la perdurante recrudescenza dei conflitti, risulta l’isola-paradigma per affrontare il discorso intorno alle classi subalterne in Italia. La sua storia riottosa produce tra i più importanti protagonisti della storia d’Italia e grandissimi protagonisti della letteratura italiana che Pupo non manca di menzionare. Così, dalla stagione del Verismo fino al meraviglioso affresco dei Viceré di De Roberto (1894), passando per I vecchi e i giovani, il J’accuse sull’Unità di Pirandello, a cui molto deve il best seller successivo Il Gattopardo, o per Quasimodo, Brancati, e se volessimo continuare, per la fotografia di Letizia Battaglia e Ferdinando Scianna, riusciamo a seguire le fasi più importanti del discorso culturale sulla nazione. Senza dimenticare poi il rapporto dei siciliani con l’altrove americano: è stato il cinema italo-americano (Scorzese, Coppola) a narrare, prima e meglio di tutti, gli italiani d’America e con loro, di riflesso, la Sicilia.
Corredano il volume altri due saggi di rilievo, Maria Veneruso si occupa di classi subalterne e immobilità sociale attraverso la tetralogia dell’Amica geniale. Beatrice Perrone propone un percorso sulla letteratura della Grecìa salentina.
Infine, si segnala lo scritto di Luca Mozzachiodi che offre un accurato panorama novecentesco sulla letteratura dei subalterni in Sardegna, mettendo in evidenza il difficile rapporto dell’isola con lo stato derivante da un’attitudine coloniale delle istituzioni. Le esperienze terribili della Prima guerra mondiale e del fascismo alimentano gli scritti di Emilio Lussu, ci sarà poi il successo europeo di Grazia Deledda. Dal banditismo a Giuseppe Dessì, da Alziator a Cambosu e Maria Giacobbe, senza dimenticare Gavino Ledda: così si dipana la problematica storia della rappresentazione sarda nel rapporto con lo stato italiano, ovviamente passando per Antonio Gramsci.

Davide Di Ciaula all’ingresso della fabbrica dove lavorava il padre Tommaso, autore di Tuta blu (@Lorenzo Pallini)
Altri viaggi
Ottimo, per la capacità di mostrare con sobrietà espressiva e scelte prospettiche, il contributo fotografico di Lorenzo Pallini, che diventa un racconto autonomo all’interno dei capitoli, un viaggio parallelo alla ricerca di luoghi pregni di significato nella storia sociale del Mezzogiorno.
(Al seguente link è disponibile la galleria dei video documentari realizzati da Lorenzo Pallini come contenuti multimediali originali per il libro:
https://vimeo.com/showcase/11742758
[1] Marco Gatto ha dedicato un ritratto culturale ad Alessandro Leogrande uscito recentemente per i tipi di Altreconomia, (2026). Il volume si intitola Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leogrande. Inchiesta, impegno, militanza.
[Immagine: Le maschere del Carnevale di Tricarico, paese di Rocco Scotellaro (@Lorenzo Pallini)].