di Esther Kinsky
[Proponiamo un estratto da Perturbazioni (traduzione di Silvia Albesano, a cura di Matteo Iacovella, edito da Le Lettere) della scrittrice e saggista tedesca Esther Kinsky].
Questi fatti frammentari, nomi, cifre, questi brandelli di vite e biografie del posto dicono poco, a parte alludere all’incrocio e alla sovrapposizione di campi di disturbo, e all’intensificarsi del disturbo fino alla distruzione e all’annientamento, di cui questo luogo è stato oggetto e sfondo. «Gras, auseinandergeschrieben» [Erba, separata nella scrittura] come si legge in Paul Celan: la storia di un rapporto perturbato con la malattia e la salute, l’integrità e la mutilazione, la vita e la morte aveva qui lasciato le sue tracce e si era rovinosamente inscritto in questo terreno. «Lies nicht mehr, schau!» [Non leggere più, guarda!]. Chi aveva creato lo stagno, costruito le accoglienti casette di legno scandinave che ricordavano ingannevolmente le scuole nel bosco della pedagogia riformista di inizio Novecento, che cosa era accaduto dietro gli spuntoni di vetro delle finestre rotte dell’edificio principale? Mi colpiva che il personale del reparto oncologico non ne avesse idea, anche se con il tempo ho capito che i maldestri tentativi quotidiani di pilotare le perturbazioni invasive e disgreganti nelle superfici, nei liquidi e nelle ossa dei corpi umani in modo tale da controllare il tumulto delle cellule lasciava poco spazio ad altre domande e pensieri. Anche il reparto di oncologia, come l’istituto per i bambini storpi, era un posto incentrato sulla mutilazione, sebbene la volontà non venisse addestrata per dimostrare di essere persone a pieno titolo. Rimozioni, cambiamenti spaziali, cancellazioni e interventi sulle condizioni delle superfici, una costante preoccupazione per la perturbazione dei campi di disturbo erano all’ordine del giorno nell’ambulatorio, anche se si trattava di luoghi molto più piccoli del parco. Eppure la storia non vi si era inscritta in misura minore. Ogni malattia è come minimo la propaggine di una perturbazione, più spesso una zona perturbata che si è formata gradualmente. Ogni cellula ha una memoria e un potenziale di errore e, come appresi, le cellule tumorali sono quelle con la memoria più lunga e la più esigua passibilità di errore.
Il parco, che durante le mie prime visite mi aveva accolto pieno di promesse nella sua enigmaticità, non cedeva soltanto sotto il peso della sua storia, ma anche, un poco alla volta, sotto le demolizioni, i disboscamenti, le asportazioni. Mi tornarono alla mente processi simili a cui avevo assistito da bambina, non di rado sopraffatta dalla fragorosa radicalità delle azioni intraprese. Come la maggior parte delle persone che si sono trovate a vivere la propria infanzia nell’Europa centrale degli anni Sessanta e Settanta, sono stata anch’io ripetutamente testimone di intrusioni in panorami, località, superfici familiari cui veniva attribuito senza alcun riguardo un volto diverso, e l’impressione era sempre che in gioco ci fosse molto di più della creazione o dell’utilizzo di suolo edificabile. Una discarica di rifiuti ai margini della località in cui sono cresciuta, gigantesca nella mia percezione infantile, fu riempita di terra, senza dubbio ricavata da un intervento su un’altra superficie, spianata e trasformata nel sito di un tipico quartiere periferico con decine di identiche abitazioni monofamiliari, tutte dotate di un garage e di un piccolo giardino, la quintessenza dell’ordinario e del prevedibile. Niente poteva essere più lontano da una discarica, che restava tuttavia riconoscibile a causa delle esalazioni maleodoranti e in seguito anche per gli infossamenti e i cedimenti del terreno al di sotto degli ignari abitanti che vi si erano trasferiti. Una zona suburbana degli anni Settanta, in cui si credeva di poter tenere in scacco sotto un solido strato di cemento e asfalto i fantasmi che si sarebbe tanto voluto dimenticare: i ratti che sfrecciavano tra gli sterpi; gli invalidi di guerra spaesati, inconsolabili, senza un tetto, che d’estate si costruivano ripari di fortuna là dove la discarica si sfrangiava in una terra di nessuno e la sera cantavano canti militari, i cui brandelli sonori giungevano nei quartieri residenziali oltre la discarica portati dal vento; i sinti di passaggio due o tre volte l’anno che solo lì, ai margini della discarica, potevano sistemare le loro roulotte, sulle ceneri di passati falò festivi.
Un grande appezzamento di terreno che si andava inselvatichendo in modo inarrestabile, che da bambina vedevo dalla finestra ogni mattina, un malinconico paese delle fiabe che appariva diverso a seconda della luce e delle condizioni atmosferiche, fu riassegnato al comune quando i proprietari, scomparsi da venticinque anni, furono dichiarati «dispersi senza eredi», un eufemismo funzionale a un pacifico accordo sui diritti di proprietà e di utilizzo. Le trame di piante rampicanti e rami di sambuco, erba sussurrante e intricati arbusti di lamponi intorno a uno sghembo pergolato e a una panchina un tempo dipinti di verde furono vittima di un bulldozer e divennero un paese edificabile per una decina di palazzine con otto appartamenti ciascuna, l’odore del cemento umido arrivava fino al nostro lato della strada e si mescolava con quello che ora sapeva di bruciato ora di marcio della discarica e con le nuvole di gas di scarico dei camion che trasportavano terra avanti e indietro e seppellivano gli ultimi resti di memoria dei dispersi senza eredi sotto il loro carico. Erano anni di operosità, in cui i luoghi perturbati della Germania, all’Est come all’Ovest, dovevano essere resi irriconoscibili in più punti possibili. Questo meccanismo della cancellazione delle tracce era in funzione in tutti i Paesi del cosiddetto dopoguerra fiduciosi nel progresso, sia pure con ritmi diversi e per motivi del tutto differenti. Distruzione, sconvolgimento, perturbazione – era questa la sequenza prodotta dalla guerra, quella che verosimilmente produce ogni guerra. È come un’espirazione rantolante dopo una rumorosa inspirazione, in ordine inverso: perturbazione, sconvolgimento, distruzione, che culmina generando ripercussioni sulla vita, la natura, la materia, i luoghi che non è più possibile rendere reversibili.
Nelle ultime settimane della chemioterapia vidi cadere gli alberi, indipendentemente dalla marcatura furono tutti abbattuti, forse i contrassegni servivano solo per il successivo smaltimento. Quando osservavo i tronchi distesi, i segni sulla corteccia mi ricordavano i disegni tracciati sulla nuca di M. per la radioterapia eseguita prima della chemioterapia. Un cauto tratteggio intorno al sito dell’intrusione nel tumore più pericoloso situato in una vertebra cervicale, che dopo l’operazione bisognava irradiare. Gli alberi del parco dovevano cedere il passo a un utilizzo redditizio del terreno, le cellule tumorali nella nuca di M. dovevano essere bruciate per consentirgli di continuare a vivere. I procedimenti si assomigliavano in modo sconvolgente – metodi per la rimozione di elementi di disturbo. I tentativi di schermatura delle perturbazioni portavano a sconvolgimenti di tipo diverso.
Le ultime due sedute di chemioterapia le ho passate quasi interamente su una panchina, sotto le finestre degli ambulatori di oncologia in cui veniva somministrato il trattamento, perché passeggiare nel parco non era più possibile. Dalla panchina lo sguardo si posava ora senza ostacoli sullo stagno paludoso, da cui spuntavano i singoli pezzi scabri delle panchine fracassate. Un’ultima anatra disorientata si abbassò sotto i cespugli di rododendro superstiti. Mi domandai se il capo dell’Hauptamt für Volksgesundheit si fosse seduto su una delle panchine, e all’improvviso riuscii a dedurre qualcosa dalla loro distruzione. Vidi nella mia mente dipendenti in camici bianchi affrettarsi sui sentieri sfocati con gli elenchi di coloro che dovevano essere uccisi, forse allora un foglio era volato di nascosto tra i cespugli, dove l’anatra adesso cercava di nascondersi. Mi chiesi se lì i senza mani dovessero esercitarsi a piantare alberi per rinforzare la volontà, se bambini ingobbiti, dai piedi torti, affetti da nanismo avessero riso di tanto in tanto nelle radure di un tempo. I pazienti che andavano e venivano si schermivano impauriti dal sole accecante, la chemioterapia rende la pelle sottile, vulnerabile, soggetta a disturbi. Contai i fiori che avevo visto sbocciare dai freddi giorni di inizio primavera, mi vennero in mente l’erba trinità, la scarlatta, violette, anemoni, denti di leone, false ortiche, e tra essi i piumini appassiti della verga d’oro dell’anno prima, i rigidi calici lilla dei rododendri che erano stati certamente piantati ma nel terreno sabbioso e con quel clima si sarebbero moltiplicati con estrema rapidità se glielo avessero permesso. Sarebbero avanzati come un esercito, soffocando i piccoli fiori del salice canuto, facendo ammutolire gli uccelli e prendendo possesso del paesaggio. Ai margini di quello che un tempo era stato il prato di fronte all’edificio principale con i vetri rotti avevo individuato l’erba di San Gerardo e le piccole braccia sottili dell’achillea germogliata, il trifoglio strisciante e la mordigallina dai minuscoli fiori rossi, una pianta il cui nome tedesco, Gauchheil, contiene la parola Gauch, che un tempo indicava il cuculo o uccello pazzo, alla quale si attribuivano proprietà terapeutiche per i disturbi mentali.
Sedevo sotto le finestre degli ambulatori e sentivo involontariamente gli squittii, i fischi e i rantoli emessi dai macchinari per le infusioni quando una sacca era stata interamente riversata nel flusso sanguigno turbato. Ogni rumore, il segnale di un’intrusione nella vita delle cellule di una persona. Al di là di questo paesaggio sonoro, cercavo di ascoltare gli uccelli che avevo imparato a distinguere, e che dopo ogni settimana di ulteriori dissodamenti e spostamenti di terra nell’area del parco che si andava riducendo mi parevano più nervosi. E a poco a poco compresi che lì, così vicino agli ambulatori con i finestroni aperti, cercavano di imitare i suoni delle pompe programmate per le infusioni, quei sibili e tintinnii e cinguettii striduli tanto inconsueti in natura che non venivano da nessuna gola. Tra dolci note primaverili storni, fringuelli, cince, zigoli e luì, per i quali il parco come ambiente di vita andava scomparendo, si esercitavano a riprodurre quei rumori come una lingua straniera dalle regole sconosciute di cui dovevano elaborare l’intrusione nel loro mondo sonoro. Erano usignoli disturbati, come nel titolo del libro – mossi forse dalla vaga speranza che adattarsi a quella lingua di disturbo potesse armarli contro ciò che li minacciava.