di Michele Cecchini
INTRODUZIONE
Chi è lo scrittore contemporaneo? Soprattutto: a cosa serve? Sono domande che non interessano e su cui non vale la pena perdere tempo.
È sufficiente, in questa sede, rilevare la diffusione progressiva e su larga scala della figura dello scrittore all’interno del panorama culturale. Se si imbastisse un sondaggio in un qualsiasi consesso estemporaneo – una tavolata tra amici, lo spogliatoio della palestra, il bar – sarebbe rarissimo registrare la presenza di individui che non abbiano mai scritto né pubblicato un libro.
D’altra parte, lo strumento espressivo è il più accessibile e democratico – bastano un foglio di carta e una penna – e altrettanto accessibile oggi è la pubblicazione, quantomeno in proprio. Bastano un po’ di soldi, nemmeno troppi.
In sede introduttiva, dunque, sarà sufficiente dire che lo scrittore contemporaneo consiste in un individuo che abbia pubblicato un libro. Un libro qualunque. In qualunque modo. Anche ciclostile, non importa. Eventuali obiezioni potranno essere facilmente confutate: chi gioca a calcetto con gli amici non è forse un calciatore? Non si può definire cuoco chi appronta un piatto di spaghetti al burro?
Il presente prontuario è destinato dunque non a quei pochi che vorrebbero diventare scrittori, ma a quei tanti che già lo sono. Si forniranno norme, indicazioni e consigli affinché il Nostro scrittore, nel maremagno che lo attende, riesca a distinguersi dalla moltitudine dei suoi simili e con passo marziale proceda fino al raggiungimento della consacrazione definitiva (che vedremo più avanti in cosa consiste).
LO SCRITTORE CONTEMPORANEO
Il Nostro, insomma, pubblichi cosa e come gli pare, così da definirsi Scrittore, pur sapendo, in cuor suo, di essere un grandissimo autore. Meriterebbe le antologie, e prima o poi ci arriverà.
Non si dia pena attorno a concetti vaghi e inconsistenti quali talento, abilità, capacità. Sono del tutto secondari. Coltivarli comporta una fatica che non ripaga. Meglio impiegarla altrove.
Nell’autoattribuirsi il titolo di scrittore, il Nostro è agevolato dal fatto che i parametri sono totalmente aleatori. Se tra i centometristi vige impietosa e inconfutabile la sentenza del cronometro, per gli scrittori non è così e il Nostro ha tutte le carte in regola per sentirsi il migliore, senza che nessuno possa obiettare. Nel caso di palese insuccesso, d’altra parte, egli potrà imputare ad altro la ragione. Nessuno lo pubblica? Gli editori guardano alle vendite anziché all’espressione artistica. Non ha mai vinto un premio? Sono farlocchi. Ha ricevuto stroncature? La critica non è pronta. Non vende abbastanza? Egli certo non è disposto a piegarsi alle bieche logiche di mercato. E così via.
Tuttavia, se il Nostro vorrà giungere ai fasti delle Lettere, sarà bene che si concentri sull’unico parametro che conta: il favore del pubblico, quantificabile in termini di vendite. “Scrittore da totmila copie” è la definizione cui ambire, ben più di “caso letterario”, “grande autore” o altro.
IL FATTORE ECONOMICO
Qualcuno potrà rilevare che, considerato il contesto in cui agisce, dato il numero (esiguo) di lettori, tenuto conto del numero (abnorme) delle uscite, sarà ben difficile che il Nostro campi del proprio mestiere di scrittore. Infatti è così.
Il Nostro si metta l’animo in pace: la propria attività non avrà il minimo ritorno economico. Egli scriva per la gloria, per appagare il suo narcisismo, per essere additato in vita come uno dei più grandi o per quel che gli pare. Ma non per ricavarci il pane. Per inciso, sulla fama tra i posteri: visto che non se la potrà godere, la snobbi.
Ne consegue che il prerequisito per poter scrivere è essere ricco. Di famiglia o per una vincita al lotto, non importa. Poiché non potrà vivere del suo lavoro, il Nostro campi di rendita senza impelagarsi in altri impieghi che gli sottrarrebbero tempo prezioso che egli deve destinare solo in minima parte alla scrittura medesima. Per lo scrittore contemporaneo le cifre delle vendite dunque conteranno non in termini economici ma di circolazione del libro, in modo che egli possa alimentare ciò che è prioritario e imprescindibile: l’immagine di sé. Senza questa, senza promozione, la scrittura è destinata a rimanere invisibile e il libro è come se non fosse mai uscito.
Liberissimo, peraltro, di attivare collaborazioni, partecipazioni e contributi (tipo il presente). Sappia però che ne ricaverà poco o nulla. Non se ne abbia a male e si goda l’unico compenso previsto: “in termini di visibilità” è la moneta che sentirà tintinnare la pressoché totalità delle volte.
Qualora proprio non riesca ad astenersi da un qualche impiego, faccia in modo che questo contribuisca alla propria immagine di scrittore così che, a seconda dei casi, egli venga definito alla maniera delle Barbie: prof-scrittore, scrittore-barista, scrittore-pompiere e così via.
Se proprio vuole ricavare delle cifre, del tutto simboliche, dalla propria attività, il Nostro sprema quanto più possibile quelle poche briciole che il settore offre: gettoni di presenza, pernotti, vitto, rimborso spese. Non si periti di rifarsela sui librai e altre eroiche categorie, che già tanto si sacrificano. Grazie a quei denari coltiverà l’illusione di campare del proprio lavoro, in attesa dell’occasione che sistemerà tutto (di cui parleremo).
IL CONCEPIMENTO DELL’OPERA…
Prima di intraprendere la stesura della propria opera, il Nostro dovrà porsi la domanda cruciale: ciò che sto per scrivere piacerà al grande pubblico? Mi accingo ad affrontare un tema sufficientemente scottante?
Lasci dunque perdere orpelli inutili se non dannosi come l’urgenza espressiva e altre improbabili necessità. Il pubblico non gliele perdonerebbe.
Piuttosto, tenga conto che ciascun libro ha vita breve: sugli scaffali delle librerie staziona un mesetto o poco più, sostituito poi dalla marea incombente delle nuove uscite. Come ogni altro prodotto, perché di questo si tratta, i libri sono fatti per essere consumati ‘tutto e subito’. Anche per questo il Nostro badi bene a proporre le uscite a un ritmo serrato. Il timore di precipitare nel limbo dovrà accompagnarlo costantemente. Tra un’uscita e l’altra non rimanga silente ma registri sui propri Social Network l’attestazione dei “lavori in corso” del processo creativo: proponga immagini della scrivania, di pagine abbozzate, di fogli con tazze di caffè, della tastiera e, possibilmente, un gatto.
Quanto tempo dovrà dedicare alla scrittura? Senza dubbio i ritagli concessigli dalla promozione: di sé e, secondariamente, della propria opera. D’altra parte, egli viene prima di quello che scrive.
… E I SUOI CONTENUTI
Il Nostro tenga bene a mente: un libro che faccia pensare, che turbi il lettore con argomenti scomodi, è destinato al fallimento. Verrà immediatamente bollato con la peggiore delle etichette: palloso.
Sarà sufficiente un’idea di fondo che risulti, come si suol dire, fresca, intrigante. Attorno a questa il nostro aggiunga una spruzzatina di fatti (il giusto), un pizzico di divagazioni, e abbondi di colpi di scena, in modo da creare nel lettore l’effetto più auspicabile: l’apnea. Se il libro non viene letto “tutto d’un fiato”, se non tiene incollati, avrà vita ancora più breve di quella che già gli si prospetta. La lettura sia dunque un precipitare frenetico verso il disvelamento finale, che dovrà prevedere la carezza della ricomposizione. Il lettore ora potrà respirare, sapendo che andrà tutto bene. Il Nostro si astenga tassativamente da un finale anche un minimo aperto o, peggio ancora, triste. Il lettore tornerebbe in apnea e non glielo perdonerebbe.
Il testo includa quanto basta di sentimentalismo. Andranno accuratamente evitati gli eccessi di sgradevolezza: se presenti, sono da stemperare immediatamente. Il tono cupo volga in leggero e avvincente e grazioso, impegnativo quel poco che appaghi le velleità dei lettori cosiddetti “forti”.
Si dovrà accarezzare il lettore, coccolarlo, talvolta redarguirlo, più spesso spiazzarlo con frasi a effetto. E ancora divertirlo, distrarlo, agevolarlo nella sua esigenza di evasione e alla fine, come detto, rassicurarlo.
Un tocco di attualità non guasta, benché non troppo stretta: i tempi lunghi di uscita rischiano di proporre un argomento già superato. Il pubblico non perdonerebbe l’anacronismo, fossero anche dieci giorni.
Il Nostro si premunisca di guardare a qualche modello di riferimento, rendendolo riconoscibile, in modo che il lettore si compiaccia e si senta a proprio agio (il presente testo, per dire, guarda a un noto libello di Luciano Bianciardi).
Il Nostro non si dia pena di scrivere con tutta la cura. Non badi all’ispirazione. Posi di volata la lima. Tutto tempo perso. Il giro della frase, lo sguardo, la voce, la metrica nascosta sono fuffa masturbatoria che atterrisce. Anche perché per apprezzare queste faccende, il lettore dovrebbe leggere e rileggere. E chi si azzarderebbe?
Per ogni strana idea che il Nostro si mette in testa, sappia che se ne va una fetta di pubblico. Pertanto non osi. Rifugga lo sperimentalismo. Si smarchi dai residuati. Si adegui ai gusti del pubblico. Se proprio vuole cambiare qualcosa, abbassi di un poco l’asticella. Sia giovanile, leggero, simpatico. Ogni tanto faccia ridere con qualche calembour. Dissemini carinerie. Stemperi. Non faccia il pretenzioso. Vada sul sicuro. Non giochi con i cliché: sia lui stesso cliché. Tutto questo gli garantirà, se non il successo, quantomeno di non incorrere in un fiasco pauroso.
LA PROMOZIONE DI SÉ
Finalmente ci siamo levati di torno gli aspetti marginali del prontuario, quelli relativi alla scrittura.
Chi identifica uno scrittore con la sua scrittura, infatti, piglia una sonora cantonata. È ovvio che lo scrittore conta ben più. La scrittura sia solo un’emanazione della sua persona: è lui ad occupare per intero il quadro. Il libro è fondamentalmente un pretesto perché si parli dello scrittore. Il testo vero è lui.
La scrittura, dunque, sarà l’impegno minimo, collaterale. Quello che viene dopo l’uscita del libro è di gran lunga più importante, sfiancante e inderogabile, pena la morte istantanea del libro. Il Nostro si predisponga quindi ad arrancare disperatamente per guadagnarsi quel briciolo di visibilità lungo un cammino tortuoso che, per la quasi totalità dei casi, non conduce a niente. Per pochissimi, alla consacrazione. Che consiste, ora lo possiamo svelare, nell’ospitata televisiva su emittente nazionale.
Le riviste online sono troppe. Gli spazi sui giornali e sulle riviste cartacee sono pochi. Ma di libri si parla ancora meno alla radio e ancora meno in televisione. Ma questi pochi spazi hanno un impatto notevole. Sarà quasi impossibile che il Nostro riesca ad accedervi, perché viene proposto ciò che è già rodato e a colpo sicuro. Tuttavia, sia quello il suo obiettivo: comparire presso un brunovespa o un fabiofazio o gramellini e affini.
Nel frattempo, il Nostro sguinzagli uffici stampa (della casa editrice e in proprio), social media manager, webmaster e tutte le maestranze legate ai marchingegni contemporanei.
In considerazione del settore disgraziato e a volte ingrato, il Nostro non si periti a cedere a qualsiasi proposta. Trenta secondi in radio sono più che sufficienti per parlare di trama, temi, problemi, poetica, fonti di ispirazione e autori di riferimento. Abbia il dono della sintesi, senza pretesa di avventurarsi in disamine complesse, ovverosia pallose. La esiguità degli spazi lo consoli dell’avere dedicato poco tempo alla scrittura. Dica due-cose-due, a effetto. Si prepari una citazione colta ma simpatica, forte ed efficace, meglio se poco nota. Faccia in modo che si presumano tutti i mondi, elucubrazioni e pensieri che gli si agitano dentro. Presumerlo sarà più che sufficiente: nessuno avrebbe voglia di andare oltre.
Il Nostro giri, dunque, giri dappertutto. Vada dove lo chiamano e anche dove non lo chiamano. Si presenti, si proponga, si candidi. Non rinunci a niente: sagre, feste paesane, kermesse presso centri commerciali. Non faccia il sofisticato se dovrà parlare in mezzo a un Luna Park o di fianco alla pista da ballo. Tenga presente che, se prevede l’intervento di un artista (andrà bene anche definirsi così), un’iniziativa acquista spessore e lui guadagna, al solito, “in termini di visibilità”.
Partecipi a tutti i Festival letterari possibili, e poco gli importi di essere relegato in spazi minori alle 8 del mattino in uno scantinato, gli spazi principali essendo destinati a figure legate a tutt’altre discipline. Si insinui negli interstizi tra un lancio di aquiloni e un’apericena.
Tuttavia, al di là di tutto, lo scrittore per la promozione avrà sempre a disposizione le proprie armi, che sono sostanzialmente due: le presentazioni e i social.
LE PRESENTAZIONI
I soli eventi pubblici a cui il Nostro parteciperà, sono le presentazioni dei libri. I suoi.
Come la sua scrittura, egli dovrà essere leggero, spassoso, tuttavia non esimersi da una certa gravità ed esibita profondità. A questo proposito le citazioni, snocciolate al momento giusto con una certa sagacia, aiutano.
Nei confronti delle presentazioni medesime, aderisca al canone della cosiddetta sprezzatura: simuli indifferenza o, meglio, un certo fastidio, come un’incombenza cui adempiere, nonostante abbia altro da fare. Giunga in loco all’ultimo momento, se non un poco in ritardo, dopo aver fatto venti volte il giro dell’isolato. E pazienza se chi ospita avrebbe desiderio di relazionarsi con lui. Il suo tempo è prezioso e non può certo perderlo in dettagli.
Beninteso, a fronte di questa esibita nonchalance, sotto sotto caldeggi, implori a sfinimento librai, membri di associazioni e affini, perché organizzino le presentazioni medesime e le promuovano e garantiscano presenze. Successivamente tormenti le truppe cammellate degli amici perché prendano parte per l’ennesima volta. Millanti un rinfresco al termine. Basta che vengano, che occupino posti. Altrimenti dovranno fornire motivazioni convincenti, ma il Nostro gliela farà pesare lo stesso.
L’abito che indosserà alle presentazioni segua anch’esso il criterio di sprezzatura: trascurato con cura e impreziosito da uno o più accessori vezzosetti (calzini sgargianti? foulard? anelli? cappello?) che ne tradiscano l’eccentricità. Che suggeriscano quanto egli si prodighi a tenere a bada il suo innato anticonformismo.
Durante la presentazione, sappia essere uomo di spettacolo. Chi coordina l’incontro lo presenti con paroloni altisonanti. Egli si schernisca, non mostri compiacimento, tuttavia abbia l’aria di chi è abituato ai complimenti. Si imponga un aristocratico distacco. Del resto, si tratta di un tributo a lui, in perenne stato di grazia, e al suo libro, per il quale non deve assolutamente mancare l’aggettivo: ‘necessario’.
Prima di rispondere, il Nostro conti sempre fino a sette, quasi pigliasse la rincorsa, perché il silenzio genera attesa e contribuisce alla deflagrazione della risposta. Mentre parla, cerchi i contenuti di verità in alto, negli angoli del soffitto o chissà dove, verso l’ispirazione che gli è amica. Lo soccorrerà una calibrata gestualità, ampia o nulla a seconda dei casi. A volte rinuncerà a dire tutto, perché troppo complesso. Ammetta di perdersi egli stesso nei propri ragionamenti. Ciò suggerirà l’impressione di un animo tormentato: bel colpo.
Sarà fondamentale, agli incontri, che si intuisca un passato turbolento e dai contorni vaghi. Manifesti una certa reticenza circa la miriade di episodi complicati che ne hanno costellato l’esistenza. Ma si sbottoni un poco sugli inciampi nei trascorsi scolastici, costellati da comportamenti ribelli e insofferenza alle regole. Fermo restando che gli insegnanti, inadeguati, non hanno saputo cogliere le sue fin da allora evidenti capacità.
Abbondi di anglicismi e forestierismi. Non appaia una polverosa carcassa, ma uomo attento alle sollecitazioni della contemporaneità.
Adori parlare del processo creativo che lo investe. Sono gli argomenti, i personaggi, le storie che vanno a cercare lui. L’ispirazione lo coglie, ma lui non c’entra nulla. Anzi, fosse per lui, nemmeno scriverebbe. Il destino gli impone questa incombenza. Perché è bravo. Anzi, bravo è poco. Bravo lo si può diventare. Lui ha talento, porca miseria se ne ha! Ma il talento non lo apprendi: o ce l’hai o non ce l’hai. Lui ne ha da vendere e lo ha coltivato meno di quello che avrebbe potuto. Ma sia chiaro: se lo chiamano alle scuole di scrittura, ci vada.
Insomma, in tutta confidenza e senza falsa modestia e neppure sotto sotto, lo ammetta: il Nostro sa di essere il migliore. Se non lo dice apertamente, non è per pudore ma perché per pudore non gli viene rivolta la domanda.
Alle presentazioni, gli interventi da parte del pubblico sono graditi a patto che esprimano apprezzamento. E che il libro venga acquistato. L’esito dell’incontro si misura in termini di libri venduti, in un numero che non deve mai essere inferiore alla metà degli intervenuti. In caso contrario, il Nostro evidentemente ha avuto a che fare con un pubblico distratto, superficiale e insensibile.
Da quanto finora illustrato, si potrebbe desumere che il Nostro ami parlare di sé. Sbagliato. Egli detesta parlare di sé. Preferisce parlare dei suoi libri, che sono il pretesto per parlare di sé.
I SOCIAL
Il Nostro non potrà esimersi dal salire sulla giostra dei Social. Si iscriva a tutti. Strombazzi a più riprese io, io, io così che, nell’annaspare generale per un briciolo di visibilità, ogni tanto emerga la sua mano che si agita. A questo proposito, è da tenere presente la regola aurea: mai curarsi del fatto che le stesse persone siano costrette a sorbirsi gli stessi contenuti più e più volte.
Abbia a cuore di avere più persone che lo seguono di quante ne segue lui. Faccia post che siano leggeri, senza dilungarsi. Tuttavia, coltivi la presunzione che quello che pubblica abbia una risonanza enorme e sia oggetto di grandi dibattiti. Se non succede, non si abbatta e ritenti.
Faccia in modo che si capisca che sono gli altri a indurlo con insistenza ad esprimersi su tutto, dal suo punto di osservazione privilegiato: vicende di cronaca e fatti di costume. Se non è ferrato sull’argomento, non rinunci. Non ammetta di non sapere. La modestia è fastidiosa. Rigiri la cosa e vada a parare dove si sente più a suo agio, riciclando contenuti: durerà meno fatica. Politicamente, meglio se non prende posizioni troppo nette. Non appaia organico. Quando azzarda, chiarisca subito che si è trattato di una provocazione.
Si astenga tassativamente da riflessioni ardite sui massimi sistemi. Non interessano, anzi respingono. E poi essere riflessivi porta male.
Al testo meglio anteporre immagini e meglio ancora immagini di sé, specie se impegnato in faccende private, personali, intime. Si documentino grigliate, gite fuori porta, il footing, un film al cinema, un gatto. Egli inoltre sottoporrà ai followers il suo volto assorto, in controluce. Anche il mento nell’incavo di pollice indice va bene, a conferma dell’attitudine pensosa. Ma attenzione alla frequenza calibrata dei post. Né troppi (non si pensi che lui abbia tempo per queste cose) né pochi (il rischio che perennemente dovrà angosciarlo è quello di uscire dai radar).
Alle presentazioni qualcuno si faccia carico delle immagini, in modo che poi sui Social medesimi egli possa dare testimonianza dell’evento, con tanto di immancabile didascalia: “Tanta gente all’incontro di oggi…” e tutto l’eccetera eccetera dei gradimenti e ringraziamenti. Che l’inquadratura includa anche le ultime file, se la sala è piena. Se vuota (può capitare – e ne sia indignato, perché evidentemente l’incontro non è stato promosso come si deve), il fotografo non demorda e si concentri sui primi piani e su un totale con presentatore, qualora meritevole.
Nelle foto appaia serio, riflessivo, talora un po’ incazzato, non si sa bene con chi né perché. Virare in bianco e nero aiuta, ma si adempia velocemente: il post deve apparire a ridosso dell’evento stesso. L’indomani sarà già decrepito. Non guasterebbe anche qualche immagine che lo ritrae con un calice di vino, per un tocco bohemien.
Il libro appaia sui Social e ovunque, immortalato con tazzina da caffè, con un fiore o con altri oggetti evocativi, oppure nelle mani dell’autore sorridente dietro sfondi i più variegati. Come per i fotogrammi finali delle pubblicità dei detersivi. Meglio se il tutto è accompagnato da una frase a effetto estrapolata dal testo, a mo’ di slogan. In fondo, il libro è un oggetto di consumo.
Astenersi da queste dinamiche sarà subito interpretato come indice di serietà, dunque di pesantezza.
Si arrenda: il libro è un prodotto. Da masticare, da divorare e poi, una volta saputo come va a finire, non lo si apra più.
IO IO IO… E GLI ALTRI
Il Nostro nutra verso i lettori un sentimento di gratitudine e riconoscenza, perfino di stima: se lo leggono, significa che hanno gusti raffinati e che nella giungla delle pubblicazioni si sanno orientare. Per questo, agli incontri e ai firmacopie manifesti un atteggiamento benevolo. Non troppo confidenziale, ma neppure sprezzante. Si lasci adorare con mansuetudine. Faccia in modo che la sua luce illumini anche loro, che presume numericamente infiniti e tutti dediti.
Il Nostro non partecipi alle presentazioni altrui. Ascoltare qualcun altro e mescolarsi tra il pubblico è disdicevole e lesivo della sua immagine. Oltretutto, non ha niente da imparare. Per lo stesso motivo, non legga i libri dei colleghi. Se lo fa, ne esca rinfrancato dalla conferma che lui è il più bravo. Anzi, il più talentuoso.
Ad un’esplicita richiesta di partecipazione a un evento altrui, non si neghi. Giuri che parteciperà. Salvo poi sottrarsi. Affronterà l’eventuale richiesta di spiegazioni giustificandosi con il fatto di “essere stato trattenuto”, senza specificare.
Si guardi bene dall’organizzare incontri per terzi e quarti. Correrebbe il rischio di rimanere nell’imbarazzo di un ruolo ancillare. E poi non ha tempo da perdere. Unico caso in cui derogare: se c’è di mezzo un potente presso cui, poi, battere cassa.
Le apparizioni pubbliche prevedano fugaci comparsate a sorpresa nelle librerie, per controllare che i librai facciano il loro dovere, posizionando in bella vista i suoi volumi. Qualora non sia soddisfatto, se ne lamenterà nemmeno troppo sommessamente. Il libraio potrà rimediare dedicandogli qualche “storia” su Instagram, a tutta verve.
EFFETTI COLLATERALI
Questo è quanto. Per il resto, sarà opportuno simulare indifferenza verso tutto e tutti: alle richieste di amicizia, alle mail, agli apprezzamenti. In fondo, sono dovuti e magari il Nostro avesse tempo di rispondere.
Ad ogni modo, sarà bene imbastire quante più attività collaterali possibili, a far da zeppa alla immagine di sé. Diriga una rassegna. Una qualsiasi. Letteratura, arti, cultura varia. Basta che si sappia che è da lui diretta. Scriva per il teatro. Butti giù testi di canzoni. Partecipi a tutti i Premi. Recensisca lui stesso altri autori – solo se importanti. La recensione sia l’occasione di mostrare quanto è bravo e concluda sempre con giudizi positivi. Potrebbe poi tornargli utile, a ruoli invertiti. Trovi un agente, figo e di un’agenzia figa.
Il rapporto con l’editore sia sempre improntato alla conflittualità. Il Nostro lamenti costantemente una scarsa valorizzazione della propria opera. L’editore non sa di avere tra le mani un cavallo di razza e un giorno se ne pentirà. Ascriva all’editore il mancato conseguimento dei riconoscimenti che gli spetterebbero.
Coltivi le rivalità. Odi quanto più possibile i suoi colleghi. Sdegni i lettori che dichiarano di amare gli autori che lui odia.
NEGLI AMBIENTI CHE CONTANO
Il Nostro non rimanga in provincia. La provincia isola, distanzia, rende riflessivi. Si trasferisca in una grande città. A limite, dica di vivere tra Roma e Milano. Nel caso debba recarsi davvero a Roma o a Milano, trovi gente che lo ospiti. Non ricambi, dal momento che vive in provincia.
Frequenti gli ambienti che contano. Non importa se si sente a disagio. Non è lì per divertirsi o imparare o confrontarsi o condividere, ma per barattare un po’ del suo forzato interesse con una comparsata o una partecipazione, non importa a cosa o dove. Anche qui, simuli indifferenza e una certa noia, da vero habitué. Invece, come un coyote sia implacabile e febbrile nell’agguantare le persone giuste. Si faccia stare simpatici gli amici degli amici. Unga gli ingranaggi. Si finga stupito o rammaricato a seconda delle circostanze. Dia ragione all’interlocutore, a prescindere. Solo così otterrà, forse, un invito al prossimo festival. D’altra parte, non potrà che registrare l’indiscusso degrado qualitativo delle manifestazioni alle quali non viene invitato.
Nota a margine.
Nessuno si senta offeso. Le dinamiche su cui il testo ruzza, vede vittime un po’ tutti, compreso il sottoscritto. Se poi ne nascono spunti di riflessione, tanto meglio.
Michele
[Immagine: Iena, scrittrice contemporanea – @jean.gpt https://www.instagram.com/p/DUlSvbCCCCK/].
Tutto molto vero ma anche molto severo,nonostante il tono ironico.D’altra parte il fenomeno è connesso con un meccanismo economico che sfrutta solo i lati deboli dell’ umanità, gravissimo quando ne sono modello i potenti.Ben vengano le tue osservazioni se aiutano a fare un esame di coscienza in chi le legge.