di Zachary Schomburg
[Esce oggi per italosvevo Poesia come violenza di Zachary Schomburg (trad. di Bernardo Pacini). Presentiamo un estratto dal testo e dalla postfazione di Giuseppe Nibali.]
[…] Non so che cosa si provi a subire violenza fisica. Sono ingenuo riguardo al peso emotivo che una cosa del genere potrebbe avere. Quando avevo tredici anni, io e mia madre stavamo litigando in cucina. Non ricordo cosa dicevamo, ma ricordo che ero indignato, mi sentivo superiore e abbastanza temerario da poterle fare la predica – i giorni in cui ero io a ricevere lezioni mi sembravano ormai lontani. A un certo punto, mi ha tirato uno schiaffo in faccia. Lo sportello del microonde era aperto. Il sole entrava dalla finestra. Era la prima volta che venivo schiaffeggiato, e forse anche per lei era il primo schiaffo. È successo tutto in fretta. Un bagliore caldo di luce. Le chiesi perché lo avesse fatto. Non mi sarei mai aspettato che potesse accadere una cosa simile in quel momento. Non sapevo come sentirmi, se non confuso. Non sapevo se arrabbiarmi, vendicarmi o perfino sentirmi ferito. Non avevo mai provato una ferita di quel tipo. Quindi la mia domanda era sincera. Perché mai qualcuno dovrebbe fare questo? Ricordo la sua espressione quando le feci la domanda. Il suo volto si contrasse, e mi chiese subito scusa. Andò nella sua stanza e chiuse la porta. La sentivo dall’altra parte piangere sul letto. Non posso spiegare con esattezza come mi sentissi in quel momento, ma ora so che provo la stessa sensazione quando scrivo una buona poesia.
Ho fatto qualcosa di terribile. Ho fatto qualcosa meravigliosamente. C’è una nuova sensazione malata e curativa che ora devo trattenere e a cui devo dare un nome. Ma è la poesia che mi insegna quella sensazione, non il contrario. Non è qualcosa che si può prescrivere. Molte volte ho iniziato i miei corsi di poesia leggendo agli studenti The Triggering Town di Richard Hugo. Nei primi capitoli, più volte Hugo ci implora di lasciare la poesia al comando, di essere i lettori della poesia e non gli autori. Solo allora una poesia può essere violenta, può conoscere la propria violenza, perché il poeta ne è la vittima e non l’esecutore. Il poeta deve essere spaventato da ciò che potrebbe accadere dopo, da qualcosa che, idealmente, non potrebbe mai aspettarsi.
Una poesia è una manipolazione della realtà, o forse una mutilazione della realtà. Una poesia è intrinsecamente violenta. Nel momento in cui cerchiamo di ricreare qualcosa della nostra realtà, o della nostra realtà interiore, mettendo insieme le parole, abbiamo già perso. L’atto intrinsecamente violento di scrivere una poesia è piuttosto un modo di comprendere qualcosa di nuovo attraverso l’accostamento di parole, mutilando la realtà.
La violenza in una poesia è quando qualcosa devia dal sentiero su cui si trovava. Una poesia non è un sentiero. La violenza è uno scuotimento, un movimento drastico, un assalto drammatico o impercettibile contro l’aspettativa, contro non solo il soggetto e le immagini di una poesia, ma anche contro la sua logica, il linguaggio, il verso e la sintassi. Una poesia è un conflitto. Spesso incontro giovani poeti che hanno ristretto il loro raggio d’azione, i confini di ciò che è possibile nella loro poesia, rifiutandosi di scuoterla e rovesciarla per trovare la bellezza, per trovare qualcosa di spaventoso. Si rifiutano di scoprire qualcosa che non abbiano già sperimentato o conosciuto. Si rifiutano, come noi ci rifiutiamo di considerare il nostro inevitabile disfacimento. […]
“Poesie scelte”
di Zachary Schomburg
INVISIBILE E NON INVISIBILE
Una donna dà alla luce due gemelli identici. Uno si chiama Invisibile, l’altro si chiama Non Invisibile. Uno non si può vedere e l’altro si può vedere. Quello che non si può vedere si chiama Invisibile. Quello che si può vedere si chiama Non Invisibile. Li cresce entrambi in una casa. Sebbene siano sempre al suo fianco, vicini l’uno all’altro, lei si addolora per quello che non si può vedere, Invisibile. Oh Invisibile, oh Invisibile, piange guardando Non Invisibile. Dopo un po’, diventa difficile distinguerli l’uno dall’altro.
(Da Scary, No Scary)
IL TUO DOLORE NON E’ ABBASTANZA
Io e mio padre stavamo giocando a softball nel parco quando è apparsa una famiglia avvolta in lunghe vesti nere. Se ne stavano lì, sulla prima linea di base. «Ehi, possiamo giocare?», hanno detto. Il suono della loro voce sembrava quello di un vecchio organo. «Mi spiace», ho detto. «È una partita tra me e mio padre». «Va bene», hanno detto. «Giusto». Mio padre mi lanciò un pallonetto dal monticello. Capivo che voleva semplicemente procedere col gioco. Anche da quella distanza, la famiglia con le lunghe vesti nere sembrava pesante come mille tonnellate di tristezza. La loro tristezza oscurava il sole. Il lancio di mio padre era perfetto, preciso al centro, ma io non ho avuto il coraggio di colpire. «Perché non hai colpito?», disse la famiglia. «Era precisa al centro». Avevano ragione. Non avevo scuse. Ho perso una luce, ogni sentimento, forse per sempre. Come altro dirlo? Papà? Non avevo sangue. Non avevo sangue. Il mio sangue sanguinava, ma io non sanguinavo sangue.
(Da Fjords vol. 2)
PAURA NON PAURA
Tornerai
alla tua casa
d’infanzia
dopo una vita
la troverai
abbandonata. La
vernice rossa sarà
corrosa dal tempo.
Penderà
visibilmente verso ovest.
Avrà
un buco sul tetto
dal quale escono
pipistrelli.
Il vecchio
ricurvo
sulla soglia di casa
sarà pronto
a farti fare un giro,
ma prima ti chiederà
paura, o non paura?
Tu devi dire
non paura.
(Da Scary, No Scary)
*
Per un’estetica della violenza in poesia
di Giuseppe Nibali
Tu sei un poeta. Sei un bugiardo. Sei un artista. Sei un essere umano violento. Sei un essere umano. Tu morirai. Così scrive Zachary Schomburg, di me e di te che leggi, di noi. Siamo esseri violenti e dobbiamo capirlo in fretta. Capirlo e scenderci a patti. Niente, diceva de Sade, riesce a contenerci; Bataille era convinto che nulla potesse fermare la nostra violenza. Poesia come violenza è un saggio ipnotico, raramente mi è capitato di stringere tra le mani qualcosa che in maniera così puntuale racconta il contemporaneo. Zachary Schomburg scrive queste pagine per illustrarci il suo modo di fare poesia (o di approcciarsi a essa) e insieme rivela qualcosa di importante sul nostro tempo e sulle sue derive estetiche, che sempre di più hanno a che fare con la violenza, pur se declinata, da autore ad autore, da medium a medium, in forme diverse. È un tema a me molto caro, al punto da farne io stesso motivo di ricerca come osservatore di un’epoca, la nostra, in cui la violenza sembra trovare uno spazio differente rispetto al passato, con un catalogo di espressioni artistiche oscenamente violente. Com’è normale, tutto questo riguarda anche la poesia del contemporaneo, nella quale si assiste a una mutazione che potremmo definire antropologica: l’Homo sapiens è visto sempre più come individuo appartenente alla specie, non alla società, né a uno stato. La poesia contemporanea non ha per oggetto il cittadino, l’impiegato, il soldato, ma l’animale uomo, spesso legato metaforicamente o analogicamente a una violenza che terrorizza e insieme attira. Immagini di violenza, di sesso, di morte; immagini intrinsecamente cruente: esecuzioni, scuoiamenti, torture; e poi violenze collettive, guerre, malattie, emigrazioni. Questo compare in molta parte della poesia di oggi, come pure in queste pagine di Schomburg. La violenza ci colpisce ancora così tanto perché rimane un elemento rimosso della società. Nelle tribù arcaiche doveva essere imbrigliata attraverso il sacrificio, per consegnare alla comunità l’esperienza della frammentazione dell’ente, punto di accesso privilegiato alla dimensione della totalità. Nella società tragica questo imbrigliamento avveniva tramite il mascheramento della violenza (l’osceno) e la successiva catarsi, che riguardava tutti i cittadini con questo diritto. Nella società religiosa, soprattutto quella monoteistica, ogni aspetto ruotava attorno alla mortificazione dell’infedele. Oggi invece non sembrano esserci più argini per controllare l’orrore e la violenza, che per questo hanno un effetto diverso. Gli umani hanno una storia di violenza, questa sembra irrorare l’Homo sapiens come un tratto zoologico specifico. […]