di Alejandra Pizarnik (trad. di Matteo Lefèvre)

 

[Esce il 30 giugno per Crocetti un volume che raccoglie la Poesia completa di Alejandra Pizarnik. Pubblichiamo in anteprima una scelta di testi e la nota del curatore Matteo Lefèvre].

 

Quella con gli occhi aperti

 

la vita gioca sulla piazza

con l’essere che non sono mai stata e sono qui

danza il pensiero

sulla corda del mio sorriso

e tutti dicono che questo è successo ed è

sta succedendo

sta succedendo

il mio cuore

apre la finestra

vita

sono qui

la mia vita

il mio solo e intirizzito sangue

picchia sul mondo

ma voglio sapermi viva

ma non voglio parlare

della morte

né delle sue estranee mani.

 

*

 

Origine

 

C’è da salvare il vento

gli uccelli bruciano il vento

tra i capelli della donna solitaria

che ritorna dalla natura

e tesse tormenti

C’è da salvare il vento

 

*

 

Canto

 

il tempo ha paura

la paura ha tempo

la paura

 

passeggia nel mio sangue

strappa i miei migliori frutti

devasta le mie desolanti mura

 

distruzione di distruzioni

solo distruzione

 

e paura molta paura

paura.

 

 

*

 

In attesa dell’oscurità

 

Quell’istante che non si dimentica

Così vuoto restituito dalle ombre

Così vuoto rifiutato dagli orologi

Quel povero istante adottato dalla mia tenerezza

Nudo nudo di sangue di ali

Senza occhi per ricordare le angosce di un tempo

Senza labbra per raccogliere il succo delle violenze

Perdute nel centro dei gelidi campanili.

 

Proteggilo bimba cieca dell’anima

Donagli i tuoi capelli iridati dal fuoco

Abbraccialo piccola statua di terrore

Indicagli il mondo convulso ai tuoi piedi

Ai tuoi piedi muoiono le rondini

Tremanti di timore di fronte al futuro

Digli che i sospiri del mare

Inumidiscono le uniche parole

Per cui vale la pena vivere.

 

Ma quell’istante che trasuda il nulla

Rannicchiato nella caverna del destino

Senza mani per dire mai

Senza mani per donare farfalle

Ai bimbi morti.

 

 

*

L’ultima innocenza

 

Partire

in corpo e anima

partire.

 

Partire

disfarsi degli sguardi

pietre opprimenti

che dormono nella gola.

 

Devo partire

mai più inerzia sotto il sole

mai più sangue annichilito

mai più in fila per morire.

 

Devo partire

 

E allora datti slancio, viaggiatrice!

 

 

*

 

Poesia per Emily Dickinson

 

Dall’altro lato della notte

la attende il suo nome,

la sua furtiva ansia di vita,

dall’altro lato della notte!

 

Qualcosa piange nell’aria,

i suoni disegnano l’alba.

 

Lei pensa all’eternità.

 

*

 

Una breve nota

di Matteo Lefèvre

Alejandra Pizarnik (1936-1972) è giustamente considerata una delle autrici latinoamericane più interessanti del Nove-cento e, accanto a figure come Sylvia Plath o Antonia Pozzi, incarna una poesia al femminile della sofferenza, una scrit-tura della solitudine e del malessere che rispecchia appieno il disagio privato e storico del “secolo breve”. Nata a Avel-laneda, in Argentina, da famiglia ebrea di origine russa, co-minciò a far poesia già negli anni universitari, quando andò a vivere in una Buenos Aires piena di artisti e intellettuali legati al surrealismo e poi alle nuove correnti dell’esistenzia-lismo e della psicoanalisi. I suoi versi d’esordio (La terra più estranea, 1955) risentono di tali suggestioni, che nel mondo ispanoamericano coincidono spesso con l’estenuazione del linguaggio poetico, con la scelta di un lessico a volte opulen-to, a volte prosaico, e con un’accumulazione sintagmatica di difficile lettura o decifrazione (“cucitura schiodata nel mio caos umore diario/ rintoccare infinito arpa graffiata/ cadaveri lacrimosi mare salino”; “mari gelati che trascinano immondizie onde anelli dorati ardori negli occhi” ecc.). È così che i primi testi di Pizarnik, che sul piano ritmico op-tano per un’alternanza tra misure regolari e sequenze meno ortodosse, ci appaiono intrisi di analogie poderose (“due mani di trifoglio rotto”; “ricordare tre ruggiti di/ tenere montagne e radio scure”; “la tua opacità ruberà fonti di ver-de sapone”), intessuti di immagini complesse, la cui natura profonda attinge a un espressionismo accentuato (“il tempo ha strangolato la mia stella”; “cognac bordeaux-giallogno-lo/ rigetta risciacqui sanguigni”). In particolare, questo gu-sto surrealista in salsa spagnola si costruisce su un circuito triangolare che abbraccia le realtà più vive del Cono Sur, Parigi e Madrid, e ha tra i modelli privilegiati la scrittura possente di Poeta en Nueva York di García Lorca, ma in ge-nerale tutta la corrente panispanica erede del modernismo e delle avanguardie di inizio secolo e protagonista dei vari “-ismi” della prima metà del Novecento, dai sudamericani Vicente Huidobro, Oliverio Girondo e César Vallejo agli spagnoli Juan Larrea e Vicente Aleixandre.

 

Tuttavia, dopo questa fase sperimentale e per certi aspetti derivativa, che coincide con la giovinezza dell’autrice e con un’epoca di intense letture (da Mallarmé a Joyce e a Artaud, tra gli altri, oltre ai classici del Novecento iberico), nella poesia di Pizarnik già a partire dalle raccolte successi-ve (L’ultima innocenza, 1956; Le avventure perdute, 1958) si affaccia un realismo inquieto, sofferto, che trova riflesso in un verlibrismo marcato, in una scrittura a tratti singhiozza-ta, e si manifesta una singolarità acuminata sul fronte dello stile e dei contenuti, riflesso delle nevrosi e delle insicurezze che punteggiano le vicende della scrittrice. È in questo periodo che si sottopone anche a diverse sessioni psicoanalitiche con León Ostrov, uno dei pionieri di tale branca sulle sponde del Río de la Plata, con il quale intrattenne un car-teggio pluriennale che appare un documento significativo per la ricostruzione di alcuni aspetti della biografia dell’au-trice e che è stato recentemente pubblicato anche in Italia. Ancora attingendo in parte alla tradizione sopra ricordata, nella raccolta del ’56 troviamo dunque una tendenza all’au-toanalisi che contraddistinguerà d’ora in avanti i suoi versi, con picchi verso l’alto e verso il basso, slanci volontaristici o ripiegamenti impregnati di disincanto e pessimismo (“que-sta lugubre mania del vivere/ questa recondita facezia del vivere/ ti trascina alejandra non negarlo”; “la paura// pas-seggia nel mio sangue/ strappa i miei migliori frutti/ devasta le mie desolanti mura”). Siamo di fronte a quell’inesorabile male di vivere con cui l’autrice dovrà fare i conti per tutta la vita e che la porterà a vagare tra accensioni improvvise, disillusioni e tormenti fino ai suoi ultimi giorni, come pure testimoniano le “avventure perdute” del libro successivo, affine in buona misura, per motivi e stilemi, al precedente. Anche qui emerge un élan vital genuino (“Oh penetrare con vino il dolce bisogno di essere”), che nondimeno si scontra con la verità immobile e aggressiva dell’esistenza (“Come il vento senza ali rinchiuso nei miei occhi/ è la chiamata della morte”).

 

Dopo alcuni anni di studi presso la facoltà di Lettere della capitale argentina e dopo aver seguito anche dei corsi di pittura, la giovane poetessa sceglie di abbandonare l’acca-demia e di dedicarsi interamente alla scrittura. È così che si trasferisce a Parigi (1960-64) e nella Ville Lumière conosce personalità del calibro di Georges Bataille, Italo Calvino, Simone de Beauvoir, Julio Cortázar e Octavio Paz, il qua-le scrive il prologo alla sua quarta silloge: Albero di Diana (1962). In questo periodo comincia anche a lavorare come traduttrice e intraprende diverse relazioni sentimentali con altre donne, portando a compimento un processo di eman-cipazione personale e letteraria che sarà alla base dei libri della maturità. Nell’opera appena menzionata troviamo in-fatti una presa di coscienza vigile e dolente (“Qui viviamo con una mano premuta sulla gola”; “io e colei che sono stata ci sediamo/ sulla soglia del mio sguardo”), che il più delle volte conduce nel vicolo cieco della privazione (“vita mia, lasciati avvolgere dal fuoco, da silenzio ingenuo, da pietre verdi nella casa della notte, lasciati cadere e soffrire, vita mia”) o del fallimento (“Che niente è possibile lo sapevano già quelli che inventavano piogge e tessevano parole con il tormento dell’assenza”; “questo canto mi sconfessa, mi imbavaglia” ecc.). Tra le righe, in ogni caso, i versi rivelano anche una riflessione solida sul proprio fare poetico e una più concreta presenza del sentimento amoroso (“guardati da me amore mio/ guardati dalla donna silenziosa nel de-serto/ dalla viaggiatrice con il bicchiere vuoto/ e dall’ombra della sua ombra”). In questi stessi anni, del resto, è proprio un amore impetuoso a irrompere nella vita di Alejandra: si tratta della poetessa Cristina Campo, per cui sentì una viscerale attrazione che tuttavia non venne mai corrisposta dalla scrittrice italiana, la quale mantenne comunque con lei un rapporto epistolare duraturo.

 

Da qui in avanti la sua poesia, che alterna in maniera crescente verso e prosa, si fa più densa, misteriosa, dolorosa-mente consapevole. Tornata a Buenos Aires dopo l’esperienza francese, pubblica le sue raccolte più conosciute – Le opere e le notti (1965), Estrazione della pietra della follia (1968) e L’inferno musicale (1971) – ma vede aggravarsi il suo cronico stato depressivo, che la obbliga a diversi rico-veri psichiatrici (uno dei testi pubblicati postumi e risalenti a questi anni s’intitola proprio Sala di psicopatologia). Nella prima di queste tre sillogi, il cui titolo rievoca per antitesi l’opera esiodea, la poesia stessa si erge a “luogo della ferita/ da cui diciamo il […] silenzio”, altare di una “cerimonia troppo pura” che non concede salvezza, tempio altresì di un eros sensuale, trionfante (“estingui il furore del mio corpo elementare”; “Solo tu fai della mia memoria/ una viaggia-trice affascinata,/ un fuoco incessante”) ma insieme fonte di “brama” irrisolta (“Ti annunci come la sete”) e di pena ineluttabile legata alla fuga o all’assenza (“Non la poesia della tua assenza,/ solo un disegno, una crepa su un muro,/ qualcosa nel vento, un sapore amaro”). In effetti, se da un lato l’atmosfera “notturna” di questa silloge si fa teatro del-la passionalità che innerva numerosi affreschi, dall’altro di-viene anche complice ansiogena, perturbante, che circon-da l’autrice nel suo vivere e nel suo scrivere quotidiani. E allo stesso modo risalta i turbamenti, i dubbi che Pizarnik vive nel rapporto con il linguaggio, con il suo stesso mezzo espressivo (“quando è notte, sempre,/ una tribù di parole mutilate/ cerca asilo nella mia gola”); così come con i fune-sti presagi che la accompagnano fin dall’adolescenza (“La morte sempre a fianco./ Ascolto il suo parlare./ Sento soltanto me”).

 

Nell’Estrazione della pietra della follia le componenti poc’anzi descritte si declinano e rafforzano in una parabola di umori che, complice anche la morte del padre, tradisco-no l’alienazione progressiva della scrittrice, vanamente a caccia di un verbo in grado di illuminare, di esaudire l’an-goscia implacabile del cuore. Ne nascono scorci vibranti, prose liriche in cui nuovamente si accampa una cifra espres-sionistica che racconta un’anima solitaria preda di ombre e fantasmi (“Dentro la tua maschera lampeggia la notte. Ti trafiggono con stridii. Ti martellano con uccelli neri. Colori nemici si uniscono alla tragedia”; “Un impiccato dondola da un albero marchiato con la croce lilla”). Proprio le figure umbratili che in quest’epoca popolano i testi di Alejandra cominciano così a diventare metafore ossessive del sé e delle sue trasfigurazioni (“Fai la guardia da questa stanza/ in cui l’ombra da temersi è la tua”), emblemi di donne desiderate o perdute (“Ogni notte, nella durata di un grido, giunge un’ombra nuova. Da sola balla la misteriosa e autonoma ragazza. Sento anch’io la sua paura di animale molto gio-vane nella prima notte di caccia”), silenziose testimoni di un disagio al contrario magniloquente. In altri frangenti, le riflessioni dell’autrice sono contrappuntate da una par-titura più distesa ma dai ritmi tutt’altro che omogenei, il più delle volte secchi, strozzati; da questi insiemi emergono tuttavia anche versi morbidi, in cui la confessione appare più pacata, la memoria più nitida (“il mio corpo si apriva alla conoscenza del mio stare/ e del mio essere confusi e diffusi/ il mio corpo vibrava e respirava/ al ritmo di un can-to ora dimenticato”). Ad ogni modo, anche in questo libro campeggia un egotismo senza freni, schiacciato tra cruda verità e paranoia, un’egolatria eterodossa che fa del sogget-to lirico un antimodello, l’epicentro di una “malattia” che si snoda sulle note di una sinfonia caotica, come pure certifica l’ultima raccolta edita in vita. Nel suo privatissimo Inferno musicale, di fatto, l’autrice dirige un’orchestra di “presenze inquietanti”, con “segni che insinuano paure indecifrabili”, e in questo scenario trova nuovamente spazio il problema della scrittura, che sembra anch’essa destinata a un orizzon-te infruttuoso (“ci perdiamo, io e la poesia, nel tentativo inutile di trascrivere rapporti ardenti.// Dove la porta la scrittura? Al nero, allo sterile, al frammentato”; “La quan-tità di frammenti mi dilania// Impuro dialogo// Un proiet-tarsi disperato della materia verbale”). Dopo vari viaggi tra l’Europa e gli usa a cavallo degli anni settanta, la scrittrice torna infine in Argentina, ma ogni tentativo di rapporto con gli altri e con il mondo, dalla famiglia alla compagna e agli amici, appare minato alla radice da uno stato di in-stabilità inveterata e assume una dimensione monologica in cui la solitudine diviene sostanza di vita e poesia. Nei versi dell’ultimo periodo – rimasti inediti per anni, ma inclusi in questo volume – continuano a trovare sfogo, con una forma d’espressione sempre più elaborata e insieme riconoscibile, tutte le ossessioni e le “ombre” che abbiamo intravisto finora. Sulla stragrande maggioranza dei testi aleggia un alone mortifero, in cui afflizione e disincanto sembrano lasciare sempre più spazio all’ironia feroce, quando non proprio al sarcasmo (“sogna sogna che non sei qui/ che te ne sei già andata/ che ormai tutto è finito”; “ciò che dico è imitazione della natura, una natura morta. Parlo di me, naturalmente”) e alla compiaciuta celebrazione di una rinuncia definitiva (“è tardi per riconoscere il sole/ […] il sole è qui la sua pri-mavera è nera/ il sole è qui ed è tardi”; “Io preparo la mia morte”; “Mi ritiro, mi allontano dalla mano grinzosa, non conosco altro che la notte scura” ecc.). In questo clima di “silenzio”, “abbandono”, “perdita” e “naufragio” – sono solo alcune delle parole-chiave che ricorrono nella sua produzione più tarda –, un’Alejandra ogni giorno più fragile cede varie volte alla tentazione del suicidio, unica ricetta apparente contro il disamore nei confronti della vita: riesce nell’intento il 25 settembre 1972, a soli trentasei anni, ingoiando alcune pastiglie di Seconal. Dalla sua tragica morte nasce però anche il mito della sua poesia, a cui è giusto la-sciare l’ultima parola: “Quando la notte sarà la mia memoria/ la mia memoria sarà la notte”.

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