di Massimo Raffaeli
[Era al culmine della sua vicenda di storico della letteratura e di intellettuale, Romano Luperini, quando nel marzo del 2001, sotto il portico della Certosa di Pontignano si lasciò intervistare ai margini di un convegno che non solo dava la parola ad alcuni maestri della poesia (e tra costoro Elio Pagliarani si produsse in una lettura travolgente di Rosso corpo lingua) ma suggellava il secolo degli studi interrogando le parole-chiave di una nuova ermeneutica che era già divenuta di senso comune (e qui basti pensare a lemmi quali Postmoderno e specialmente Canone, perché il libro di Harold Bloom era stato tradotto da cinque anni appena). Con la nettezza che gli era consueta, Luperini segnalava alcune impasse scrutabili nell’orizzonte che, per parte sua, definiva della modernità parossistica: vale a dire il venir meno della esperienza concreta e tridimensionale e con essa della capacità di leggere contraddizioni e conflitti sociali, infine il tramonto anzi il lungo addio alla figura non già dell’autore tout court (che avrebbe viceversa proliferato) ma dello scrittore-intellettuale che era tipico del Novecento. Nelle sue parole si sente la lezione di alcuni maestri (su tutti Fortini, ovviamente) e nel frattempo la consuetudine interpretativa con i classici più versati all’espressione delle res durae, da Verga (cui nel ’76 egli dedicò lo stupendo libretto che inaugura la sua prima maturità di studioso: Verga e le strutture narrative del realismo. Saggio su Rosso Malpelo) a Federigo Tozzi fino ai grandi narratori russi e francesi del secolo XIX. Un confronto, il suo, che comportava il recupero della realtà tridimensionale dell’esperienza tramite la mediazione intellettuale, cioè il vincolo e l’obbligo che, in primo luogo, legittimano l’insegnamento della letteratura.
Se posso qui aggiungere una minima nota personale, mi è particolarmente caro il ricordo della prima volta in cui ho incontrato Romano, nella primavera del 1981. Invitato in Ancona da Franco Scataglini per una presentazione del suo Novecento, appena edito da Loescher, insieme con Francesco Scarabicchi lo accompagnammo nella parte alta della città, in vista del mare, nelle stesse strade in cui Visconti aveva girato Ossessione pochi mesi prima che venissero annientate dai bombardamenti. C’era un gran vento, Romano aveva un trench che a malapena lo riparava. Non ricordo il contenuto dei suoi ragionamenti ma ho memoria precisissima del fatto che parlasse sempre con serietà e che prendesse la parola solo per intima necessità. La lettura delle sue pagine, nei decenni successivi, me lo ha confermato. (mr)]
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“Una riflessione sulla fine del Novecento, che non è una categoria cronologica, ma una categoria critica. Si tratta di vedere il rapporto fra continuità e rottura sia alle origini del secondo ‘900 (fra il ’45 e il ’56) sia alla metà degli anni ’70, quando comincia una fase nuova, caratterizzata dall’epigonismo, dal manierismo, dal citazionismo. Si tratta, dunque, di riflettere su movimenti in atto, allo stato fluido”. Così Romano Luperini spiega il senso del convegno Genealogie della poesia nel secondo ‘900 che l’Università di Siena ha ospitato a Pontignano e del quale è stato promotore insieme a Maria Antonietta Grignani. Studiosi e poeti – fra gli altri Guido Guglielmi, Alfonso Berardinelli, Enrico Testa, Niva Lorenzini, Laura Barile, Antonio Prete, Francesco Leonetti, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Florinda Fusco, Ermanno Krumm, Fabio Pusterla – si sono confrontati su assetti e dinamiche della recente poesia italiana, la cui ricerca (tra eclissi dell’avanguardia, isolamento, tentazioni del cosiddetto postmoderno) testimonia tuttavia di una vivacità inversamente proporzionale all’opacità mediatica e alla marginalità editoriale. “Avanguardia”, “postmodernità”, “canone”, “crisi dell’editoria poetica e della critica”, sono espressioni rimbalzate come parole-chiave fra relazioni e interventi. A proposito di esse, Luperini ha accettato di rispondere ad alcune domande.
Oggi la parola- chiave è postmoderno o postmodernismo…
Il problema è complesso perché è anzitutto un problema di definizione storica e di periodizzazione. Credo che qualcosa di nuovo è avvenuto, in Europa all’inizio degli ’80, in America una quindicina di anni prima, e ha a che fare con la rivoluzione informatica, la virtualità, il tramonto dell’esperienza concreta, la sensazione che tutto è stato già visto e letto, l’ideologia della fine delle contraddizioni. Il problema è quale nome dare a tutto questo e vedere se questa rottura abbia un valore epocale o no. Credo che si possa adottare, in mancanza di meglio, la definizione di “postmoderno”. Personalmente do a questa definizione un valore neutro, in sé né positivo né negativo: descrive, semplicemente, una fase. Non credo rappresenti una svolta epocale, penso invece che il postmoderno sia un’acutizzazione parossistica del moderno. E infatti con il postmoderno non abbiamo assistito né a una rivoluzione economica né a una rivoluzione politica né, tanto meno, a una rivoluzione sociale. Le forme di trasmissione del potere sono ancora quelle di tipo capitalistico, siamo ancora all’interno di una storia che potremmo chiamare della “modernità”. Se poi consideriamo i risultati estetici e letterari, notiamo già due momenti diversi del postmoderno in letteratura. Una cosa, per esempio, è l’opera di Eco, dell’ultimo Malerba, e anche di certo Tabucchi; un’altra è il postmoderno dei cosiddetti “cannibali”. In quella che potrebbe definirsi la prima generazione postmoderna c’è ancora un citazionismo letterario, che dunque si confronta con la tradizione propriamente letteraria, fatta di parole e di carta; viceversa i più giovani si confrontano con una tradizione fatta di cartoons, derivata dal cinema, dalla tv, dai fumetti, un gergo dove non esiste più l’italiano tradizionale ma un linguaggio o un impasto linguistico composto di termini stranieri, settoriali, merceologici, pubblicitari.
Ma esiste, per così dire, un postmoderno all’italiana?
Tutto sommato penso che esista, e può essere caratterizzato in due modi: da un lato da una spettacolarità molto esibita, ai limiti del viscerale e del volgare, dall’altro (come sempre, in Italia) dal compromesso. Un compromesso verso cui ha occhieggiato (in maniera, ovviamente, molto intelligente) lo stesso Calvino, e dove tornano soluzioni del passato. Anche Eco, d’altronde, opera un compromesso tra il divertissement tradizionale, tipico del ceto professorale, e un divertimento più nuovo, giocato sulla frizione tra piani diversi dell’espressione, che è poi una caratteristica del postmoderno americano.
Come si colloca la produzione poetica in questo orizzonte?
La situazione della poesia è diversa da quella della narrativa, perché la poesia non ha mercato, o lo ha scarsissimo. Sta ai margini e questo l’ha in un certo senso preservata, garantendole risultati più interessanti. Detto questo, quella della poesia rimane una situazione di solitudine e marginalità: lo spazio che le case editrici dedicano oggi alla poesia è molto inferiore a quello che le dedicavano negli anni ’60 e ’70, basta pensare a quanto facevano Mondadori, Einaudi, Garzanti, Feltrinelli e Guanda in quegli anni e a quanto fanno oggi. Oggi gli editori pubblicano solo poeti già storicizzati, come fiori all’occhiello, peraltro a tiratura molto limitata. Più che altro oggi c’è un interscambio fra produttori e fruitori, anzi i produttori sono molto più numerosi dei lettori; manca un vero e proprio pubblico della poesia. Ma la crisi è collegata ad altri elementi: per esempio, i poeti sono sempre più poeti-poeti, non sono più poeti-intellettuali, voglio dire che non si battono più per una poetica, non hanno più un programma, spesso sono o si dichiarano incapaci di difendere le proprie posizioni, non se ne assumono la responsabilità. E’ venuto meno il problema della legittimazione della poesia: in modo diverso, Fortini, Sanguineti, Sereni, hanno posto il problema della legittimità della poesia, mentre oggi si scrivono spesso poesie così come si cammina sui prati, o come si fa un qualunque lavoro specializzato. Fino al ’78 precisamente (quando escono i Poeti italiani del Novecento di Pier Vincenzo Mengaldo) la critica accademica ha accompagnato la produzione dei poeti contemporanei: oggi questo non c’è più, lo stesso Mengaldo dichiara di non avere interesse o fiducia nei riguardi della produzione più recente. Tutto ciò indica che la critica si allontana dalla poesia e che, viceversa, la poesia si allontana dalla critica, con effetti negativi per l’una e per l’altra…
Quale il ruolo e la funzione della critica letteraria, oggi?
La critica presuppone un rapporto a tre, la lettura a due: io leggo un romanzo o una poesia per me, ma, se sono un critico, leggo sempre per una terza persona, cioè gli altri lettori di quel testo cui debbo offrire la mia interpretazione. Oggi la critica è in crisi perché viene meno il “terzo”, che è presente solo in funzione istituzionalizzata, perché è costituito per lo più da studenti o studiosi e critici. Non esiste più un “terzo” sociale, l’interlocutore pubblico della critica. Così il critico diventa un puro esperto, un filologo che maneggia in guanti asettici testi che non attualizza né, in fondo, storicizza; oppure si riduce a intrattenitore brillante ed eclettico (ancora, “postmoderno”) chiudendosi in una posizione di tipo impressionistico. Un esempio è la recente antologia Garzanti, Il pensiero dominante a cura di Franco Loi e Davide Rondoni, dove si leggono mi pare 158 poeti senza più alcuna storicizzazione o canone, in ordine alfabetico, in base alle poesie da loro ritenute “belle”, come una sorta di antologia dei vicini di casa. Purtroppo, siamo tutti dentro la crisi della critica. Non è che parlandone se ne esca, perché la crisi è un fenomeno sociale, non se ne esce tirandosi per i capelli come il barone di Münchausen, ma solo attraverso delle trasformazioni economiche e politico-sociali.
Ma l’idea di “canone” (si pensi ad Harold Bloom) non è, ancora una volta, un riflesso condizionato della frantumazione postmoderna?
Il caso di Bloom, ma anche di George Steiner, è il caso di un grande intellettuale borghese, umanista, di cultura elitaria, anzi “religiosa”, che attacca come “atea” la cultura di tutti gli altri, i decostruzionisti, i neostoricisti, e quindi è indotto a sostenere un Canone fisso, che sta un po’ nell’iperuranio, dove gli “spiriti magni” si confrontano al di sopra delle miserie della storia. Ma questa non è la posizione tipica del postmodernismo, che è invece quella che gli americani chiamano del “pluralismo”, secondo cui c’è posto per tutti, non ci sono più né gerarchie né criteri, perché non ci sono più valori per scegliere un autore invece che un altro. Entrambe le posizioni vanno contrastate. Non esiste un canone immobile, il canone è sempre il prodotto di una negoziazione sociale e di un conflitto delle interpretazioni, e si va ricostituendo incessantemente, perché è un risultato sociale. Per esempio, la scuola ha bisogno di un canone, così come la memoria di una comunità, ma si tratta di un canone mobile, non è possibile mettere le brache alla storia. Però, se è pericoloso il dogmatismo del canone, è molto pericoloso anche il nichilismo del canone, tipicamente postmoderno, fondato sul fatto che non esistono più valori. Il ‘900 si è aperto su questi problemi e si chiude su questi stessi problemi: si è aperto con la riflessione di Nietzsche, e sulla “morte di Dio”, e si chiude col pensiero debole riproponendo la questione della crisi dei fondamenti. Bisogna fare un passo avanti, perché il problema aperto è la ricostituzione di valori relativi, pragmatici, indispensabili all’agire umano. La scommessa del nuovo secolo è la ricostituzione di valori sociali, collettivi, oltre il dogmatismo e il nichilismo.
Che effetti di ricaduta sta avendo, a proposito, il postmoderno sul canone letterario della scuola?
Consiste nel tentativo (probabilmente fallito, ma che comunque lascerà pesanti tracce) di sostituire all’insegnamento dell’italiano l’insegnamento di comunications, all’americana. Questo tentativo nasce all’interno di un’ideologia caratterizzata dalla subordinazione della scuola al mondo dell’economia e dell’azienda, con una gigantesca trasformazione del lessico educativo in senso economico tale da far sembrare la letteratura, che appare “improduttiva”, un residuo del passato, da spazzare via. Invece, la caratteristica della letteratura è la complessità, il testo letterario sopporta interpretazioni infinite e ciò vuol dire che il lettore, l’interprete, deve sempre cercare una verità, costruendola insieme agli altri. Se basato sulla ricchezza del momento ermeneutico, sul conflitto delle interpretazioni, lo studio del testo letterario è un allenamento alla democrazia. Quando uno studente si abitua a difendere una propria interpretazione e a rispettare quella altrui, fa un passo in avanti verso una vera civiltà del dialogo. Perché l’insegnamento della letteratura è sempre interdialogico e interdisciplinare: educa alla complessità, all’elasticità, a “comprendere”, cioè a “prendere insieme”. Per questo, ritengo che l’insegnamento della letteratura sia irrinunciabile per la formazione dei giovani.
[Questa intervista è uscita sul “manifesto” il 31 marzo 2001].