cropped-Hannah-Arendt-woman-art-Point-to-Point-Studio1.jpgdi Hannah Arendt

[In occasione del Giorno della Memoria pubblichiamo il saggio di Hannah Arendt Politica ebraica. E’ stato scritto nel 1942 e dà il titolo a una raccolta di saggi di Arendt pubblicata l’anno scorso da Cronopio. La traduzione dal tedesco è di Antonella Moscati.

Oggi e domani sarà possibile vedere al cinema il film Hannah Arendt (2012), diretto da Margarethe Von Trotta e interpretato da Barbara Sukowa – la lista delle sale dove sarà proiettato è disponibile qui. Il film, presentato al Festival di Berlino lo scorso anno, è il ritratto dell’autrice de La banalità del male (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, 1963), nell’arco dei quattro anni che maggiormente segnarono il suo destino di pensatrice e di figura pubblica, cioè il periodo che va dal rapimento di Otto Adolf Eichmann  a Buenos Aires, nel 1960, ad opera dei servizi segreti israeliani (il film si apre con questa scena), arrivando fino al 1964, attraverso le vicende del processo (1961), la condanna a morte, l’esecuzione (1962) e la pubblicazione dei resoconti del processo scritti da Arendt per il New Yorker. L’ebrea Arendt era fuggita dalla Germania nel 1933, trovando riparo in Francia, dove conobbe il secondo marito Heinrich Blücher. Con l’arrivo dei tedeschi fu rinchiusa nel campo femminile di internamento di Gurs, vicino ai Pirenei («lui è preoccupato che tutto questo possa riportarmi indietro» dirà Hannah riferendosi al marito); scappata in America, avrà la cittadinanza statunitense soltanto nel 1951, a quattordici anni da quando quella tedesca le era stata sequestrata dai nazisti. Dopo Rosa L. (1985), dedicato a Rosa Luxembourg, e Vision (2009), sulla mistica Hildegard von Bingen (1098-1179), Von Trotta racconta ancora un destino femminile che sceglie di conquistare voce attraverso l’impeto: politico, religioso, filosofico. La vicenda di Hannah Arendt, sebbene sia spesso raccontata con tratti molto simili allo stile di un biopic televisivo, trova forza di racconto nelle due parti più intense: la prima è quella del processo, grazie alla scelta di regia di farci seguire il processo a Eichmann assieme ad Hannah, dalla sala stampa, davanti alla tv che manda in onda il processo. Anche gli spettatori, guardando il film, possono così ascoltare e guardare i filmati di repertorio reali, e trovarsi a diretto contatto con quella figura di burocrate che pretende, con ottusa semplicità, di aver soltanto eseguito gli ordini. «Eichmann non è Mephisto», la sua malvagità, così ordinaria, non si spiega con le passioni eroiche che contraddistinguono le grandi narrazioni dell’individualismo occidentale. Dinanzi gli amici e ai colleghi accademici della comunità ebraica che, a Gerusalemme come a New York, l’accuseranno di aver tradito le proprie origini, Arendt replica, nella parte più drammatica del film, quella della sua prima lezione universitaria dopo il rientro in America, che comprendere non è scusare, ma l’unica maniera di restituire radici al pensiero come alla memoria del lager: il luogo dove ogni gesto, ogni parola, diventa insignificante, dove l’assurdità è sovrana (dbr)].

Se la terribile catastrofe dell’ebraismo europeo e le difficili e tristi battaglie per costituire un esercito e ottenere il riconoscimento degli ebrei come alleati delle Nazioni Unite faranno finalmente capire a noi ebrei che facciamo parte dei popoli oppressi di questa terra, nonostante tutti i nostri milionari e i nostri filantropi, e che i nostri Rothschild hanno più chance di diventare mendicanti o venditori ambulanti di quante ne abbiano i nostri mendicanti e venditori ambulanti di diventare dei Rothschild, se insomma questa guerra ci politicizzerà ficcandoci finalmente in testa che la lotta per la libertà è tutt’uno con la lotta per l’esistenza – allora e soltanto allora i nostri nipoti potranno commemorare i morti senza vergogna e con un lutto vivo.

I popoli che non fanno la storia ma la subiscono soltanto tendono a considerarsi le vittime di un accadere superiore, insensato, inumano; tendono a starsene immobili aspettando miracoli che non arriveranno mai. Se nel corso di questa guerra non ci sveglieremo da questa apatia, non ci sarà più posto per noi in un mondo futuro; forse i nostri nemici non riusciranno a sterminarci completamente, ma ciò che resterà di noi sarà poco più di un cadavere vivente.

Gli ideali politici dei popoli oppressi possono essere soltanto la libertà e la giustizia; la loro forma organizzativa può essere soltanto democratica. Che quegli ideali e quella forma appaiano oggi compromessi nel mondo della nostra cultura e che siano stati trascinati nel fango da una bohème priva di radici è uno degli ostacoli più seri alla costruzione di una politica ebraica – e non solo ebraica. Da quasi cinquant’anni una generazione dopo l’altra manifesta apertamente il proprio disprezzo per le idee “astratte” e la propria ammirazione per la bestialità “concreta”. Libertà e giustizia sono considerati concetti per vecchi decrepiti; l’égalité-liberté-fraternité della Rivoluzione francese testimonia impotenza e mancanza di volontà di potenza, nel migliore dei casi è un pretesto per arricchirsi. La cosiddetta giovane generazione, la cui età oscilla fra i venti e i settant’anni, pretende dai propri uomini politici la scaltrezza ma non la convinzione, l’opportunismo ma non i principi, la propaganda ma non la politica. Ricava la sua visione del mondo da una vaga fiducia nei grandi uomini, nel sangue e nel suolo, negli oroscopi.

La politica che nasce da questo tipo di mentalità viene chiamata Realpolitik. L’uomo d’affari finito in politica, convinto che la politica sia soltanto una gigantesca transazione economica con gigantesche occasioni di perdite e guadagni, e il gangster che dichiara “quando sento la parola cultura, tiro fuori la pistola” sono le sue figure centrali. Solo quando le idee “astratte” sono state sostituite da speculazioni bancarie “concrete”, il diritto “astratto” ha potuto cedere facilmente il passo al revolver concreto. Ciò che sembrava una ribellione nei confronti di tutti i valori morali ha prodotto una sorta di idiozia collettiva: chiunque sia in grado di vedere oltre la punta del proprio naso viene considerato uno che vaneggia. Ciò che sembrava una ribellione contro lo spirito ha prodotto l’abiezione organizzata: la violenza vale più del diritto.

L’annientamento della democrazia e l’idolatria di forme di organizzazione dittatoriali sono particolarmente nefasti per la politica dei popoli piccoli e oppressi che non hanno altra risorsa che l’impegno convinto di ciascun singolo. Tale politica non può in alcun modo fare a meno di quella convinzione democratica che Clemenceau, al momento dell’affaire Dreyfus, aveva così definito: la vicenda di uno è la vicenda di tutti. Nella dittatura l’individuo non è politicizzato – nonostante tutte le uniformi che gli fanno indossare – perché in essa il singolo ha perduto la coscienza di una responsabilità che oltrepassi la conservazione della propria vita. In una colonna di SA in marcia si può uccidere chiunque per “ordine superiore” senza che la colonna interrompa la sua marcia. Ognuno è pronto a marciare sul cadavere del compagno. E se l’opportunismo degli uomini d’affari ha atomizzato e soffocato popoli e nazioni in una politica di cricche e famiglie, il dispotismo spinge l’atomizzazione fino a quella logica conclusione nella quale i figli denunciano i propri padri, i vicini e gli amici per ottenere vantaggi o sicurezza personale.

La politica ebraica, sempre che esista, viene fatta quasi interamente da persone cresciute in questa idolatria opportunistica del successo e del potere – e che per giunta non sono nemmeno diventate potenti! Il loro orrore per i principi, la loro paura di puntare sulla cosa sbagliata, la loro ammirazione per i potenti della terra e la riluttanza a mobilitare le forze del proprio popolo hanno reso impossibile che si costruisse un esercito ebraico. Se, nell’immane confusione in cui si trova attualmente il mondo intero, non si vuole rischiare niente, si può star certi di perdere tutto. Il tempo dei compromessi è finito. Chi oggi pensa ancora di poter vivere in ginocchio, imparerà a proprie spese che è meglio vivere e morire in piedi. Non abbiamo bisogno di opportunisti della Realpolitik, ma certo non abbiamo neanche bisogno di “Führer”. La nostra difficoltà sta nel fatto che miriadi di organizzazioni e di burocrati riescono a impedire che i democratici radicali parlino al popolo; e il nostro popolo, sempre che non stia già dietro a un filo spinato, è talmente demoralizzato da centocinquant’anni di dominio filantropico che ricomincia a fatica a comprendere la lingua della libertà e della giustizia.

[Immagine: Hannah Arendt (gm)].

 

2 thoughts on “Politica ebraica

  1. @ Buffagni

    “La politica ebraica, sempre che esista, viene fatta quasi interamente da persone cresciute in questa idolatria opportunistica del successo e del potere – e che per giunta non sono nemmeno diventate potenti! Il loro orrore per i principi, la loro paura di puntare sulla cosa sbagliata, la loro ammirazione per i potenti della terra e la riluttanza a mobilitare le forze del proprio popolo hanno reso impossibile che si costruisse un esercito ebraico. Se, nell’immane confusione in cui si trova attualmente il mondo intero, non si vuole rischiare niente, si può star certi di perdere tutto. Il tempo dei compromessi è finito. Chi oggi pensa ancora di poter vivere in ginocchio, imparerà a proprie spese che è meglio vivere e morire in piedi. Non abbiamo bisogno di opportunisti della Realpolitik, ma certo non abbiamo neanche bisogno di “Führer”. La nostra difficoltà sta nel fatto che miriadi di organizzazioni e di burocrati riescono a impedire che i democratici radicali parlino al popolo; e il nostro popolo, sempre che non stia già dietro a un filo spinato, è talmente demoralizzato da centocinquant’anni di dominio filantropico che ricomincia a fatica a comprendere la lingua della libertà e della giustizia” (Arendt).

    Come vede, il suo romanticismo (Cfr. 27 gennaio 2014 alle 09:10) è in buona compagnia. E tenendo a mente quanto da me detto a proposito di Guevara , io mi sento vicino a entrambi. Manca il resto: dietro a quale “filo spinato” (altro che la “cortina di ferro”!) siamo finiti? quale “lingua della libertà e della giustizia” costruire? con chi? a chi insegnarla?

  2. Caro Abate,
    grazie. Sì, certo, è così come lei dice.
    A me il realismo politico, e non solo politico, piace. Solo che il realismo, senza il “romanticismo”, o se vuole senza lo sguardo tragico, è solo spicciola”idolatria opportunistica del successo e del potere”, un sogno compensatorio di impotenti che si identificano con il loro aggressore e che faranno la (brutta) fine che si meritano. Peccato che non la faranno solo loro.
    Sul resto, non le so rispondere; però la vita e la storia sono piene di sorprese.

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