di Luigi Socci
[Prevenzioni del tempo di Luigi Socci ha vinto il Premio Ciampi Valigie Rosse 2017. Pubblichiamo quattro poesie del libro, indicando le relative sezioni].
da Imprevisti e probabilità
Sei rimasto seduto
dove stavi seduto da prima
senza il cappello per tenere il posto
che comunque nessuno vuole.
Ti attieni ai fatti.
Te li tieni stretti.
Guardi sembrare immobile
l’acqua dei rubinetti.
*
Ce n’è un po’ in ogni cosa: il panorama
che è possibile
vedere solo sporgendosi, le dita
annidate nel palmo della mano
un attimo prima di cominciare
timidamente ad irradiarsi.
(ce n’è per tutti, uomini e fantocci:
gente che lascia su letti sfatti
calchi di corpi
in cui fatica a identificarsi)
*
da Prevenzioni del tempo
Cammini contromano per le strade
come su un nastro trasportatore
cammina un camminatore
dalla parte sbagliata del marciapiede.
Muovi i tuoi passi stanchi tra i passanti
scorrevoli ai tuoi fianchi.
Ogni tuo buco ha un nome
ogni capello bianco la sua data
le rughe una per una una ragione
che non è la durata.
Dicono che non c’è
più religione
insistono col fatto che non c’è
mezza stagione
che non ci sono più le morte
stagioni di una volta, la presente
viva e sepolta non è imminente.
(il primo che si alza e dice che adesso si fa
come dico io
e si alzano tutti
e si fa come dicono tutti)
Qualche piovasco
qualche modesto
rovescio temporalesco
qualche mediocre perturbazione
pochi mossi sia gli uni
che gli altri mari, il gelo
non ha alcuna intenzione.
Ci sono quelli che
si chiedono ostinati se non è
un tuono questo clangore
di lamiere allora che cos’è
e c’è chi fa fantocci
fantocci compatti di lane di pioppi
pallide imitazioni di pupazzi.
Precipitate dai piani alti
da tovaglie sbattute incivilmente
le briciole di pane
troppo veloci per sembrare neve
sono quello che sono
non quello che si deve.
Al riparo dai falsi freddi
dietro scafandri di piuma d’oca
simuli basse temperature
l’autunno l’inverno eccetera
secondo una certa logica.
(piume
piume d’oca
piume sotto il primo strato di pelle
pelle d’oca)
Superstite di un’epoca
di ferrea disciplina semaforica
il sole passa come una cometa
e rischiara
e rioscura
gettato nella mischia di una nuova
era di rotatorie
molto meno sicura.
Senti come una testa nella testa
una testa più piccola all’interno
di una testa custodia.
Da ieri è primavera e si direbbe
una svolta epocale.
Una delle due teste ti fa male.
Non sai quale.
*
Poesia visiva
se uccisi i mercenari sono in salvo i responsabili dell’errore politico […]
se dovranno ricorrere alle vittime per scegliere gli eroi
Corrado Costa
adesso vi faccio vedere una cosa
adesso vi faccio vedere una rosa
adesso vi faccio vedere la spina
dorsale di quella rosa
perché vedere è un’azione
concreta che si fa una cosa
adesso vi faccio vedere un video
adesso vi faccio vedere i filmini
del viaggio di nozze scherzavo
adesso vi faccio vedere un audio
adesso vi faccio vedere gli occhi
eccoli
in previsione di un’anteprima
adesso vi faccio vedere in un modo
mai visto prima
adesso vi faccio vedere tutto
adesso vi faccio vedere ecco
dritto per dritto
franco e diretto
adesso vi faccio vedere
vietato ai diciotto
dovunque guardiate
così come viene
viene così imparate
da un punto di vista privilegiato
da un punta di fuga raccomandato
adesso vi faccio vedere come si fa
adesso ve faccio vedè ve faccio toccà
adesso vi faccio vedere
tutto il visibile e l’invedibile
adesso vi faccio vedere
e rivedere l’imprevedibile
adesso vi faccio vedere
quel che vi piace e appare
adesso vi faccio vedere
prego dalla regia mandate pure
per rimanere il meno
possibile nel vago
adesso vi faccio vedere
un semplice esempio così mi spiego
questa cosa vistosa
finalmente
adesso vi faccio vedere
questa famosa cosa
adesso vi faccio
vedere niente
perché lo dovete
vedere assolutamente
chi ha gli occhi ingannevoli creda
chi ha orecchie per intendere veda
toglietevi(mi) i(l) cappucci(o)
le bende
gli occhiali
scuri da non guardante
adesso ve ne faccio
vedere delle belle
ma da distante
adesso vi faccio
vedere addosso
vedere in faccia
vedere fisso
adesso
vi faccio vedere che vi sbagliate
adesso mi fate vedere
che non scherzate
adesso vi faccio
vedere per credere adesso
vi faccio vedere con mano
adesso vi faccio vedere
come muore un italiano
vedere un puntaspilli
trafitto di spaghetti
in divisa
d’ordinanza da san sebastiano
vedere con i polsi
segati dalle corde
del mandolino legato alla mano
adesso vi faccio vedere io
adesso vi faccio vedere me
adesso vi faccio vedere chiaro
adesso vi faccio vedere l’ora
adesso vi faccio vedere gli extra
adesso vi faccio vedere in chiaro
con una lente per ogni occhio
adesso vi ho fatto vedere troppo
con ogni occhio per ogni occhio
adesso vi faccio vedere doppio
[Immagine: Jean Dubuffet, Solitude illuminée].
bravo @sl.occi
3 cose dette tanto per dire
che avrei tolto per snellire
che non è durata.
non quello che deve.
concreta che si fa cosa
@socci non @sl.occi – luigi insomma!
se c’entra https://www.youtube.com/watch?v=kWkHr0cahZ8
“gente che lascia su letti sfatti / calchi di corpi / in cui fatica a identificarsi” – l’immagine è straordinariamente efficace.
Un’immagine che apre a molte interpretazioni, ma soprattutto a una profonda domanda interiore sull’esserci e più in generale sulla percezione che ognuno di noi riesce ad avere della propria posizione in questo strano tempo che viviamo, straniato e straniante, dove è fin troppo facile sentirsi contemporaneamente nella posizione di “uomini e fantocci”. Una posizione nella quale è difficile anche poter fare delle scelte, o dare dei giudizi che siano pienamente personali. Interpretare il mondo diventa particolarmente complesso, e persino riconoscersi in una ben definita identità personale.
Questi versi sono l’impronta al negativo dell’immagine del “cappello” presente nella prima strofa della poesia iniziale. Lì, la permanenza dell’individuo si contrappone all’assenza, alla non presenza occupante cui rimanderebbe l’eventuale presenza del cappello (immagine oggi certo un po’ desueta ma calzante che starebbe benissimo in un quadro di Magritte o in un’istallazione “Dada” – il cappello sulla sedia definisce un posizionamento virtuale dell’essere che di fatto non c’è – il cappello come sostitutivo dell’individuo, un individuo che forse potrebbe anche essere atteso invano). Dunque, niente cappello, l’individuo ha deciso di esserci, di occupare col proprio corpo col proprio essere il suo spazio, nonostante quello sia “il posto / che comunque nessuno vuole” e poi “Ti attieni ai fatti. / Te li tieni stretti. / Guardi sembrare immobile / l’acqua dei rubinetti” – Forte!!!
È questo il modo in cui Socci riesce sempre a spiazzarci quando ci troviamo a condividere il suo mondo poetico: nulla è mai definitivo, niente di lineare, l’inciampo è sempre un verso più giù o più su o interno al verso stesso, i significati si alimentano dei loro contrari – la vita è contraddittoria e la poesia ne dà conto.
La poesia di Luigi sa fare questo, e riesce a farlo con un’ironia acuta, certe volte tagliente.
Quello di Socci è un lavoro serio, profondo, sulla lingua. Pochi, pochissimi poeti della giovane generazione fanno questo, o perlomeno riescono a farlo senza cadere in uno sterile formalismo sperimentale, o senza scimmiottare illustri predecessori, credendo che la loro poesia sia più “alta” in quanto inaccessibile al di fuori di una strettissima élite.
Forte di una ricca educazione letteraria che si sviluppa a partire dalle imprescindibili radici leopardiane per articolarsi da Scataglini fino a Scarabicchi o De Signoribus, solo per citare alcuni tra i nomi più incisivi di medesima appartenenza territoriale, a mio modesto parere Socci è, ad oggi, una delle voci più originali della giovane poesia italiana contemporanea.
Ed è forse per questa sua straordinaria accortezza, per questa sua seria meditazione sulla parola che questo poeta ha fino ad ora pubblicato con molta parsimonia.
Le sue poche pubblicazioni in volume (se non erro due) sono davvero, per chi abbia modo di leggerle, delle esperienze estetiche e delle interessantissime prove di intelligenza – e ancor meglio è ascoltarlo recitare i suoi versi dal vivo.
Il gusto del paradosso che certo ci diverte nel leggere alcune poesie di Socci, non è mai fine a se stesso, non vuol essere una ruffianeria nei confronti del lettore per solleticare la sua intelligenza e regalargli istanti di leggerezza. I suoi paradossi sono il risultato di un’operazione di spoglio del reale, ed in questa realtà denudata la poesia non fa sconti, perché ha sempre presente che (parafrasando alcuni suoi versi tratti da “Il rovescio del dolore”) ad alcuni tocca imparare la vita a memoria come vittime di talento.
Denudare la realtà implica anche il “Vedere solo sporgendosi”, e magari rischiare la caduta sfidando la vertigine; o ancora prendere i luoghi comuni e capovolgerli, strapazzarli come avviene in “Prevenzioni del tempo”. È necessario disorientare i mezzi di assuefazione di massa per risalire alle costanti dell’umano e sentire finalmente l’originalità di ogni istante – “la presente” (e) “viva” – punto.
Dunque, e qui mi fermo, sono contento di apprendere che finalmente un altro libro di Luigi Socci, mio conterraneo, è stato pubblicato e che, da ciò che posso constatare già da questo anticipo è sicuramente un libro da non perdere.
Grazie a Massimo Gezzi e alla redazione di Le parole le Cose per questa bella sorpresa.
Un caro saluto a Luigi.
db al momento, come sai, non ho tempo. ma rifletterò sui tuoi suggerimenti verificandoli sulla pagina e nell’orecchio mentale che ho usato per scrivere gran parte di quel poemetto. insomma grazie per i consigli
andrea grazie veramente di cuore per le tue parole e per l’incoraggiamento. per essere un commento a un post su un blog letterario, pur di alta qualità come lprllcs, è notevolmente analitico e approfondito e particolarmente acuto nell’evidenziare (nello scovare) alcuni dei temi cardinali del mio prossimo libro ma che credevo veramente impossibili da notare in un campione così ridotto. le “prevenzioni del tempo” del premio ciampi- valigie rosse (chi fosse interessato potrà trovarlo in qualche libreria fiduciaria o sul sito dell’editore valigie rosse che da ordini diretti potrà raggranellare qualche euro in più, e se lo merita per la cura che ha messo nello stamparlo) sono un organismo davvero strano: è composto da una sezione breve ma intera del potenziale e futuribile nuovo libro di cui sopra (non imminente, comunque) e da un testo per da altre 3 sezioni ed era, pertanto, davvero grande il mio timore, data la natura traileristica dell’oggetto, di essere frainteso. ma il tuo intervento mi ha rasserenato molto. grazie doppie quindi. e tante grazie a paolo maccari e a valerio nardoni che lo hanno messo insieme e a massimo gezzi che le ha scelte e al blog che le ha accolte. abbracci multipli (spero non “indesiderati” come quelli di john lasseter della pixar)