di Emanuele Zinato

 

[E’ uscito da qualche giorno  Primo Levi controtempo. Una lettura politica (Quodlibet, 2026) di Emanuele Zinato. Il libro, che propone una rilettura dell’ intera opera leviana alla luce della catastrofe attuale,  è diviso in tre parti: il riscatto del lavoro, l’avventura dell’insurrezione, il transito negli spazi aperti  d’Europa. Ne pubblichiamo l’introduzione, con l’autorizzazione dell’editore].

 

Perché questo libro

 

Molto di ciò che la scrittura di Primo Levi ha messo a tema ritorna ora, trasfigurato e spettrale: l’Europa risponde con il riarmo al collasso della globalizzazione; ai palestinesi di Gaza è stato inflitto il trattamento riservato dai tedeschi agli insorti di Varsavia; ai bisogni elementari dei migranti si oppongono il razzismo, il filo spinato, le deportazioni e gli annegamenti.   La «tregua» è davvero finita: la legge del più forte è esibita come ideologia e come risorsa economica e il diritto internazionale e la diplomazia sono esautorati, di nuovo, in nome della guerra.

Levi è stato canonizzato su scala planetaria[1]:  è l’autore moderno italiano più presente nella sfera pubblica, nel sistema educativo e nell’ambito accademico dei paesi anglofoni.  Nella ricezione globale corre tuttavia il pericolo di essere ridotto a un oracolo laico: il biografismo voyeuristico e  la «liturgia della memoria»[2] rischiano di «trivializzarlo» o di ridurlo a una figurina dell’ «industria dell’Olocausto»[3].  E, in modo opposto ma complementare, nel clima di autolegittimazione, menzogna e propaganda che contraddistingue l’attuale “fronte interno” occidentale, anche Levi può essere accusato di antisemitismo[4] dato che, dopo il massacro di Sabra e Chatila, ha sostenuto che la Shoah non garantisce a Israele uno status di innocenza ontologica.

 

Nell’ultimo ventennio sono stati messi in circolazione preziosi anticorpi che ostacolano l’ingerenza di queste misinterpretazioni: le due edizioni delle Opere[5], l’attività del Centro Internazionale di Studi Primo Levi, il vasto lavoro di specialisti autorevoli e appassionati[6].   L’ opera  di Levi è dotata di una sua specifica immunità adattiva in grado di rispondere alle diverse aggressioni patogene delle egemonie politiche e culturali, tanto da costituire un «sistema di oggetti», che «imprevedibilmente splendono, si eclissano, tornano a splendere e ad eclissarsi – e così via – alla luce della verità»[7].  Ci si può dunque affidare alla compattezza architettonica dei suoi testi, sia d’invenzione che di riflessione.  I classici tuttavia non godono di un’ autosufficienza imperitura e anche i testi  leviani, pur nella loro grandezza e alterità, fanno i conti con le pressioni del contesto e con il conflitto delle interpretazioni, tanto più in questa nostra età spietata ed estrema: occorre dunque far emergere il loro contenuto di verità leggendoli dal punto di vista del presente[8].

 

Questo libro è un tentativo di riattivare alcuni dei significati più indocili dell’opera di Levi, inibiti dalle retoriche neoliberali e interdetti dal loro attuale esito militare e autoritario. Levi, controcorrente, ha nutrito fastidio e diffidenza per il successo del termine «olocausto» (Conversazioni, interviste, dichiarazioni, OC III, 442) e, nel capitolo Stereotipi del suo ultimo libro, ha avvertito la necessità di creare un «argine» alla «deriva dei miti approssimativi» (I sommersi e i salvati, OC II, 1247). Nella sua grammatica, il «lavoro ben fatto» è irriducibile tanto alla servitù aziendale quanto alla schiavitù concentrazionaria; la scelta fra libertà e coazione offre ospitalità all’ammutinamento, alla resistenza e all’ira; «tregua» significa intervallo precario tra una guerra e l’altra.  Tutta la sua scrittura oggi è controtempo perché tiene per ferma la convinzione che uno stato di cose iniquo possa essere cambiato, o almeno ostacolato, dall’azione solidale: la sua riflessione morale e l’affabulazione ironica, avventurosa e picaresca, abilitano la situazione dinamica e agonistica del cercatore e del combattente più che quella, statica e passiva, della vittima.

 

   Il volume è diviso in tre parti che corrispondono a tre figure comuni a tutta l’opera leviana: il riscatto del lavoro, l’avventura dell’insurrezione, il transito negli spazi aperti  d’Europa. E’ strutturato per coppie oppositive e si basa su letture ravvicinate di brevi porzioni di testo di cui vengono messe in luce le strategie argomentative e narrative, gli apologhi, le parole-chiave e le immagini ricorrenti.  Il primo capitolo riguarda il lavoro umano e il conflitto fra subalternità e affrancamento operativo: dalla schiavitù afflittiva e dalla cultura materiale dello scambio, del furto e del dono in Se questo è un uomo fino al «fiabesco minerario» del Sistema periodico, alla fantascienza sociale delle Storie naturali e al conflitto di classe taciuto o alluso nella Chiave a stella.  Il secondo capitolo riguarda l’urto fra obbedienza e ribellione che contraddice e sovverte il paradigma vittimario: un urto presente nei racconti e nelle poesie resistenziali e, soprattutto, nel romanzo Se non ora, quando? che riscopre la traccia del Bund, coesistente e alternativa al sionismo.  Il terzo capitolo è incentrato sulla dialettica fra ordine e caos, sul reportage dallo «spazio russo immenso, eroico» (La tregua, OC I, 403) dell’ appena sconfitta operazione Barbarossa, là dove la scrittura di Levi viola un altro tabù, gravido di conseguenze, della nostra contemporaneità: l’indistinzione fra gli esiti delle rivoluzioni e la reazione del fascismo europeo.

 

Se la letteratura e l’arte hanno sempre un’implicazione politica, nel caso dell’opera di Levi questa «politicità» intrinseca diviene essenziale: alcuni suoi testi sono caratterizzati dalla memoria-racconto[9],  in altri  predomina  il racconto d’invenzione ma in tutti è presente un acuminato saggismo meditativo e diagnostico.  La finzione dunque in Levi è un «utensile cognitivo»[10] e i suoi versi, i suoi racconti e i suoi apologhi, tanto più quando hanno per personaggi tenie e ostriche, computer e atomi, coboldi e centauri, accanto al piacere plurale dell’affabulazione, insinuano nel lettore riflessione e straniamento.

 

Note

 

[1] La canonizzazione dell’opera di Levi su scala globale è conseguente all’uscita dei Complete Works of Primo Levi, a cura di Ann Goldstein, con un’ introduzione di Toni Morrison e saggi di Robert Weil, Monica Quirico, Domenico Scarpa, Liveright, New York-London 2015. Sulle implicazioni di questa vasta impresa di traduzione  cfr. Ann Goldstein e Domenico Scarpa,  In un’altra lingua – In another language, Einaudi, Torino 2015.  Sull’accoglienza dell’edizione americana cfr. Franco Baldasso, A ciascuno il suo. La ricezione di The Complete Works of Primo Levi nel mondo anglofono, in «Allegoria», 75, gennaio-giugno 2017, pp. 53-64.

[2] Enzo Traverso, La fine della modernità ebraica. Dalla critica al potere, Feltrinelli, Milano 2013, pp. 138-154.

[3] Sui processi di «trivializzazione»  legati all’ «industria dell’Olocausto» e alla costruzione dei rituali commemorativi si sono variamente soffermati Valentina Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Mondadori, Milano 2012 e David Bidussa, Dopo l’ultimo testimone, Einaudi, Torino 2021, pp. 11-13. Sulla retorica celebrativa finalizzata a legittimare gli assetti del presente cfr. Davide Conti, Sull’uso pubblico della storia,  con fotografie di Paolo Pandullo, Forum, Udine 2021.  Sulla fine della trasmissione della «memoria vivente» cfr. Adriano Prosperi, Un tempo senza storia, Einaudi, Torino 2021. Sul «presentismo»  della storiografia neoliberale cfr. Enzo Traverso, La tirannide dell’io. Scrivere il passato in prima persona, Laterza, Roma-Bari 2022, pp. 143-167.

[4]   Nel suo  libro sulle manipolazioni del termine «antisemitismo»  Valentina Pisanty tenta di fornire una risposta al seguente interrogativo: «come sia possibile che, in nome della Memoria, abbiamo collettivamente spalancato le porte al ritorno degli ultranazionalisti in Europa e al loro consolidamento in Israele». Valentina Pisanty, Antisemita. Una parola in ostaggio, Bompiani, Milano 2025,  p. 213.

[5] Primo Levi, Opere, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 1997;  Primo Levi, Opere complete, a cura di Marco Belpoliti, voll. I-II, Einaudi, Torino 2016; vol. III, Conversazioni, interviste, dichiarazioni, a cura di Marco Belpoliti, Bibliografia e indici a cura del Centro Internazionale di Studi Primo Levi, Einaudi, Torino 2018. Le citazioni dalle opere di Levi sono indicate con la sigla OC seguita dal numero del volume e delle pagine.

[6] Tra le iniziative recenti, vi è la creazione del portale LeviNeT curato da Martina Mengoni e Alice Gardoncini che contiene l’edizione digitale italiana e inglese di una porzione finora inedita dei carteggi di Primo Levi.

[7] Così Sciascia a proposito della letteratura. Leonardo Sciascia, Nero su nero, Einaudi, Torino 1979, p. 231.

[8]  «La critica cerca il contenuto di verità di un’opera d’arte, il commentario il suo contenuto reale». Walter Benjamin, Le affinità elettive, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi, Torino 1962, p. 157. Per il rapporto fra commento e interpretazione nell’ambito di un’ ermeneutica materialista si fa riferimento a  Romano Luperini, Il dialogo e il conflitto, Laterza, Roma-Bari 1999, pp. 5-68 e  Id., Controtempo, Liguori, Napoli 1999, pp. 3-96.

[9] Maria Anna Mariani, Sull’autobiografia contemporanea. Nathalie Sarraute, Elias Canetti, Alice Munro, Primo Levi, Carocci, Roma 2011, p.10.

[10] Jean-Marie Schaeffer, Pourquoi la fiction? Seuil, Paris 1999, pp. 55-56.

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