di Carmen Gallo
[Esce oggi per Einaudi Procne Machine, il nuovo libro di poesia di Carmen Gallo. Pubblichiamo in anteprima il testo iniziale, un frammento del lungo poemetto Le metamorfosi, e tre estratti dalla sezione Traducendo Keats, per gentile concessione dell’editore].
Negli ultimi vent’anni, in tutti i continenti, gli uccelli stanno scomparendo, con un po’ di pazienza. Diminuiscono i singoli esemplari e il numero delle specie, e piú di tutti gli uccelli capaci di cantare. Ho letto un articolo su questo. Diceva che la scomparsa del canto degli uccelli avrà a che fare con ciò che alla lunga saremo capaci di sentire, di capire. Ho immaginato Procne, la rondine del mito, che sta per scomparire.
L’ho immaginata cantare lí tra le pietre di tufo e le polveri sottili. Prima usignola e poi rondine. Ho immaginato di vederla posarsi piú a lungo, con sua sorella, quella muta con la lingua tagliata. Ho immaginato di sentirle cantare, entrambe. Di seguirne nel bosco le tracce, le fughe, i nascondimenti. Le metamorfosi.
Le metamorfosi
Da quando ci hanno impagliate
non abbiamo piú bisogno
di un posto dove andare.
Siamo qui su una mensola
tra la finestra e l’armadio.
Quando ci hanno trovate
eravamo vive e spaventate.
Non abbiamo fatto molta strada.
Ci hanno portate in un posto
con centinaia di altre gabbie.
Era quasi settembre, credo,
perché molti stavano male,
prendevano le sbarre a testate.
Era colpa degli ormoni
che gli dicevano di andare.
Di notte si quietavano
ma di giorno ricominciavano
a tentare il volo
a migrare senza andare.
Poi un silenzio lungo un letargo,
una specie di morte fino ad aprile
quando di nuovo sono tornate
le testate, le ali incastrate.
Gli uomini ci hanno tenute lí
in attesa di sentirci cantare
ma noi siamo rimaste
mute per tutta l’estate
cosí si sono spazientiti
e dopo qualche tempo
ci hanno messo in una busta
e ci hanno congelate.
Non so cosa le hanno fatto
ma posso immaginarlo.
L’avranno tirata fuori dal frigo
per farle subito delle foto
di faccia, di profilo
sul tavolo di marmo nuovo
poi l’avranno scuoiata
piano, con un coltellino,
l’avranno incisa sulla pancia
stando attenti a non tagliare
gli organi interni da asportare,
a non rovinare troppo la pelle
perché è costosa e dopo gli serve.
Avranno allentato con cura i lembi
per rimuovere il grasso e la carne,
le avranno tolto gli occhi,
ma non il becco, perché
quello è forte e a tirarlo
non viene via facilmente.
L’avranno cosparsa di sale
e disinfettante,
e dopo qualche giorno
le avranno messo dentro
una specie di gesso,
una massa morbida
di un materiale strano,
prima di rivestirla
con le piume, le zampe
e tutto il resto.
Avranno guardato
con attenzione le foto
per ricordarsi bene
la forma del suo corpo.
Avranno sistemato con le mani
i buchi e i bozzi
prima di ricucirla
con un filo di nylon
e rendere invisibile
il taglio sul davanti.
[…]
Lí nel buio del cassetto
le parlavo di che cosa
era accaduto, del freddo
nel bosco, delle grida
tra le gabbie, il gelo
nella cella, l’ago
e il filo nella carne,
la colla per le zampe.
Andavo avanti a raccontarle
ma lei non rispondeva.
Poi un giorno hanno lasciato
aperto il cassetto e c’era luce
e ho visto che con il becco
aveva graffiato un lato della scatola,
aveva provato a scrivere qualcosa.
Nella testa mi è sembrato
di sentire la sua voce, e diceva,
«smettila di ricordare», proprio cosí,
«smettila di ricordare».
[…]
Traducendo Keats
Ode all’usignolo
(da Keats)
Non sei nato per la morte, uccello immortale.
Non ti calpestano le generazioni mai sazie.
Nei tempi andati, imperatori e buffoni hanno ascoltato
la voce che ascolto io in questa notte che passa.
Lo stesso canto ha forse trovato un varco
nel cuore triste di Ruth, che pianse
nel grano straniero pensando alla sua casa.
Rondine, rondine
(da Tennyson)
Rondine, rondine, che voli verso sud,
va’ da lei, posati sulla sua grondaia dorata,
e dille, dille ciò che ti dico.
Dille, rondine, tu che conosci entrambi,
che splendido e fiero e volubile è il sud,
e buio e vero e tenero è il nord.
Bisanzio
(da Yeats)
Miracolo, uccello e manufatto dorato,
piú miracolo che uccello o manufatto
posato sull’oro di un ramo, nella luce delle stelle,
tu, fiero del tuo metallo che non muta,
puoi cantare come i galli dell’Ade
o, amareggiato dalla luna, puoi schernire
l’uccello comune, il petalo e tutta
la complessità del fango e del sangue.
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