di Elisa Biagini
[E’ appena uscito per Manni Editore, nella collana “La pantera profumata” diretta da Antonio Prete, Quanto preme ai vetri. Poetica e poesia, di Elisa Biagini. Proponiamo un estratto composto di un testo tratto dalla terza sezione del libro e da alcune foto tratte dalla seconda].
Dobbiamo stare attenti alle parole che diciamo. Nessun uccello può riprendersi l’uovo.
Emily Dickinson, Lettere
La poesia ha una lingua porosa che attende ai confini e resta in ascolto. Nasce in luoghi inaspettati, in modi inaspettati ma poi ha bisogno di cura, di lavoro per poter crescere bene, per poter arrivare lontano, perché il suo messaggio possa durare nel tempo.
A volte ha tempi di rilascio lenti ma tanto più efficaci se avrà radici profonde nel passato e nel futuro, se saprà guardare il presente negli occhi senza distogliere lo sguardo anche se spesso la vista non sarà gradevole. La poesia non è pura emozione né pura astrazione: non consola ma ti insegna la lingua delle domande, quelle da farti ogni giorno e quelle da fare alla Storia. E se non viene ascoltata insiste, perché sa di essere necessaria, aspetta di essere riconosciuta e quando questo accade, come ci ricorda Rilke, sarà “non un’ora effimera, ma un vero pezzo di tempo”.
La poesia è una sedia sulla quale a volte si sta scomodi ma così non ci addormentiamo e osserviamo il mondo con maggiore attenzione, anche quando ci sembra di non capire. La poesia riscopre il linguaggio ogni volta, lo riattraversa restando però sempre consapevole del peso delle parole, della responsabilità della voce che si rivolge all’altro. La poesia è elettrica perché racconta di vita e di morte, perché crea cortocircuiti di suoni e significati, perché mette in forse quello che credevi di sapere, perché ti incoraggia in quello che ritieni di sentire. Quando la scrivi capisci meglio quello che pensi, quando la leggi capisci meglio quello che provi. Leggere una poesia è essere cittadini, un momento solo apparentemente solitario ma, in verità, corale, un ponte tra geografie e secoli. È un procedere lento, di piede che affonda e lascia un’orma, di soste e ripartenze, perché la conoscenza è nell’andare, verso dopo verso, in un raccoglimento che è concentrazione, in un silenzio che è il bianco della pagina, il pensare oltre il confine della carta: qui osservi, stai obliquo, in bilico sull’indeterminato ma forte delle potenzialità dell’impensato, lucido e vivo.
E non sei solo: le poesie sono lì con te, su quella sedia scomoda. Insieme vi raccontate, attraversate il tempo oltre la soglia dei corpi, ricostruite una parola comune, ritrovate una lingua che aspetta solo di essere riconosciuta.
*
le cose
spingono, intasano
lo sguardo, s’ammassano
alle soglie:
quante tazze
per coprirti l’ombra,
quanti cucchiai
per rifarti il profilo?

*

rimasti a tossire
*

pelle lucidata