cropped-SIL_2152ok-1.jpgdi Irene Salvatori

[Irene Salvatori è nata in Versilia. Ha studiato a Pisa, a Cracovia e a Berlino, dove ora vive gestendo un caffè italo-polacco. Ha partecipato a RicercaBo 2015 e pubblicato poesie su rivista]

 

Hai mai visto una pallina

Hai mai visto una pallina di gomma cadere dalle scale?
Rimbalza sugli scalini saltandoli a due a due.
Accelera quel ritmo,
le si moltiplica dentro una gioia
che esplode, scoppia
Si fa sempre più frenetica in quel suo saltare,
schizza sempre più in alto
poi tocca terra
ma solo per prendere uno slancio
ancora
nuovo
più veloce.

Così, più o meno, mi sentivo
quando scendevo le scale sapendo che stavo per incontrarti.

 

Ha coda di leone

Ha coda di leone
e testa di zebra. Una delle quattro zampe
è di elefante
le altre di gazzella di cane di topo.
I denti sono affilati, dentro una bocca per lo più chiusa.
Il corpo è di un altro animale ancora ­ femmina,
perché porta con sé la memoria di una due tre vite,
eppure si intravedono le ossa
per una magrezza affamata che la tiene sveglia.
I seni ­ invece – sono bianchi, morbidi del latte
Non c’è decoro in quell’animale che non abbia una storia
non c’è ricciolo che sia leggero senza una fatica
persino il passo è lieve per la memoria del peso
sono zampe di più animali
è sguardo smarrito ma diretto.
Così è, lei.
Animale assortito, assemblaggio di altro
e il suo branco è la medesima diversità delle parti,
vite affiancate, corpi di animali rimontati
l’una vola l’altra si arrampica
c’è chi in quel branco sa scivolare.
Manca ancora un linguaggio che intoni l’armonia
ma quel gonfiore tra le spalle che riempie la pausa
è per il fiato
il fiato che prende.

 

Come un piccolo cane bastardo alla corte del re

Come un piccolo cane bastardo alla corte del re
piccolo, il più piccolo di tutti
ma graziosissimo e con gli occhi furbi
che si gratifica degli slanci di affetto ricevuti e scodinzola
e si sente vivo solo allora e corre
al di là delle sue zampe, pur di appartenere a quel luogo
alla corte di quel re.
Io così mi sono sentita accanto a te
per tutti questi anni e adesso, ancora,
è vero ciò che tu mi dici
che devo liberarmi perché libera non sono.

 

                                                      la Valeria

Perché mi hai lasciato sola?
Avresti potuto immaginare che sarei rimasta sola,
avresti dovuto saperlo, se solo ci avessi mai pensato.
Sopravvivere, coprire quella tua continua assenza
mi ha spinto a diventare madre pur di sentirmi necessaria
e viva per qualcuno.
Ho ricercato persone, sguardi
che ti avevano conosciuto, voluto bene
pur di agguantare una tua scia.
Ho dormito nel tuo letto, toccato le tue scarpe
e andavo a caccia del tuo odore come un animale
isterico di fame.
Ho pensato cose buffe che ci avrebbero fatto ridere,
solo per un tuo sorriso,
speravo di rivedere il bianco dei tuoi denti
quando scoppiavi in una di quelle tue belle risate;
che orgoglio stordente era farti ridere.
Ho letto, riletto, quel che mi scrivevi.
Ho trovato la distrazione di chi ha altro da fare
di chi ha un’urgenza altrove, un pensiero più forte che la chiama.
Sai, ero troppo giovane per digerire quella distrazione,
per riconoscerla, per capire che era lo stile della tua presenza
e ho fatto quello che potevo, l’ho scambiata per quello di cui avevo bisogno
per lo stesso amore di cui sono poi andata in cerca
ma che confondevo, riconoscendolo in ben altro.
Finché sono stata meglio quando ho scelto un uomo
che mi rivolgeva la tua stessa dichiarazione di amore
con le parole di quello che era
un simile, dolcissimo, saluto verso lo stesso altrove
che chiamava lui come aveva sempre chiamato te.
E ti ho sognato, ti ho sognato, ti ho incontrato ogni notte
perché ti cercavo continuamente di giorno.
Ho rovinato il mio riposo perché ti avevo davanti
e invocavo la tua attenzione.
Ti seguivo per casa, eri indaffarata a fare altro
raccoglievo le gocce della tua gioia sperando mi saziassero di te.
Invece di stare, finalmente, con me
guardarmi, chiedermi della mia vita, parlarmi
invece di sospendere il mondo per una volta
per aiutarmi a capire tutto quello che non riesco ad affrontare senza te,
quello che tu sola avresti la voce, le parole
per spiegare, per capire con me,
ti preparavi per uscire, ti vestivi per andare a scuola,
parlavi con affetto dei tuoi allievi, chiamavi in fretta qualcuno al telefono.
Riprendevi la tua vita di sempre
nonostante la mia consapevolezza di soffocare senza di te.
Non ti è mai successo di lasciare che il tuo mondo si inceppasse
per una fame di noi da dover saziare.
Sentivo la stessa fame, pur non conoscendola
e oggi che ben la conosco continua a scavarmi lo stomaco
e ho creduto di sentirmi amata
solo quando ho trovato chi me l’alimentava.

Vorrei essere una madre migliore di te
e vorrei che le mie figlie arrivassero ad amare me
almeno una briciola di quanto
ancora
io ami te.

 

[Immagine: Silvia Camporesi, Sink or Float http://www.silviacamporesi.it/sink-or-float/ (gm) ]

 

 

2 thoughts on “Quattro poesie

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