di Hubert Fichte
[È da poco uscito, per la prima volta nella traduzione italiana di Rosa Coppola, il romanzo dello scrittore tedesco Hubert Fichte (1931-1986), Resoconto di una ricerca. Romanzo (La Scuola di Pitagora, 2025), edito originalmente nel 1981. Il libro intercetta problematicamente la relazione fra letteratura ed etnografia e il valore anticoloniale della finzione narrativa, attraverso una veemente critica testuale a Tristi Tropici di Levi-Strauss. Presentiamo un brano del romanzo, preceduto da un estratto del saggio della traduttrice che ne introduce l’opera.]
Rosa Coppola
Sul sincretismo del conoscere. La scrittura della sensibilità
«Parla di piedi. Parla dei piedi degli operai»[1]: così Hubert Fichte (Perlenberg 1935-Amburgo 1986) presenta in un’intervista con Gisela Lindemann il suo Forschungsbericht. Roman (1981), qui tradotto come Resoconto di una ricerca. Romanzo[2]. Per quanto questa affermazione possa sembrare fuorviante, provocatoria, e proprio in quanto tale si offre a chi leggerà le pagine che seguono come bussola per la scrittura di Hubert Fichte, non è del tutto falsa. Nelle tortuose giornate – sono veramente tortuose? O solo immaginate? – che Jäcki e Irma, i protagonisti dell’opera, trascorrono alla fallimentare scoperta del rito Dugu in Belize, sono proprio i piedi rotti, ricostruiti, verosimilmente fittivi, di Frank, «un uomo zelante che, mentre riparava un motore navale, rispondeva senza opporre resistenza a tutte le domande di Jäcki, con la stessa semplicità con cui avrebbe risposto a un turista»[3], a tenere insieme tutti i livelli della scrittura di Fichte, anch’essi volutamente spezzati, parzialmente ricostruiti e verosimilmente finzionali.
Una prima sistematizzazione di tali livelli si deve a Hartmut Böhme e Nikolaus Tiling che, a tal riguardo, sottolineano il pionierismo di Hubert Fichte nel mettere a fuoco, a partire dagli anni ’60, questioni tutt’oggi cruciali nella società contemporanea e quindi nella letteratura: la costruzione narrativa dell’esperienza dell’alterità e la decostruzione di un’identità monologica tramite l’esplorazione ante litteram di una prospettiva queer e la sperimentazione col genere autobiografico; la contestualizzazione di tali questioni all’interno di una società multiculturale e multimediale e la loro formalizzazione in chiave di ipertesto analogico; lo sviluppo di un approccio sincretico alla conoscenza, volto a unire il metodo scientifico allo sviluppo di un sapere poetico, per comprendere l’Altro in maniera autenticamente inclusiva, vale a dire svincolandolo dal possesso[4].
È proprio in virtù di una stratificazione così articolata che lo stesso Böhme, già nel 1991, constatava con rassegnata consapevolezza: «La ricezione dell’opera di Fichte resterà cosa ardua»[5]. E, nel ripercorrere le ragioni di una così tardiva scoperta e ancora incompiuta canonizzazione, aggiungeva:
La ricerca era appena iniziata. E ci vorranno anni prima che si riconosca che gli ultimi quindici anni di Fichte sono stati caratterizzati da un’intensità produttiva senza precedenti nella letteratura tedesca del Dopoguerra; e ci vorrà ancora di più prima di riuscire a ricostruire in che modo tutti i lavori di ricerca e di scrittura di Fichte siano collegati e intrecciati tra loro – nel tentativo di realizzare la sua idea di “libro assoluto”[6].
La traduzione che qui si presenta condivide la posizione di Böhme e si propone di inaugurare la ricezione della multiforme opera di Hubert Fichte anche nell’area linguistica italiana dopo il tentativo rappresentato da Pubertà, traduzione a cura di Lia Groff di Versuch über die Pubertät (1974), edita da Garzanti nel 1977. Un tentativo audace rimasto senza riscontro, prima d’ora. La scelta di cominciare con Forschungsbericht si fonda sulla componente poetologica che caratterizza il romanzo, riconosciuta tanto dall’autore stesso[7], quanto dal discorso accademico di lingua tedesca[8]. In tal modo si vuole offrire un primo accesso non tanto all’opera di Hubert Fichte, tutt’oggi inafferrabile nella sua interezza, quanto piuttosto al suo metodo di ricerca, etnografica e letteraria a un tempo. A questo scopo è stato scelto di affiancare alla traduzione del romanzo quella del saggio Das Land des Lächelns. Polemische Anmerkungen zu Tristes Tropiques von Claude Lévi-Strauss (1979) – qui tradotto con La terra del sorriso. Note polemiche su Tristes Tropiques di Claude Lévi-Strauss. Tramite una feroce critica testuale al celebre lavoro di Strauss e alla sua traduzione in tedesco, Hubert Fichte espone qui in maniera puntuale la relazione ambigua fra letteratura ed etnografia, sottolineando il valore anticoloniale della finzione narrativa all’interno di questa relazione e posizionandosi così in maniera originale nel dibattito sulla scrittura etnografica[9].
Così configurato, questo progetto editoriale ambisce a fare luce su tutti i suddetti livelli della scrittura di Hubert Fichte che prendono corpo solo in maniera ellittica all’interno di Forschungsbericht, nel tentativo di presentare al pubblico di lingua italiana la poetica di un precursore radicale dei temi e delle forme più urgenti del contemporaneo.
1. Hubert Fichte e la Storia della sensibilità
La vita di Hubert Fichte si compie nel segno del viaggio. Dalle peregrinazioni coatte a causa delle sue origini ebraiche sino ai suoi ultimi anni di vita, Fichte ha attraversato l’Europa, l’America e l’Africa alla ricerca delle tracce, ancora visibili in quanto agite, di migrazioni che potessero riunire la storia del colonialismo occidentale a quella privata dello scrittore. Per ogni tappa percorsa, Fichte deposita una testimonianza che riprende le precedenti e anticipa le successive, instaurando una relazione volutamente problematica e antigerarchica con le tradizioni, siano esse letterarie, orali, rituali o teatrali.
Non: Sapere è potere, ma: viaggiare è sapere.
Sesso.
[…]
Che il viaggiare sia un bisogno sessuale – scrivere e svelare! [10]
Afferma l’autore nel saggio Mein Freund Herodot (Il mio amico Erodoto), dove approfondisce il proprio legame con lo storico di Alicarnasso, basato sulla condivisione di una modalità di scrittura discontinua, in cui il presente della testimonianza e la temporalità dislocata della sua rielaborazione letteraria coesistono all’interno di una costante sospensione del giudizio morale:
Erodoto separa con fare moderno documentazione e commento: rispetto a un accadimento, cita spesso diverse testimonianze e lascia al lettore il compito di trarre le proprie conclusioni. Si tratta di un procedimento tanto giornalistico quanto poetico.
Erodoto si muove in un cosmo piuttosto secolarizzato, dal quale osserva quanto il mondo dipenda dalle mistificazioni; assecondando il fuoco della ricerca, s’infila nelle argomentazioni dei maghi e, all’improvviso, si accorge di come il dispositivo sperimentale lo abbia intrappolato […].
È una prosa figurativa che non ha bisogno di immagini, intensa, priva di aggettivi, che talvolta ricorre al paragone ma mai alle metafore.
Ironia, arguzia, disprezzo, odio ed etica non scaturiscono da una scrittura ironica, benevola o sprezzante, ma da un’asprezza e una franchezza del testo, dal denso accostamento di affermazioni apparentemente contraddittorie che producono un effetto divertente, dispregiativo, esemplare; questo testo non è poetico grazie alla poesia, ma grazie al suo materialismo.[11]
Non vi è bisogno di addentrarsi ulteriormente nella struttura del saggio per intuire la funzione di specchio che Erodoto, in questo caso, esercita nei confronti dell’autore, giacché le dichiarazioni di Fichte sull’opera erodotea, corredate da un’attenta analisi testuale a sua volta supportata dallo studio del greco antico, riflettono un segmento centrale della poetica fichtiana. Ogni voce incarnata, incontrata dall’autore nel corso dei suoi viaggi, viene rielaborata in chiave letteraria come rispecchiamento della propria condizione, ed è in quanto tale che compartecipa alla creazione della Geschichte der Empfindlichkeit (Storia della sensibilità), monumentale progetto di un roman fleuve rimasto incompiuto a causa della morte prematura di Fichte. Stando alla pianificazione approntata dall’autore, il progetto prevedeva la pubblicazione di diciannove volumi, corredati da quattro paralipomeni, non soggetta a un ordine cronologico derivato dalla tradizionale dinamica stesura-pubblicazione. La Storia della sensibilità segue per Fichte un ordine interno, narrativo, diegetico, dato dalle ricerche e dalle esperienze di Jäcki e Irma tra i continenti, i suoi protagonisti ricorrenti in questo lavoro nonché raddoppiamento letterario di sé stesso e della fotografa Leonore Mau. Forschungsbericht avrebbe dovuto ricoprire il quindicesimo posto in questo ordinamento legato al problematico concetto di “sensibilità”. […]
(in Forschungsbericht. Roman (1981) di Hubert Fichte, pp. 7-12).
*
Hubert Fichte
Resoconto di una ricerca. Romanzo
Lunedì 11 febbraio
[…]
Le anziane nere e basse spazzavano via dal tempio i resti dei sacrifici.
– Ci siamo persi il sacrificio. Non potrò scrivere il saggio sul rito Dugu. I soli piedi di Frank non sono un riempitivo soddisfacente.
– La pioggia mi ha rovinato la processione. La mia serie è incompleta, disse Irma.
– Ricerca fallita.
Jäcki continuava a registrare spasmodicamente.
– Danzano una sorta di contraddanza. Influsso inglese. Grenada.
– Vestiti policromi degli schiavi.
– Cioccolata e rosso d’uovo.
– La Buje colpisce il suolo con le calebasse. Gesto raro.
– Mai visto!
Le anziane reggevano buste di bottiglie piene di Strong Rum. Piene. Semipiene. Quasi piene.
– Come possono permettersele. Reggono il loro livello di tolleranza all’alcol.
Le donne andarono nella sala dell’altare e tornarono senza le bottiglie.
La Buje fece un cenno a Irma e Jäcki.
Cento bottiglie di rum, tappate con l’ovatta, stavano su un mucchio di terra.
– Il mucchio di Eshus.
– Fallico.
– Dahomey.
– Eshu. Mercurio. Hermes. Navi. Dio dei crocevia. Dio dei ladri e dei protettori. Navi di morti.
– Ho scoperto che Eshu guida anche i morti. A Miami. L’Eshu degli emigranti conduce le anime dei defunti sulle discariche in Florida.
– Così ho provato che Hermes è realmente Eshu, Elegba.
– Pierre Verger non ci è mai riuscito. Nemmeno Lydia Cabrera. Per non parlare di Schneider.
Su un tamburo c’era un astice.
Sulla sinistra era stata montata una specie di tenda con lenzuola e i fili di nylon.
– Lì dorme l’ammalata.
La Buje voleva l’album di Irma.
Guardava, benevola, col suo occhio guaritore il lavoro di Irma e malediceva con il suo occhio di vipera le foto mentre le sfogliava.
– La lavanda nel sangue la facciamo anche noi, disse.
– Lo sapevo!, pensò Jäcki.
– Ma non così. Strappiamo lo stomaco da un pollo vivo e lo rovesciamo sulla zona ammalata. Guarisce finché è caldo.
– Come un cappello?, chiese Jäcki che voleva capire se la lavanda nel sangue veniva usata soprattutto sui folli.
– Sì. Strappiamo lo stomaco e lo rovesciamo sul capo del malato.
– Come Freddy a Orinoco. In Venezuela c’è una nuova religione. È un metodo indigeno? Ho trascurato la cultura indiana. Mi sono concentrato troppo sull’Africa! Qui c’è da perdere le speranze! Ho visto Freddy a Orinoco e la Buje di Dangriga mi descrive lo stesso rito. Schneider non lo sa e io fallisco.
– Sabato sera arrivano i polli al tempio.
– Sabato prossimo?, chiese Jäcki, che stava riflettendo se sarebbero dovuti restare o meno fino a sabato.
– Sabato scorso.
– Sabato scorso le anziane non mi hanno fatto entrare.
La Buje lavò le mani a due giovani e gli disegnò una croce di gesso sulla fronte, sulla nuca e sui polsi.
– Axexe.
– Tempio congolese.
– Bahia.
– Pedro de Batefolha.
– Per proteggere dai morti.
– Vorrei mostrare il Suo album a mia figlia, disse la Buje e se lo portò nel tempio.
Jäcki e Irma restarono seduti accanto alla tenda degli afflitti.
Fissavano l’ovatta.
Jäcki si alzò, stirò il braccio e sbadigliò.
Spiò la Santissima da un buco nella tenda di fronte alla sala riunioni, come un ragazzino dal palco del Kammerspiel di Amburgo in platea.
– Dovresti guardare l’arrivo del tuo album tra i caribe neri. Se ne stanno strette in cerchio e se lo fanno sfogliare dalla vecchia strega. Un tale successo uno scrittore non ce l’ha mai. Ho sempre sperato che gli africani mi leggessero con tanto entusiasmo.
– A Dangriga una foto ha un peso diverso: giornali ne hanno a stento e io ho visto solo un’antenna televisiva.
– Non ci ho mai fatto caso. Sapevo che il tuo album di lavande nel sangue avrebbe cambiato tutto.
L’uomo sedeva come scuoiato nel mezzo della banda e gli aprì le porte dei templi a Orinoco e a Dahomey.
Si erano affrettati inutilmente lungo il mattino grigiastro di Bahia e poi su al nord, verso i serpenti arrosto e gli armadilli, lì Irma aveva usato il flash nella melma sanguigna con gli obiettivi spruzzati di sangue.
Jäcki sapeva che i prossimi dieci anni dipendevano da quel momento.
La loro ricerca sarebbe cambiata.
– È questa foto che l’ha resa possibile.
La Buje tornò da loro.
– Abbiamo guardato l’album con piacere, disse.
– Adesso quindi è l’ora di un po’ di vino da St. Vincent?
L’anziana nera bassa portò una busta di plastica piena di liquido scintillante.
La Buje risciacquò tre calebasse, due le riempì con quella specie di acqua dalla busta, assaggiò, estrasse della polvere gialla da un sacco di cemento, mischiò, assaggiò, sostituì le ciotole sul vassoio, le offrì a Irma e Jäcki e bevve dalla terza.
La Buje osservò se anche Jäcki deglutisse per davvero.
Congedandosi non diede loro la mano.
– Domattina saranno servite le offerte, aggiunse mentre se ne andavano:
– Ci sarete anche voi?!
Jäcki uscì in fretta attraverso le cucine del tempio.
Tra pentole e travi c’era qualcosa di rigonfio e bianco su un tagliere.
– Il bambino.
Tornò indietro travolgendo le cuoche furiose.
Un bianco ventre fumante. Come rasato.
Terminava con una proboscide a punta.
– Forse è un tapiro?!
– O un metodista bollito?
Il pittore non era in casa di nuovo.
– Va tutto male.
Sembra sempre così all’inizio.
Jäcki sapeva che sarebbe arrivata una seconda fase, una svolta: tra un mese più o meno.
Dopo tre mesi una ricaduta nell’ottusità.
Di nuovo sembrava tutto impreciso.
– Probabilmente la ricerca finisce insieme alla vita e a quel punto non c’è più tempo per segnarsi tutto.
– Due giorni o dieci anni: è lo stesso.
– Testanière voleva fare un viaggio intorno al mondo, il pastore, e restare ovunque soltanto due giorni.
– Così si conoscono solo i marchettari e vudù per turisti.
– Esattamente.
– Un tempo ampio trasforma tutto, dice Erodoto.
– No. Partiamo giovedì.
– A chi appartiene il regno dell’aria?
– Chi ci trascina verso gli arieti del mare giù nelle cupole inondate?
– L’avvelenatrice dei bambini sa volare?
– Inghiotte e gorgoglia il Padre Nero con le gambe di smeraldo e le dita di corallo accanto a Clavier, accanto alla madre di Clavier, accanto alla madre impagliata di Hitchcock e al nemico legato, corroso di Alain Delon?
– S’immerge nell’ignoto la madre, quando arriva a consigliare come tagliare le catene del neonato illegittimo?
– Volando alto Poseidone si aggrappa all’indesiderato, trascinandolo nella sua vescica natatoria per soffocarlo?
– O si danno il cambio?
– Ali e pinne, branchie e polmoni?
– Marlene Dietrich e Jean Cocteau.
– Questo è un romanzo. Questo non è un resoconto di una ricerca.
– I piedi di Frank sono un riempitivo insoddisfacente?
Jäcki riusciva a immaginarseli in un teatro per bambini fatto con una scatola di scarpe: i boccascena riempiono i piedi di Dangriga.
In un villaggio della foresta primordiale o tra le rovine dei Maya, una sacerdotessa strappa il potere dalle mani degli sciamani che si arrampicano sui monti, sulle nuvole, fino agli dèi.
Il sacerdote predesignato viene rovesciato.
Tenta di immergersi nel regno acquatico delle tartarughe e degli astici.
Ma poco prima che riesca in questa impresa, osa andare sul tetto del Pelican Beach Hotel.
Gli spiriti della madre defunta riemergono, si librano in aria con loro vescica natatoria, volano su zampe e pinne d’anatra, catturano il traditore e gli fracassano i talloni affinché non possa più tuffarsi, non osi più volare, affinché possa a stento strisciare.
Jäcki si rifiutò di pensare a suo padre e a quello che era realmente successo.
L’umida notte di giugno. Biancospino e sambuco.
I denti appuntiti di suo padre.
Il solco in cui giaceva nei campi di lavoro antroposofici.
Il petto.
La glabra carne bianca.
Lo spacco doppiamente arrotondato.
Inesplorabile.
Nessuno voleva ricordarsene.
Il padre, che fuggì, il suo morso coi piccoli denti roditori sbiadiva in un filo spinato.
– Un romanzo dal titolo Rapaci e pesci di mare.
– Sintesi! Diciannovesimo secolo! La Tempesta. Freud. Joyce. Döblin. Ho sempre scritto contro tutto questo!
– Scuola di Dakar! Il fallo della nonna e il pene della zia.
– Il colonialismo nudo!
(pp. 160-165).
Note
[1] G. Lindemann, In Grazie das Mörderische verwandeln. Ein Gespräch mit Hubert Fichte zu seinem roman fleuve Die Geschichte der Empfindlichkeit, «Sprache im technischen Zeitalter», 104 (1987), pp. 308-319: 310. Ove non altrimenti indicato le traduzioni sono mie.
[2] H. Fichte, Forschungsbericht. Roman, Fischer Verlag, Frankfurt a. M. 1989. Sulle ragioni traduttive che soggiacciono alla scelta del titolo mi soffermerò più avanti.
[3] Id., Resoconto di una ricerca. Romanzo, infra, p. 84.
[4] Cfr. H. Böhme, N. Tiling, Vorwort, in Iid. [Hrsg.], Medium und Maske. Die Literatur Hubert Fichtes zwischen den Kulturen, M&P Verlag für Wissenschaft und Forschung, Stuttgart 1995, pp. 9-18: 15-16).
[5] H. Böhme, Vorwort, in H. Böhme, N. Tiling (Hrsg.), Leben, um eine Form der Darstellung zu erreichen. Studien zum Werk Hubert Fichtes, Fischer Verlag, Frankfurt a. M. 1991, pp. 7-21: 8.
[6] Ivi, p. 9.
[7] Cfr. G. Lindemann, In Grazie das Mörderische verwandeln, cit., p. 310.
[8] Cfr. M. Bies, Ethnographie des Romans. Hubert Fichtes Forschungsbericht, in S. Kammer, K. Krauthausen (Hrsg.), Hubert Fichtes Medien, diaphanes, Zürich 2014, pp. 147-162.
[9] Stephan Kammer e Karin Krauthausen hanno approfondito questa questione nella postfazione, redatta per la presente edizione italiana: cfr. infra, pp. 227-231.
[10] Cfr. H. Fichte, Mein Freund Herodot (1981), in Id., Homosexualität und Literatur, vol.1, Fischer Verlag, Frankfurt a.M. 1987, pp. 381-407, 383-384.
[11] Cfr. Ivi, pp. 383 e 390.