di Paolo Febbraro
Quelle che per la mia generazione sono state le opere di base del “contemporaneo” sono diventate i Classici della letteratura italiana 1939-1962. Questo il sottotitolo, infatti, di un ottimo libro di storia e critica letteraria, scritto per Einaudi da Riccardo Gasperina Geroni, che insegna a Bologna Letteratura italiana contemporanea e Prosa italiana del Novecento. Il libro s’intitola Ricominciare, ed è costituito da tre sezioni. La prima è una breve prefazione, chiamata Cacciatori di origini, con una formula presa in prestito da Savinio; la seconda si estende per una settantina di pagine ed è dedicata a I giorni, 1939-1962: ricostruzione rapida e intelligente del periodo centrale del nostro Novecento; l’ultima allinea le analisi in primo piano di trenta opere di venticinque autori diversi (Gadda, Pavese, Morante, Fenoglio e Calvino ne hanno due), da La pietra lunare di Tommaso Landolfi (apparsa nel 1939) a Le piccole virtù di Natalia Ginzburg, del 1962.
Il libro è chiaramente dedicato a chi oggi ha vent’anni e può considerare araldicamente esemplari i titoli dello scorso secolo. Una sola nota negativa, per cominciare il percorso togliendosi il fastidioso sassolino: non si tratta di classici della letteratura italiana, ma semmai della narrativa italiana. Mancano le opere di poesia, saggistica e drammaturgia. La dimensione del classico è tale che dovrebbe prescindere da una selezione per genere e non dovrebbe indulgere alle caratteristiche merceologiche del prodotto. Saba non è meno classico di Malaparte, né lo è Chiaromonte rispetto a Fenoglio. Per fortuna, però, l’autore è molto abile nel contestualizzare ogni opera, ponendola in dialogo con i versi, la critica, le scienze e soprattutto l’editoria del tempo. La narrativa, insomma, per quanto preferita, non è lasciata sola e appare come la sezione significativa di una sfera. Inoltre: se l’intenzione dell’autore è stata quella di fare della manualistica di alta qualità, ha centrato l’obiettivo, ma rischia le inevitabili recriminazioni di ogni operazione canonizzante. Da parte mia, non avrei mai trascurato Casa «La vita» di Savinio (1943), La giacca verde di Soldati (1948), Il taglio del bosco di Cassola (1950) e La vita agra di Bianciardi (1962).
Ricominciare: in dieci anni – dal 1939 al 1948 – l’Italia passò dal regime fascista alla guerra mondiale, dalle bombe americane all’occupazione straniera, dalla guerra civile alla scelta repubblicana, fino alle prime disillusioni per la piega semi-conservatrice assunta dalla maggioranza dei cittadini durante la ricostruzione. Gasperina Geroni abbraccia l’opinione di coloro che – a lungo in minoranza – hanno denunciato un’Italia incapace di guardare a fondo nel proprio passivizzante fascismo, o nella propria cronica refrattarietà a una qualsivoglia convinzione. Nell’aprile del 1948, ad esempio, gli elettori si rispecchiarono al 90% in partiti statalisti – fossero la Democrazia Cristiana, il Fronte social-comunista o i social-democratici –, con un’esplicita richiesta di protezione e organizzazione dall’alto che non marca esattamente una discontinuità col passato regime. In letteratura, sottolinea Gasperina Geroni, americanismo, traduzioni, resistenzialismo, realismo furono i modi e le maniere con cui molti intellettuali italiani cercarono un rilancio dopo la soffocante vacuità del littorio. Quel rilancio, tuttavia, fu anche autoassoluzione, volontarismo astratto, mitografia di un marxismo al tempo steso ferreo e ideale. Evidenziando questo, l’autore mostra di essere definitivamente approdato a una spietata verità storica, non più ricattata, come avveniva anche negli ultimi anni dello scorso secolo, dalla cronaca. Si parla con grande chiarezza, della «ghigliottina dei militanti comunisti», i Salinari e gli Alicata del perbenismo prospettico progressista, a cui vengono contrapposti i rilievi ben più sfumati dei grandi critici-scrittori, in un’eccellente bibliografia di riferimento che annovera Debenedetti e Contini, Garboli e Pasolini, Fortini e Citati, Vittorini e Sciascia.
Su questa base, che definirei finalmente libertaria, l’autore rivede i modelli codificati dall’ottimismo edificante di molti storici marxisti. Savinio, Pavese, Fenoglio, Brancati, Ortese, Malaparte, Berto insinuano perplessità e raccapriccio, delusione e critica di un’italianità non risolvibile nel celebre “andare verso il popolo”, o nella tradizione contadina, o nell’innocenza modernamente perduta. Lo stesso ricominciare del titolo viene messo alla prova dei fatti. L’analisi dei singoli “classici” parla spesso di regressione stilistica, di ritorno a Verga, di plurilinguismo nostalgico e polemico. Si va dal romanzo sontuosamente ottocentesco di Morante al mondo-fiaba di Calvino, dalla lingua filosoficamente sgomitolata di Gadda a Volponi che entra finalmente in una fabbrica moderna, ma solo con un alter ego malato di allucinazioni persecutorie. Più volte Gasperina Geroni evoca a ragione Dante e il suo Inferno, che a molti autori presta delle immagini tremendamente appropriate solo se estratte dal quadro significante che le ha fatte nascere. Le stesse infanzia e adolescenza, protagoniste nei romanzi di Bilenchi, Calvino, Morante, Pasolini, forniscono un privilegiato punto di vista straniante, una sorta di illuministico “a parte” che toglie però plausibilità e concretezza al moto implacabile della crescita, anche civile e politica. La fragranza della lingua e dell’immaginazione tende sempre e comunque a coincidere con una visione poetica della realtà, felicemente svincolata dai doveri educativi della rappresentazione. La sincerità, insomma, in quasi tutti gli autori presi in considerazione non equivale a una definizione problematica e progressiva del reale. Domina piuttosto il difficile e periglioso assestamento reciproco dell’Io e del mondo.
Di certo, quella rievocata da Gasperina Geroni è una generazione di scrittori dalla lunga memoria. Difficile affermare con sicurezza che quella ombrosa facoltà sia stata messa al servizio del ricominciare. E non parlo solo di Bassani o di Tomasi. Produttiva, impegnata, scopritrice, quella generazione sembrò capace di criticare quell’umanesimo che ancora la nutriva e sospingeva. Il grosso gliòmmero annodatosi negli anni precedenti andava comunque sdipanato, anche se farlo avrebbe significato chiarire i disegni di una modernità spaventosa. Anche per questo, fra il ’43 e il ’56, almeno, maturarono gli anni della grande illusione: gli intellettuali italiani ebbero la sensazione di poter entrare nella Storia, di determinarne più di un segmento tramite la rappresentazione e la scelta delle parole. Tutto s’incrina, afferma l’autore, col 1963: la morte di papa Giovanni XXIII e di Kennedy, la fondazione del Gruppo 63, con «la dissoluzione del soggetto, l’attenzione al linguaggio come struttura autonoma, l’influenza delle scienze umane d’impronta francese (da Lacan a Barthes, da Foucault a Lévi-Strauss)», segnano il tramonto di quell’orizzonte. L’esito è stato duplice: da una parte un’euforia cosmicomica per le infinite possibilità apertesi, dall’altra un lutto pesantissimo, un ritorno al decadentismo più disperato. Credo che poi il “caso Moro” del 1978 abbia spostato le lancette dell’orologio su una mezzanotte annunciata. Da allora gli scrittori hanno definitivamente accertato la propria marginalità. Gli anni di piombo hanno visto il rilancio del neofascismo e alcune grosse frange della sinistra abbracciare gli ideali della Resistenza, ma con atti da banditi e proclami deliranti. La letteratura, da allora, si è rintanata nella gabbia sconfinata del “mercato”, accettando di esserne una nicchia. Sano realismo, stavolta davvero: ma senza riviste, petizioni, velleità. Anche da qui emergono i danni gravissimi del ventennio fascista: quando è tornata alla democrazia (o meglio alla libertà vigilata dagli americani) l’Italia ha avuto troppo poco tempo per rifondare quella borghesia della critica e del gusto che nutre le comunità sì aperte, ma non illimitate. Guardata con raccapriccio impotente dagli infelici pochi, la cultura di massa ha avuto molti tifosi conformisti, ed è stata per un soffio anticipata nei suoi esiti scadenti dal manierismo della neoavanguardia, col suo sussiego disfattista.
Forse è vero, allora, che quelli apparsi fra il 1939 e il 1962 sono dei classici. A me che li ho letti a vent’anni dalla loro prima uscita, possono anche apparire come un Ariosto: eccellenti lavori di autorevolezza e ironia, di equilibrio fra orrore e speranza. Oggi sono isole che si allontanano, raggiunte dai radar dell’accademia ed espugnate dalle tesi di laurea. Ricominciare di Gasperina Geroni sembra usarli per tornare a fare un po’ di storia nelle asettiche sale di anatomia.