di Andrea Cortellessa
«Il Petrarca non si vede subito», ha scritto una volta quel nipotino illustre di Ungaretti. Quando l’avremo introiettata, però, questa musica verbale così perfetta e in apparenza imperturbata da sembrarci astratta e scostante (inculcandola con «fissità» nel nostro «sguardo mentale»), allora quegli «occhi», onnipresenti nei Rerum Vulgarium Fragmenta (un eros per sottrazione che lo fa pensare alle donne nei «paesi musulmani», a Ungà ben noti: soli a vedersi, quegli occhi – e quanto lampeggianti), all’improvviso è noi che guarderanno. E allora dovremo arrenderci all’evidenza che la loro poesia è «la nostra vita più umana». Se Dante lo ammiriamo in quanto irraggiungibilmente più di noi, insomma, Petrarca è «come noi» (per parafrasare il rimpianto Luigi Baldacci); e così specie diverse di lettori reagiranno a questa, che è la più canonica delle antinomie letterarie, come detta appunto la specie di ciascuno.
Eppure ha ragione da vendere Giulio Ferroni, quando all’inizio del libro in cui raccoglie le sue pagine su Petrarca (lui che all’Italia di Dante ha dedicato un libro monumentale) all’onnipresenza di Dante a tutti i livelli, dall’esoterico al pop (quando non coincidono), contrappone l’assenza del suo più grande successore. È un bel paradosso quello per cui il poeta per studiosi, o per poeti a essere ottimisti, è il chiaro, il fresco, il dolce Petrarca: mentre a impazzare – dai film d’autore ai cinemonnezzoni – l’arduo, l’irto, il dottrinario Dante. E che l’edificio della lirica d’Occidente, da buoni sei secoli, si fondi su un caposaldo oggi semidimenticato, e ai più invisibile, è paradosso ancora più squisito. Ricorda Ferroni il vecchio De Sanctis abbandonarsi alla malia di Petrarca e a quel «certo non so che, visibile ma intangibile, che sta nel corpo e appare come un al di là del corpo», qualcosa che lo fa pensare «ad un fantasma, ad un’ombra». E certo allontana da Petrarca la mentalità odierna, così schiacciata sul visibile e sull’immediato, proprio questo «inexpletum» che alberga ogni immagine del Canzoniere. Non cita Lacan, Ferroni, ma è un manque à être questa cosa, e anzi Cosa, che nel Secretum Francesco si rimprovera d’aver cercato tutta la vita senza capire che è «assequi impossibile, et assecutam esse vanissimum» (non si può trovare, e se pure la si trovasse, sarebbe del tutto inutile – o, si può forse tradurre, del tutto vuota).
A spazientire il lettore di oggi è soprattutto, poi, la tortuosità delle sue menzogne. Sbottava Gadda: «è tutta una bugia, ramificata». Mentre Vittorio Sereni, magnetizzato dalle acque verdissime di Valchiusa, salomonico concedeva: «nella sua finzione sta la sua verità». Di questo «castello di Atlante», come lo chiamava l’autore di Stella variabile, giunge in libreria la guida definitiva: dopo più di sessant’anni di onorato servizio va in pensione la monumentale Vita del Petrarca di Ernest H. Wilkins (tradotta per Feltrinelli, nel ’64, da un giovane Remo Ceserani), sostituita ora dall’ancora più ponderoso volume di Luca Marcozzi. Il pioniere dell’italianistica d’America giunse a quella pietra miliare a più di ottant’anni, ma anche il tanto più giovane Marcozzi questo raggiungimento formidabile lo ha inseguito per lustri di ricerche in tutti gli archivi d’Europa, servoassistito dalle più moderne risorse digitali (un “cartone” di questo affresco immane s’era letto, una decina d’anni fa, in appendice a un saggio catturante, I venerdì del Petrarca d’un altro grande maestro, il da poco scomparso Francisco Rico).
Era proprio Wilkins a premettere che, fatto salvo il precedente di Sant’Agostino (che non a caso sarà sempre il suo primo punto di riferimento), di nessun «essere umano vissuto prima di lui» sappiamo quanto sappiamo di Petrarca: che ha raccontato di sé in quaranta e passa volumi di lettere in prosa ciceroniana (sia lode ad Aragno per l’edizione di Ugo Dotti e a Le Lettere per quella di Silvia Rizzo), più quelle spesso bellissime in versi oraziani (ne manca ancora un’edizione moderna nella nostra lingua) e le “segrete”, sorprendenti Sine nomine, e poi un mare di trattati, epitomi e soliloqui (cruciale il citato Secretum). Ma, argomenta acutamente Marcozzi, il problema è proprio questo. Sino ad oggi i biografi hanno preso in sostanza per buono questo sfaccettatissimo (e spesso contraddittorio) autoritratto, prendendo come vuoto di memoria o lapsus quanto, manifestamente, non vi tornava. Mentre, insieme alla psiche del maschio d’Occidente, la più grande invenzione di Petrarca consiste proprio nel «self-fashioning» di un’autobiografia che si rimodella per ogni evenienza, retrodata e aggiusta e accomoda, patologicamente mente su tutto. Al punto che non sappiamo neppure bene quando e dove sia nato (per conseguenza, ad Arezzo ci sono sue lapidi in due posti diversi). «Un perpetuo ballo in maschera» definiva Rico il suo, aggiungendo con Sartre: «era un uomo che cercava di vivere la sua vita come la raccontava» (e non viceversa). Non si tiri in ballo l’autofiction perché questo, appunto da Agostino in poi, è l’abicì d’ogni autobiografo.
L’autoritratto ideale, per esempio, ha fondato il modello dell’umanista otiosus, in fuga da tutto e da tutti. Mentre dai ventidue ai quasi settant’anni (quando un testimone lo vede balbettare, disfatto, nell’ennesima corvée a Venezia) Petrarca fu il più instancabile diplomatico del suo tempo, «peregrinus ubique» da Parigi a Praga, da Colonia a Gand, per i principi Colonna e i papi avignonesi, per i Visconti di Milano e i Carrara di Padova – precedendo insieme Valla e Machiavelli. Uno stereotipo uguale e contrario, ma più fondato, lo vuole «appiccicato al potere, vicino ai Supremi Manichini» (così un pur simpatetico Andrea Zanzotto). E sì, lo fu. Ma dai cinquant’anni in poi: dopo che una passione politica autentica l’aveva conosciuta, nella figura di Cola di Rienzo (quando deve spiegare in cosa l’abbia più deluso, il tribuno appeso per i piedi dalle stesse plebi romane che lo avevano osannato, dice Petrarca che non ha sgozzato tutti i suoi nemici – quando li aveva in pugno).
E Laura? Se ne sa così poco, in effetti, che balugina davvero come un fantasma nel libro di Marcozzi: il quale si fa un punto d’onore di verificare sempre, sulle fonti d’archivio, ogni dichiarazione del mentitore seriale (e qui stringe aria nei pugni). Stupenda la Nona lettera del Secondo libro delle Familiari, dove al vecchio compagno di studi Giacomo Colonna (fratello dell’arcigno cardinale Giovanni, che lo tenne in pugno per vent’anni) – che lo accusa giocoso di aver «inventato il bel nome di Laura per poter parlare di lei e perché molti, in questo modo, potessero parlare di me, mentre in realtà non ci sarebbe nessuna Laura nel mio cuore» (è l’unica volta, annota Dotti, che questo nome risuona nelle sue lettere) – dice Petrarca che vero «mago» è chi faccia apparire «mago una persona con le sole parole». Dove la magia consiste nel non negare ciò che non si ammette: perché il poeta – dirà un altro nipotino, Pessoa – «finge così completamente / che arriva a fingere che è dolore / il dolore che davvero sente».
Luca Marcozzi, Petrarca. La vita e il mondo, Carocci, 2025, pagg. 577, € 52; Giulio Ferroni, Petrarca, la bellezza dimenticata, Inschibboleth, 2025, pagg. 149, € 20
[Una versione più breve di questo articolo è uscita su «Il Sole 24 Ore»].