di Elena Santagata
Il 9 e il 10 maggio 2022 si è tenuto a Bologna un commovente e ricco convegno, in ricordo di Andrea Battistini, scomparso il 30 agosto 2020, al quale hanno preso parte colleghi, amici e allievi. In questa occasione è stato evidenziato non solo il modo in cui gli studi di Battistini abbiano rivoluzionato il mondo della critica, ma anche quanto egli sia rimasto legato al proprio maestro, Ezio Raimondi, senza operare mai una qualche forma di ribellione, ma anzi, portando avanti pacificamente e in maniera magistrale la lezione raimondiana, senza alcuna angoscia dell’influenza. E siccome la storia dell’uomo, e più in piccolo quella della letteratura, sono fatte soprattutto di genealogie ed eredità che si tramandano, non è un caso che proprio un ‘nipote’ di Raimondi, Alberto Di Franco, su suggerimento del proprio maestro Battistini, abbia curato un denso saggio, Un lettore curioso. La formazione culturale di Ezio Raimondi (Pàtron, 2022), sulla formazione e sul metodo di lavoro raimondiani.
Nel suo libro Di Franco ha ripreso il filo di un discorso critico che trapelava già dal volume Ezio Raimondi. Lettore inquieto (Il Mulino, 2016). Come puntualizza Di Franco, lo spunto di connettere l’aggettivo curioso al sostantivo lettore, quasi a voler rispondere all’inquietudine raimondiana ravvisata da Battistini, gli è derivato dallo stesso Raimondi, il quale, in numerosi saggi e durante molte lezioni, ha sottolineato l’essenza della curiositas come desiderio di conoscere il nuovo con il gusto della sperimentazione.
Durante la presentazione del volume di Battistini per Raimondi, tenutasi il 29 settembre 2017 nell’Aula Magna della Biblioteca Malatestiana di Cesena, Marino Biondi, parlando de Il lettore inquieto, si è giustamente domandato se Andrea Battistini e i suoi colleghi si fossero o meno interrogati sulla scelta del titolo, che, come Le voci dei libri, mette l’accento sul rapporto di Raimondi con l’oggetto-libro. Un’allieva di Battistini, non a caso, ha diagnosticato a Raimondi la sindrome del ‘libridinoso’, volta a indicare nella bibliomania raimondiana una passione così intensa e sensibile da diventare quasi una patologia. Una passione che gli deriva, ha detto Battistini, anche come forma di rivalsa: malgrado le sue lezioni fossero quasi prove attoriali, la sua indole era timida e riservata, forse a causa delle sue povere origini. Origini delle quali si vantava e che aveva riscattato tramite lo studio e l’amore per i libri che gli avevano conferito quella cultura straordinaria che lo ha caratterizzato.
Come ha messo in luce Lucio Biasori nella sua recensione al volume di Di Franco uscita sul Manifesto, non bisogna ravvisare nel passaggio da inquieto a curioso alcun tentativo agiografico: Di Franco incrocia l’autobiografia con i numerosi ritrovamenti in archivio per tracciare un suo ritratto del maestro, costruendo quasi un Bildungsroman critico. Il volume si apre con il capitolo Il riflesso dei maestri, in cui è narrata, con estrema cura di particolari, tutta la formazione del ‘fiol del calzuler’. Primo tra questi maestri è stato l’allora Preside della Facoltà di Lettere di Bologna, Lorenzo Bianchi. Lorenzo Bianchi è una figura controversa: ricordato dagli storici per aver partecipato attivamente alla vita culturale e politica del fascismo, è grazie a lui se il giovane Raimondi si reca a Heidelberg con una borsa studio, intensificando così la propria conoscenza della lingua e della letteratura tedesca. Se Bianchi non fosse caduto in disgrazia in seguito agli eventi bellici, Raimondi, scrive Di Franco, sarebbe diventato probabilmente un brillante germanista. È stato lo stesso Bianchi a consigliare a Raimondi di ‘cambiare padre’, dal momento che lui non avrebbe potuto più aiutarlo: Bianchi aveva dunque capito il valore di Raimondi, uno studioso che non sempre sarà compreso fino in fondo. A essergli ostile era soprattutto l’ambiente pisano: in un simpatico aneddoto, raccontato dal critico in occasione della presentazione del 29 settembre 2017, Battistini narra di un suo pranzo alla mensa della Scuola Normale. Il critico, ancora giovane, si trova seduto accanto a Luigi Blasucci, che, dopo aver appreso che è un raimondiano, lo guarda con il sorriso compassionevole di chi pensa di star parlando con un parolaio, fedele epigono del suo fumoso maestro.
Dopo Bianchi, la strada del giovane e promettente Raimondi è ancora lunga e Di Franco la traccia scendendo nei minimi dettagli. Si arriva così al sodalizio con il filosofo Franco Serra, nipote di Renato. Dalla casa povera di via Mascarella, dove la madre di Ezio preparava la minestra e dove il figlio studiava e leggeva Heidegger (cfr. Camminare nel tempo), il giovane Raimondi passa all’aristocrazia al tramonto di casa Serra, in via degli Orefici 4. In Serra Raimondi trova ciò che sta cercando spasmodicamente, ciò che Arcangeli ha definito ‘il tramando’, una qualche forma di ereditata identità che non può necessariamente essere di stampo crociano, ma deve avere radici emiliano-romagnole. Grazie a Serra, Raimondi conosce due degli autori più importanti della sua formazione: Lucien Febvre e Ernst Robert Curtius.
Per dimostrare quanto il metodo di Febvre abbia influenzato e affascinato Raimondi, Di Franco ha studiato le postille e le sottolineature sui volumi donati a Raimondi proprio da Serra, sviscerando così le dinamiche del rapporto che il giovane studioso era solito instaurare con i propri modelli.
Il mosaico si completa, in parte, con la figura di Roberto Longhi, che Raimondi incontra durante l’anno accademico 1941-42 al corso dello storico dell’arte sui «Fatti di Masolino e di Masaccio». Si tratta di un rapporto diverso rispetto a quello con Serra e poi con Calcaterra, perché si consuma, come scrive Di Franco, in absentia, senza che vi siano incontri quotidiani tra i due. Tuttavia l’insegnamento di Longhi è fondamentale, perché intacca alle radici la metodologia e il pensiero raimondiani: con estrema precisione, Di Franco mette in luce come la lezione sui Fatti di Masolino e di Masaccio sia stata fonte di ispirazione per lo studio di Raimondi finalizzato a stabilire il livello di autenticità dell’Amorosa visione di Boccaccio. Di Franco evidenzia come Raimondi abbia trasferito la lezione metodologica di Longhi, volta a smentire il discepolato di Masaccio nei confronti di Masolino, per identificare il giro di mano di Girolamo Claricio sul testo del Boccaccio.
L’esempio di Longhi suggerisce dunque quanto i maestri non siano solo guide e numi tutelari del percorso dell’allievo, ma debbano essere soprattutto exempla sui quali costruire il proprio metodo di lavoro. Possiamo così scoprire ‘come lavorava Raimondi’ solo attraverso il riflesso di chi lo ha seguito nel suo percorso di formazione ed anche oltre, quando ormai lo studioso è già adulto. Tra Raimondi e i suoi maestri si instaura una ‘lunga fedeltà’, una fedeltà che a sua volta Andrea Battistini ha mantenuto intatta nei confronti di Raimondi fino alla fine.
Un altro incontro fondamentale, con il quale Di Franco apre la seconda parte del volume (Ezio Raimondi nell’officina dei Dialoghi di Torquato Tasso), è quello con Gianfranco Contini, avvenuto tra il 1949 e il 1950.
In questa parte del libro, Di Franco si focalizza ancora di più sul modo di lavorare raimondiano, che trova nell’edizione critica dei Dialoghi di Tasso il suo massimo esempio. Entriamo così nell’officina del critico e del filologo e, grazie a Di Franco, scopriamo le varie fasi che ha attraversato il lungo lavoro di Raimondi commissionatogli dalla Crusca. Un impegno lungo e faticoso, che ha richiesto allo studioso di svolgere un vero e proprio lavoro artigianale: per sua stessa ammissione, Raimondi ha sentito l’esigenza di evadere dal ripetitivo lavoro filologico cominciando a interrogarsi sul significato e sull’esegesi del testo di Tasso, mettendo così sullo stesso piano l’operazione filologica e quella critica. Il pensiero di Raimondi è perfettamente sintetizzato in una dichiarazione a due suoi allievi, Giorgio Zanetti e Alberto Bertoni:
Contemporaneamente, nell’atto stesso in cui attendevo al problema del testo, emergeva il problema della sua interpretazione, dunque il problema critico. Devo dire, proprio parlando in termini genetici, che una cosa nasceva dentro l’altra (p. 117).
Senza omettere nulla, Di Franco mette in luce anche le dispute che Raimondi ha dovuto affrontare: per esempio quella con Bortolo Tommaso Sozzi, che in un articolo intitolato Nota sui «Dialoghi» di Torquato Tasso fece sentire il suo dissenso nei confronti della scelta raimondiana di accordare una maggiore fiducia alla tradizione manoscritta dei Dialoghi. Grazie a Di Franco possiamo inoltre leggere la lettera, conservata nell’Archivio Lanfranco Caretti alla Biblioteca Ariostea di Ferrara, in cui Raimondi cerca di difendersi dalle accuse mosse da Sozzi nel suo articolo.
Infine, Di Franco si spinge fino all’incontro di Raimondi con Charles Singleton, che lo condurrà fino alla Johns Hopkins University di Baltimora, aprendo così le porte al mondo d’oltreoceano, degna conclusione di un percorso accademico e scientifico quanto mai complesso.
Un lettore curioso. La formazione culturale di Ezio Raimondi è dunque un libro che, pur seguendo la linea tracciata dalla formazione e dall’operato di Ezio Raimondi, offre un affresco vivido dell’accademia sia italiana sia europea del periodo, fatta di maestri e di allievi, insomma, di vere e proprie scuole. Allo stesso tempo è evidente come Raimondi sfugga a qualsiasi scuola: è un unicum, un prodotto di più maestri. Per esempio, mentre Calcaterra rappresentava l’erudizione e la solidità della scuola storica torinese, Longhi al contrario incarnava la genialità percettiva e l’intuizione: due aspetti che Raimondi mescolava e sovrapponeva, evitando così la fumosità tipica del genio così come l’eccesso di solidità erudita.
Un volume che spinge anche a una riflessione: se nell’accademia di oggi, in cui sembra prevalere una direzione quasi aziendale della ricerca, sia ancora possibile parlare di scuole, di maestri e di allievi.
complimenti,
se mi autorizzate, ripubblico sul mio portale di letteratura, che si mantiene di gratuità, a totale mie spese, alcuni vostri pezzi, con la precisazione della fonte da cui sono stati tratti.
In attesa porgo vive cordialità
cosimo rodia
https://www.interzona.news/