di Antonietta La Manna

 

I ferri del mestiere, rubrica a cura di Antonietta La Manna

 

Sono entrata a scuola dopo aver tentato altre strade, mi ci sono ritrovata per caso. Ho iniziato come tutor di ragazzi “difficili” in una scuola paritaria bolognese, il mio primo studente si chiamava Dario. Trascorrevamo  in un’aula tre pomeriggi a settimana, insieme provavamo a decifrare le pagine da studiare, era un ragazzo molto intelligente che quella scuola faceva sentire un poco di buono, a volte si sfogava e mi raccontava i suoi stati d’animo, altre volte mi parlava delle sue passioni e quando lo faceva intuivo in lui delle potenzialità. A giugno, scaduto il contratto, mi sono trasferita in provincia di Ancona dove ai primi di luglio ricevo un sms: “Tonia, ce l’ho fatta! Grazie a te ho un diploma”. La mia prima reazione è stata di felicità, Dario si era diplomato, ma ho subito provato un certo dispiacere perché non riusciva a riconoscere che il merito fosse soprattutto suo, che le prove le aveva sostenute lui, che io avevo solo provato a convincerlo di avere tutte le capacità per affrontare l’esame e fare bene.

 

Arrivata nelle Marche, avendo pochissimi punti in graduatoria, ho continuato a lavorare nelle scuole paritarie dove c’erano molti altri Dario, quelli che mi venne da definire “i respinti dalla scuola statale”  per i quali la scuola a pagamento era l’ultima spiaggia. Ma quella esperienza è stata per me una formidabile palestra. Ad Ancona non ero più solo tutor ma un’insegnante a tutti gli effetti, avevo classi mie, il primo anno una quinta e una seconda di un istituto tecnico, tutti maschi: il primo giorno avevo una fifa che, in confronto, neanche Don Abbondio: “Cosa gli racconto adesso a questi? Come mi devo comportare?”

 

Nella scuola i “colleghi anziani”, e non,  erano prodighi di consigli, “Attenta a non farti mettere i piedi in testa, mantieni le distanze” e spesso il lessico era lo stesso della guerra: “Qui siamo in trincea, dobbiamo difenderci…non abbassare la guardia”. La mia paura invece che placarsi aumentava. C’era un “loro” e un “noi” ed eravamo gli uni contro gli altri. Per fortuna non è nella mia indole stabilire relazioni che presuppongono il piede di guerra, provo sempre ad andare d’accordo con tutti, figurarsi con degli adolescenti cui dovevo tenere lezione e che erano sotto la mia responsabilità per un tot di ore a settimana, precisamente sei ore a settimana: chiaro che, oltre ad insegnargli qualcosa, io dovevo prendermi cura di loro.

 

Quindi sono entrata in classe, con la mia faccia e il mio sorriso e non mi sono sottratta alle domande: “Quanti anni ha prof? … è la sua prima esperienza da insegnante?” (Una collega mi aveva messa in guardia: “Non dire mai che è la tua prima esperienza, altrimenti sei finita”). Io invece ho risposto che era la prima volta che mettevo piede in un’aula scolastica e perciò saremmo cresciuti insieme. Insomma, sono stata me stessa. Ora, se dicessi che quel primo anno è stato idilliaco mentirei, il secondo anche peggio perché avevo una quinta liceo scientifico con trentacinque studenti. Mi hanno messo sul serio alla prova. Dire a quei ragazzi “ti metto due” oppure “ti metto una nota” non li scalfiva minimamente.

 

Allora non potevo permettermi corsi di formazione, la paga era davvero misera, cercavo di formarmi in rete o comprando libri. Nello stesso anno ho tentato, superandolo, il test per entrare a “Scienze della formazione primaria”, in quel momento l’unica strada per entrare in ruolo. Quindi la mattina lavoravo in classe con degli adolescenti e il pomeriggio seguivo i corsi per imparare a gestire classi di bambini tra i sei e i dieci anni. Arrivavo a lezione dopo un viaggio di tre quarti d’ora e sulle spalle una mattinata di lavoro, ma ascoltare le lezioni, soprattutto i laboratori tenuti dalle maestre sul loro fare scuola, era per me quanto di più formativo potessi sperare: mentre raccontavano dei loro bambini io mi figuravo i miei adolescenti in burrasca e mi chiedevo che bambini fossero stati: curiosi, interessati, ponevano domande? Come erano arrivati ad odiare così tanto la scuola e i prof? Non mi rassegnavo e, ascoltando le maestre parlare delle loro classi, prendevo spunto per elaborare strategie buone per i miei adolescenti “disinteressati”.

 

Nella scuola paritaria ho imparato innanzitutto che è fondamentale stabilire con i propri studenti una  relazione sana, non fondata sullo spauracchio dei voti e delle note disciplinari ma su un rapporto di rispetto reciproco. Ho imparato anche che pretendere si comportino da adulti, quando adulti non sono, è una cosa priva di senso. Hanno ancora bisogno, tra i quattordici e i diciannove anni, di essere accompagnati e ciò non significa che non siano in grado di ragionare o fare scelte per sé stessi o che noi adulti dobbiamo sostituirci a loro: noi dobbiamo essere presenti quando hanno bisogno, essere una guida discreta e non invadente.

 

Dopo cinque anni di quella palestra, dove mi sono fatta davvero i muscoli, sono approdata alla scuola pubblica. Il primo incarico l’ho avuto in un CTP (oggi CPIA), insegnavo italiano L2, le mie classi erano composte da studenti di ogni parte del mondo, mentre l’anno successivo ho fatto la mia prima esperienza in un professionale e presto si è trasformata in una scelta, perché “insegnare a chi non vuole imparare” era diventata la mia specializzazione. La prima classe al professionale era di venticinque ragazzi che aspiravano a diventare meccanici. Al primo consiglio di classe (io ero lì da qualche settimana) il coordinatore si è voltato verso di me è mi ha chiesto di parlare della classe visto che ero “quella di italiano”,  quella che passava con loro tante ore. Mi ha preso alla sprovvista, lì tutti quanti conoscevano i ragazzi da più tempo, perciò mi aspettavo che fossero loro a dire a me, ma non mi sono sottratta e ho detto quello che pensavo, cioè che erano svegli e stavo bene con loro, al che mi hanno guardata tutti con gli occhi sgranati. Sono ammutolita, il coordinatore ha dato la parola agli altri insegnanti, in silenzio ho ascoltato i loro racconti, per me erano surreali, tanto che alla fine il collega di sostegno mi si è avvicinato e mi ha detto piano: “Guarda che loro con te stanno buoni, con altri sono tremendi”. In realtà cosa facevo in classe? Intanto cominciavo la lezione parlando di calcio per sei o sette minuti, commentavamo magari le altre notizie del giorno, poi sceglievo un brano dall’antologia e leggevo per loro ad alta voce, e non volava una mosca, infine discutevamo di ciò che avevamo letto.

 

Nel 2013, durante la mia prima supplenza all’Alberghiero, mi era stata assegnata fra le altre una classe terza: “Sono pochi, sostanzialmente una bella classetta, ma un gruppetto fatica a rispettare le regole e non ha voglia di studiare”. Devo tanto a quel gruppetto, perché chi ne faceva parte mi invitava sempre ad andare in laboratorio di cucina, volevano li vedessi all’opera. Un venerdì ci sono andata, ho trovato un tavolino apparecchiato per me  e ho mangiato tutto quello che avevano preparato, dal primo al dolce. Ma soprattutto ho scoperto che quel gruppetto che non aveva voglia di studiare in cucina era impeccabile. Qualcuno mi ha detto: “Beh, per forza, ci mancherebbe che in cucina non fossero bravi, altrimenti perché scegliere l’Alberghiero?”

 

Io invece mi sono chiesta se non fosse il clima del laboratorio a creare quella sinergia, se non fosse la modalità della lezione a renderli più partecipi, più consapevoli e di conseguenza più coinvolti. Sono andata a trovarli spesso, dopo quel venerdì, osservavo ciò che accadeva, come si relazionavano tra loro, come si confrontavano con il prof, qual era il loro approccio al lavoro. E allora mi sono detta: perché non provare a portare il laboratorio anche nelle ore di italiano e storia?

 

Per qualche anno ho provato, partendo dalle mie intuizioni, a sperimentare alcune attività, come quando chiesi a una classe prima di scegliere una poesia e portarla in classe, solo accompagnata da una breve biografia dell’autore: ognuno doveva spiegare ai compagni il perché della scelta, dire cosa lo aveva colpito. Poi, quando lo studente o la studentessa avevano finito di illustrare la propria scelta, chiedevo agli altri se la poesia fosse piaciuta e cosa  li avesse colpiti. Infine dicevo anche la mia e facevo notare alcuni altri elementi che mi sembrassero utili. Nel laboratorio i ragazzi acquisiscono autonomia, crescono nel rispetto delle loro individualità e il clima è di collaborazione, di scambio, nel laboratorio davvero si impara tutti insieme. Ma al mio laboratorio mancava qualcosa, a volte avevo l’impressione che quelle che proponevo fosse solo una sequela di esperienze puramente personali, senza sostanza. Col tempo ho capito che un’azione didattica per dare frutti deve essere ricorsiva: insomma a me mancava un metodo.

 

Nel 2017, alla sesta edizione del convegno sull’orientamento narrativo “Le storie siamo noi” (http://www.lestoriesiamonoi.eu/), partecipo al cantiere “Origini, parole dentro parole fuori. Laboratorio di narrazione autobiografica tra teatro sociale e Writing Workshop” tenuto da Sabina Minuto e Sara Moretti, e grazie a quest’incontro posso conoscere il Writing e Reading Workshop, una metodologia nata in America negli anni Sessanta che cala l’insegnamento della scrittura e della lettura in ambiente laboratoriale.

 

Durante le visite alle scuole dell’infanzia per il tirocinio mentre frequentavo SFP, avevo già imparato che per i bambini gli atti di routine hanno un valore pedagogico poiché oltre a favorire l’organizzazione del tempo e dello spazio aiutano a sviluppare alcune competenze fondamentali, innanzitutto l’autonomia. Si crede, erroneamente, che gli adolescenti siano ormai grandi per queste cose e invece,  visto che adulti ancora non sono ma persone in costruzione, le routine possono essere significative esattamente come per i più piccoli. Per questo il laboratorio di scrittura e lettura si fonda su una serie di rituali e la sessione di lavoro è scandita dalle azioni seguenti: minilezione – scrittura individuale – condivisione. È all’interno di questo schema, apparentemente rigido, che vedo emergere le loro individualità.

 

Da qualche anno prima di iniziare la lezione condivido con le classi il “Cosa ci aspetta oggi?”, una scaletta della lezione con l’indicazione dei tempi per ogni attività. A cosa serve? Innanzitutto a metterli al corrente di cosa ho preparato per loro, perché penso sia educativo dare loro la possibilità di intervenire sulla scaletta nel caso ci fossero altre particolari esigenze: questa potrebbe sembrare una concessione demagogica (e qui ripenso a quella professoressa che mi diceva di “non abbassare mai la guardia”), ma ha invece per me una forte valenza pedagogica: se comprendono la possibilità di prendere la parola in prima persona e poter dire la loro, allora si sentono parte attiva della lezione e la lezione è anche la loro non solo la mia: l’abbiamo concordata insieme, di conseguenza assumono un atteggiamento di disponibilità.

 

Nella scaletta la prima attività è la poesia del giorno, che ho tratto dai maestri del wrw. Nessuna lezione può iniziare se prima non ho letto una poesia ed è un rituale cui i ragazzi si affezionano immediatamente: se una mattina sei distratta perché qualcuno o qualcosa prima di entrare in classe ti ha distolto dalla tua routine, subito ti riconducono al tuo compito: “Prof, la poesia del giorno!” Domani torno a scuola dopo quindici giorni di assenza per malattia e la poesia del giorno sarà questa. È di Sandro Penna:

Negli azzurri mattini

le file svelte e nere

dei collegiali. Chini

su libri poi. Bandiere

di nostalgia campestre

gli alberi alle finestre.

1 thought on “Rituali

  1. Complimenti! La lettura di questo brano mi ha arrecato piacere, e conforto nel vedere un animo nobile che incide positivamente, con spontaneità e semplicità, sugli altri. Oso dire: sulla vita e sul futuro degli altri. Questo è un grande merito… Inoltre questo scritto reca un prezioso insegnamento, pur non avendo un carattere apertamente pedagogico.

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