di Laura Pipolo
Economia comunitaria indigena (ombre corte, Verona 2021) di Andrea Mazzocco è un esercizio di decolonialità, una lettura fondamentale per pensare l’Alterità e raggiungere la consapevolezza che quello in cui viviamo, il modello economico-sociale del capitalismo neoliberale, non è l’unico mondo possibile (fortunatamente).
La colonialità non permette alternative a sé stessa1, si oppone alla coesistenza di modelli e sistemi sociali diversi, imponendo l’egemonia di gerarchie fintamente universali e neutrali, quando in realtà sono socialmente costruite2. Il modello neoliberale, perciò, s’impone violentemente e s’insinua fino alla sua interiorizzazione perpetuata attraverso un sistema di autoreferenzialità.
Ma se la colonialità del sistema capitalista tenta di renderci incapaci di pensare l’Alterità e le alternative, l’opera di Andrea Mazzocco ci presenta un “paradigma otro”3 rappresentato dalle società indigene che, con proprie cosmologie resilienti e resistenti, esistono “ai margini”, al di fuori del capitalismo. Queste esperienze “permettono di mostrare al mondo come le alternative siano possibili, come la ricerca della libertà e della dignità non debba mai essere abbandonata, come un mondo solidale sia possibile”.
Il libro è un “viaggio” diviso in quattro capitoli.
Nel primo, vengono presentati i modelli comunitari di diversi popoli indigeni. L’analisi qui riportata ne riconosce le profonde individualità, fortemente legate alle peculiarità degli ambienti ecologici in cui vivono da generazioni. L’autore delinea, dapprima, i modelli economico-sociali delle comunità d’altura, seguite da quelli amazzonici (con diverse riproduzioni sociali rispetto alle prime) e, infine, riporta un approfondimento del caso chiapaneco. A seguire, vengono analizzate le cause della crisi delle comunità e conseguentemente dei modelli cooperativi. Questo passaggio è fondamentale per permettere al lettore di comprendere anche le reazioni a tale crisi: dalle diverse insurrezioni degli anni ‘90, passando per il rinnovo del movimento indigeno fino ai processi d’indigenizzazione (indigeneity) e decolonizzazione più attuali.
Il secondo capitolo si concentra sulla relazione tra i modelli presentati e l’economia neoliberale. Qui Mazzocco mostra le profonde difficoltà della coesistenza di paradigmi di produzione differenti, fondati su valori tra loro contrastanti. Viene introdotto anche il confronto delle forme di economia comunitaria indigena con quelle di produzione comunalistica di stampo marxista, con particolare attenzione alla concezione del lavoro e ai suoi prodotti sociali. Infine, uno sguardo all’estrattivismo neoliberale in Amazzonia e in Chiapas, che da decenni distrugge i territori indigeni minacciando le aree con maggiore biodiversità del pianeta. Il passaggio risuona particolarmente in un momento storico in cui la consapevolezza dell’inseparabilità della giustizia sociale e ambientale-climatica fa ormai parte del dibattito di movimento. D’altro canto, senza un cambio di rotta, rimane alto il rischio che le violazioni dei diritti consuetudinari dei popoli indigeni e l’appropriazione dei loro territori, nel nome del profitto, continuino ad aumentare.
All’autonomia zapatista è dedicato il terzo capitolo. Qui Mazzocco analizza i diversi aspetti dell’esperienza: l’organizzazione economica, la struttura dell’autogoverno e il sistema educativo autonomo. Quest’ultimo ha un ruolo fondamentale nel processo di indigenizzazione, nella stessa riappropriazione culturale indigena e nel veicolare un differente modello di riproduzione sociale.
Il quarto e ultimo capitolo esamina la concezione dell’autonomia nelle società indigene presentate e nei principi teorici – tanto anarchici quanto marxisti. Il lavoro ci fa riflettere sull’effettiva riproducibilità dell’esempio autonomista degli zapatisti da parte dei movimenti mondiali di lotta anticapitalista. In tal senso, Mazzocco non pretende di fornire un modello da universalizzare, evitando sapientemente la comoda illusione del copia e incolla, il one-size-fits-all tipico della cooperazione internazionale4. Invece fa molto di più, proponendo una visione plurale per la lotta anticapitalista: non solo nell’opposizione al modello neoliberale, ma nella concreta costruzione delle alternative ad esso. Ed è solo attraverso un processo decoloniale e tramite il lavoro collettivo che può essere ravvivato un sentimento di comunità in questa resistenza.
Consigliatissima, infine l’appendice: uno sguardo politico più approfondito sui luoghi attraversati dall’autore durante i suoi viaggi in Abya-yala.
Veniamo dunque all’analisi critica: del lavoro di ricerca e analisi di Mazzocco si apprezza in maniera particolare l’esercizio di posizionalità5. Il processo di messa in discussione, autoriflessione e decolonizzazione dello stesso autore ha permesso di creare un’opera considerevole, capace di offrire una finestra su esperienze di autonomia comunitaria indigena priva dei tropi tipici delle narrazioni sui popoli originari. L’autore rifiuta l’approccio paternalistico e riconosce nell’indigeno stesso il vero “esperto” dei problemi indigeni. Da qui l’esperienza diretta nell’incontro con i popoli originari di Messico, Perù e Bolivia e le numerose interviste che hanno arricchito lo sguardo di Mazzocco, già intriso da attenti studi e anni di attivismo.
Gli indigeni sono nostri contemporanei, contrariamente alla concezione scorretta e razzista che presenta queste società come primitive, arretrate e inesorabilmente destinate a scomparire. Non solo, gli indigeni in quanto società e come individui sono sempre stati e restano soggetti attivi che agiscono, interagiscono e reagiscono ai continui shock esterni e violenze che si susseguono sin dal primo contatto fino al neocolonialismo estrattivo più recente. Le comunità analizzate dall’autore sono solo esempi di un movimento indigeno più generale, e di quello autonomista in particolare, che dalla sierra alla costa, dalla foresta alle città, fino all’Abya-yala – e non solo – non smette di lottare e rigenerarsi, e a cui queste pagine rendono giustizia.
Mazzocco non fa neanche l’errore contrario, elevando a modello e glorificando acriticamente le società indigene, scadendo nel mito del “buon selvaggio”. In tal senso, lo sforzo viene apprezzato particolarmente per quanto riguarda il caso zapatista, spesso ammirato dal movimento anticapitalista europeo, ma che, a volte, rischia di cadere in una lettura banalizzata e banalizzante, in una narrazione superficiale funzionale alla riproduzione (fin troppo comoda) dei risultati e non delle pratiche. Tenendoci con i piedi per terra, invece, l’autore ci ricorda che l’esercizio dell’autonomia zapatista “è stato tutt’altro che facile”. Questi raggiungimenti sono il risultato di resilienza, resistenza e rivoluzione, e soprattutto di organizzazione in un complesso processo decoloniale che non ha fine.
L’autore non manca, infine, di evidenziare i nessi con la questione della terra. Ad esempio, i processi d’indigenizzazione e autodeterminazione hanno portato gli zapatisti a concentrarsi sulla produzione della propria sussistenza alimentare. In tal modo, l’esperienza zapatista è stata capace di rispondere alla complessa situazione d’impoverimento dell’economia rurale indigena messicana, migliorando le vite dei contadini indigeni, grazie all’autonomia e alla riappropriazione della cultura tradizionale. Il legame con la terra è un aspetto trasversale a numerose società indigene e un aspetto fondamentale del processo di autonomia. Il forte legame con la terra non è solo culturale, ma si evidenzia anche nelle profonde conoscenze ecologiche di questi popoli, che gli permettono di adattarsi e adattare l’ambiente in cui vivono da generazioni, sviluppando modelli socioeconomici sostenibili. Non a caso un filo rosso in molte cosmologie indigene è la visione dell’ambiente come un ecosistema di cui l’animale-umano fa indissolubilmente parte. In opposizione troviamo la visione occidentale che vede la separazione natura-uomo e tende alla mercificazione – e più recentemente finanziarizzazione – della natura stessa.
La rivitalizzazione delle pratiche rese subalterne dal sistema coloniale capitalista neoliberale è parte dell’intenso e profondo lavoro d’indigenizzazione portato avanti dai popoli indigeni di tutto il mondo. Il caso zapatista riportato da Mazzocco ne è forse uno degli esempi più conosciuti. La riappropriazione culturale indigena e il sistema educativo autonomo degli zapatisti rappresentano una delle facce del processo di decolonizzazione, e sono stati fondamentali per smantellare la “colonialità del sapere”. Il lavoro di Mazzocco da un lato ci fa riflettere sulla reale applicabilità dei modelli preesistenti, dall’altro ci fornisce gli strumenti per immaginarne di nuovi.
Solo processi decoloniali (decolonialità oltre che decolonizzazione) e d’indigenizzazione ci permetteranno di liberarci dalle catene della colonialità e immaginare finalmente un caleidoscopio di opportunità.
Lo sforzo di posizionalità, accompagnato dalla profonda conoscenza contestuale dell’autore, ci regalano un’opera unica, capace di farci mettere in discussione, offrici il dono della creatività e dell’immaginazione delle Alterità, per costruire nuove società desde abajo y a la izquierda.
Note
1 Maldonado-Torres, N. (2007) ‘On the Coloniality of Being: Contributions to the development of a concept’, Cultural Studies, 21(2–3), pp. 240–270.
2 Quijano, A. (2000) ‘Coloniality of Power, Eurocentrism, and Latin America’, Nepantla: Views from South,
1(3), pp. 533–580.
3 Mignolo, W. D. (2012) Local Histories/Global Designs: Coloniality, Subaltern Knowledges, and Border Thinking. Princeton: Princeton University Press.
4 Gartzke, E. and Rohner, D. (2011) ‘The Political Economy of Imperialism, Decolonization and Development’, British Journal of Political Science, 41(03), pp. 525–556.
5 Schiwy, F. (2007) ‘Decolonization and the question of subjectivity: Gender, race, and binary thinking’,
Cultural Studies, 21(2–3), pp. 271–294.