di Paolo Costa

Per mia madre Dina

 

Il modo in cui mio padre parlava della morte – sua, mia, o di chiunque altro – non mi apparteneva. Per questo, probabilmente, mi affascinava così tanto. Da bambino, in particolare, farne esperienza, fosse solo per una battuta noncurante, era come gettare uno sguardo fuggevole negli abissi dell’esistenza. Non, però, con gli occhi di quel sabato sera del 1973 in cui io e mia sorella, approfittando della disattenzione degli adulti, guardammo terrorizzati una miniserie per la TV di Dario Argento intitolata, vedi caso, “La porta sul buio”.

Non c’era traccia di orrore nei racconti di mio padre, ma una familiarità con il non-essere-più che compiva il prodigio di rendere la tua morte una parte non scandalosa della vita stessa. Me ne accorgevo soprattutto quando moriva un animale domestico. Il suo dolore, non meno intenso del mio, non somigliava al mio sgomento. La vista della morte, voglio dire, non lo faceva sentire impotente. Di fronte, per esempio, alla sofferenza inutile del più resistente dei nostri conigli, sterminati da un’epidemia di mixomatosi, la sua determinazione mi incuteva allo stesso tempo timore e riverenza. Intuivo, infatti, che dietro quella apparente callosità c’era una forma matura di compassione.

 

A me, però, i conti non tornavano mai completamente. Non appena mio padre usciva dalla scena, la morte ripiombava sullo sfondo e tornava a essere un evento impensabile, che ti costringeva ad abbassare gli occhi e fare finta di niente. Ma guardare altrove non faceva che alimentare l’angoscia. Il tuo non-essere-più tornava così gradualmente a essere una presenza pulsante, come la ferocia nei film horror di cui leggevo con un brivido lungo la schiena i titoli agghiaccianti nell’ultima pagina del “Corriere della Sera”.

Poi mio padre è morto. E se ne è andato con un desiderio ardente di morire prima che la morte diventasse un incubo. A quel punto la sua verità l’ho vista rappresentata teatralmente nella stanza di ospedale in cui, se avesse potuto scegliere, non sarebbe rimasto un minuto di più. La sua saggezza, al dunque, non gli era servita per sfuggire alle tenaglie di una forma di vita basata sulla rimozione della morte. Dario Argento, che mio padre considerava un mona, aveva vinto e il suo film, volente o nolente, se l’è dovuto sorbire tutto, incatenato al letto, dalla prima all’ultima scena.

 

***

 

Da anni, ormai, mi aveva affidato il compito di spargere le sue ceneri con quel tono matter-of-fact che non era cambiato dai tempi della mia infanzia. Io, come è nel mio stile, rispondevo: “presente!”, senza ponderare i dettagli. C’era tempo. C’è sempre tempo, quando il tuo compito è vigilare nell’attesa che il gioco si faccia duro. “Che vuoi che sia?”, mi dicevo. Prima o poi moriamo tutti: è una verità con cui bisogna pur fare i conti.

D’altra parte, uno mica se li immagina i dettagli della vita quotidiana dopo il decesso di una persona cara. Giustamente, ci si concentra sulla perdita e sul dolore che ne deriverà. Ci si prepara alla botta, non a quella parte della vita che non subirà alcun contraccolpo. Ad esempio, l’uomo delle pompe funebri che con gesto elegante ti apparecchia sulla tavola le minuzie che avevi trascurato. Eccellente l’idea della cremazione (“una scelta di civiltà!”), ma a chi va affidata la scatola sigillata con le ceneri?

Eh, sigillata, sì, figuriamoci… Non hanno approvato quella legge lì – era una legge, no? – per cui adesso uno le ceneri le sparge un po’ dove gli pare? O ho capito male?

Sì, hai capito male. O meglio, non è che hai capito male, è che non hai nemmeno cominciato a capire. Tanto per cominciare, non appena ho la forza per metterci la testa, prendo atto che non aveva torto Renato, un vecchio amico di mio padre, che mi aveva messo tempestivamente in guardia circa la rilevanza del sigillo. Io, dall’alto della mia incoscienza, i suoi ammonimenti li avevo liquidati con un’alzata di sopracciglio. Di colpo, però, mi rendo conto che, se le ceneri sono state affidate incautamente a mia madre, mi serve un’autorizzazione speciale per trasportarle e spargerle.

 

Non è una novità, lo Stato italiano diffida dei suoi cittadini. Quelle ceneri, me ne accorgo soltanto adesso, sono un bene da tutelare. Non sono un affare tra me e mio padre, come ho pensato ingenuamente per anni. Lo Stato, attraverso i suoi legali rappresentanti, insinua: “E se Sua madre non fosse d’accordo? E il Defunto, poi? Siamo sicuri che volesse veramente che le sue ceneri finissero in un posto nel bosco che nessuno conosce?”. Servono prove, oltre a una duplice dichiarazione firmata con allegate carte d’identità, più due marche da bollo da 20 euro e, in sovrappiù, una data.

Alla data non avevo proprio pensato. Sparo di getto un “15 novembre”, cercando con gli occhi l’approvazione dell’impiegata comunale. Dopo un attimo ci ripenso – quel giorno ho un impegno di lavoro – e faccio slittare la data di una settimana. A quel punto mi viene un ulteriore scrupolo. Magari mia sorella, contro ogni previsione, ci tiene a esserci. Meglio la domenica, allora. “Slittiamo di un altro giorno, mi perdoni” – sussurro con tono supplice, testando la pazienza della formalissima funzionaria.

 

***

 

Il 23 novembre sono in viaggio per Zoldo. Fa insolitamente freddo, ma il cielo è terso. Due giorni prima ha nevicato e per domani prevedono neve anche in pianura. Oggi, però, è una giornata splendida: adatta a qualsiasi evenienza, anche a un rito funebre sui generis.

Non sono solo, ma è come se lo fossi. Questa roba qui, qualsiasi cosa sia, è affar nostro. Sono mesi che dormo male pensando che ci ho messo troppo tempo, che mio padre probabilmente non si aspettava di dover attendere mesi per chiudere la faccenda. Stanotte, però, l’ho sognato e non sembrava impaziente o arrabbiato.

Nella valle i prati sono innevati. Cinque centimetri, non di più. Ma la temperatura è sotto lo zero e il paesaggio è decisamente invernale. Alla fine del viaggio, scelgo prudentemente di imboccare la strada che passa per Coi e parcheggio la mia vecchia Croma nel piazzale semivuoto – ma non vuoto! (eppure, è la fine di novembre…) – quando il sole, come previsto, è più o meno allo zenit. Esco lentamente dall’auto e, sospirando per la tensione, assumo la mia posa più disinvolta: a Costa tutto tace. Mi avvio.

 

L’ora X è giunta. Tutte le domande riceveranno una risposta. La prima riguarda il sigillo. Come si aprirà la dannata cassetta? Renato mi aveva avvisato: “Guarda che è un casino…”. Per questo ho portato con me cacciavite e martello. Male che vada, la spacco. Durante l’estate l’ho studiata a fondo, ma senza capire l’antifona. Mi concentro sul sigillo, ma solo dopo un timido tentativo di forzarla, mi rendo conto che i piedini sono in realtà delle viti da legno che servono per fissare il coperchio, che non è sopra, come uno si aspetterebbe, ma è stato sistemato in fondo (diavolo di un necroforo…).

Ora sono inginocchiato sulla neve e ho tra le mani un sacchetto di plastica che contiene non ceneri, ma una specie di rena chiara a grana grossa. Pesa più o meno cinque chili, come la sabbia per gatti che compro ogni due settimane al supermercato. Quella assorbente. Quella che fa la palla e, quando non la fa, mi suscita un’ira funesta, simile alle collere senza freni di mio padre: la rabbia che fa piazza pulita delle mezze tinte, purificando i sentimenti dalle scorie tossiche che avvelenano le relazioni ben più della malagrazia.

 

I cinquemila grammi, sommati al chilo o giù di lì della cassetta in legno, al martello e al cacciavite, spiegano la fatica che ho fatto per salire con andatura lenta da Costa al Tabià da l’aiva: un chilometro circa, duecento metri di dislivello. Un paio di volte ho dovuto persino fermarmi per riprendere fiato. Sto invecchiando. Merda. Durante le soste ne approfittavo per contemplare il paesaggio e ringraziare il Cielo, o chi per lui, per quella giornata radiosa. La neve rendeva la tipica luce alpina ancora più sfavillante. Qualche larice portava ancora le tracce del suo spettacolare canto del cigno autunnale e il silenzio vivo del bosco aggiungeva solennità al momento. Rinfrancato da quell’atmosfera rompo l’ultimo sigillo, apro il sacchetto e, dopo aver immerso la mano destra nelle ceneri, dico addio a mio padre nel luogo in cui è più difficile dirsi “mai più”.

 

***

 

Nov-embers

Un racconto di Alice Munro che ho letto e riletto nel corso degli anni si intitola “Conforto” ed è contenuto nel libro Nemico, amico, amante…, pubblicato da Einaudi nel 2003. L’atmosfera della storia è quella classica dei testi della scrittrice canadese: gelida ed empatica allo stesso tempo. Non si sa se gelida per eccesso di empatia o empatica quel tanto che basta per gelare qualsiasi slancio sentimentale.

“Conforto” parla di vita famigliare, eutanasia, scienza, religione, culture wars, goffaggine. Ha una struttura narrativa impeccabile e si conclude così.

“Poco dopo che se ne fu andato, Nina prese le ceneri e le sistemò in macchina sul sedile del passeggero. Poi rientrò in casa e tornò con le chiavi e la giacca. Guidò per un paio di chilometri fuori città, fino a un incrocio, poi parcheggiò e si incamminò per un viottolo, con la cassetta in mano. L’aria della notte era fredda e senza vento; la luna già alta.

All’inizio la strada tagliava per un terreno paludoso dove crescevano delle stiance; attualmente erano secche, alte, invernali. C’erano anche delle asclepiadi dai baccelli vuoti e lustri come conchiglie. Ogni cosa era nitida sotto la luna. Sentiva odore di cavalli. Sì, ce n’erano due nelle vicinanze, massicce sagome nere oltre le stiance e la palizzata. Sfregavano i grandi corpi l’uno contro l’altro, osservandola.

Aprì la cassetta e infilò la mano nelle ceneri fresche prima di rovesciarle a terra – insieme a brandelli minuscoli e resistenti di materia – tra le piante cresciute lungo la strada. Compiere quel gesto era come mettere le gambe in acqua e infine tuffarsi nel lago per la prima gelida nuotata di giugno. Da principio, un brivido nauseante, poi lo stupore di riuscire comunque a muoversi, sollevata da una corrente di ferrea devozione, calma sullo specchio d’acqua della vita, sebbene il dolore del freddo continuasse a entrarle a ondate nel corpo”.

 

Mi è venuto in mente la sera, a casa, ripensando a quella giornata fredda di novembre, circondato da un paesaggio familiare, neve sotto i piedi e un bianco immacolato ovunque. Dalla sabbia che era stata un dì mio padre, a un certo punto, si è alzata una polvere sottile che, osservata contro luce, faceva pensare all’etere tolemaico: puro, perfetto, incorruttibile. Non così diverso, poi, da quel luogo tanto amato da entrambi su cui valeva la pena versare qualche lacrima inconsolabile e dirsi, sottovoce: “L’è sta’ bel”.

Avevi ragione tu, vecio.

Ma va’ in mona, mulo

Brusadaz, 31 dicembre 2025

 

 

[Immagine: Foto di Paolo Costa].

1 thought on “Sabbia per gatti

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