di Pierluigi Pellini
[Esce in questi giorni, per i tipi dell’editore romano Mauvais Livres, Schedario francese di Pierluigi Pellini: tre volumetti, con copertine di Giulio Paolini, raccolti in un cofanetto (progetto grafico di Leonardo Magrelli), che parlano di libri francesi tradotti in italiano, dalle Favole di La Fontaine ai romanzi contemporanei di Houellebecq, Énard e Mauvignier. Per gentile concessione dell’editore, ne anticipiamo la Premessa].
Il titolo di questo libro non è un esercizio di falsa modestia. Alla lettera, raccolgo qui una serie di schede di lettura di argomento francesistico, apparse per lo più su «Alias», il supplemento domenicale del «manifesto».
Un volume di recensioni, oggi, chiede di essere giustificato.
Un tempo (neanche tanto lontano) era normale che un critico letterario mettesse uno sull’altro i suoi pezzi d’occasione, per dare testimonianza di un’esperienza di lettura – di una scelta di gusto o di una militanza intellettuale – su cui non di rado si accendeva poi il dibattito. Oggi, anche le raccolte di saggi più ampi sono guardate con sospetto; il pochissimo spazio che l’editoria italiana ancora riserva alla critica letteraria è quasi interamente occupato dalle monografie (poco importa che poi, spesso, siano cartaccia da concorso, o articoli in brodo diluito); e i residui di pubblica discussione intellettuale sembrano aver traslocato sui blog, dissolvendosi facilmente nell’indistinto rumore di fondo della semiosfera digitale.
Chi raccoglie saggi brevi, perciò, è sospetto, se va bene, di nostalgie fuori tempo massimo; se va male, di fatuo narcisismo e indebito spreco di carta.
E dunque: le ragioni che hanno fatto nascere questo libro sono tre; giudicherà il lettore se sono valide.
Primo. Scrivendo le mie recensioni per «Alias», soprattutto in anni recenti, ho sempre cercato di parlare non solo di un singolo libro, o del suo autore (o autrice), ma di un momento della storia letteraria, di un fenomeno culturale, di una forma simbolica; e di misurarne la vitalità, l’interesse, oggi, per noi. Così, accostando le varie tessere, mi pare che venga fuori un abbozzo di mosaico: molto lacunoso, non c’è dubbio. Anzi, troppo lacunoso, se è vero che, per dirne una, manca del tutto il Settecento. Ma forse ugualmente in grado di dare un’idea dell’insieme. Di dire cioè, in qualche modo diretto o indiretto, perché non possiamo fare a meno di leggere scrittori e scrittrici francesi, dei secoli passati e dei nostri giorni.
Non che i testi di cui parlo costituiscano un canone. Non di rado, la scelta è stata dettata dalla contingenza dell’attualità editoriale, prima ancora che da criteri estetici. Però, se accetto di recensire un libro, è perché sono convinto che sia significativo – indipendentemente dalla sua importanza storica, o dalla sua bellezza (o, semplicemente, da quanto mi piace); perché penso che consenta di fare un discorso di portata generale.
Non sono molti, in Italia, i testi che parlano di letteratura francese arrischiando (anche solo per indizi e frammenti, come nel mio caso) un qualche ragionamento non meramente specialistico. L’ultimo che meriti di esser letto è probabilmente quello di un amico caro che se n’è andato troppo presto, Paolo Zanotti. Lo ha pubblicato Laterza nel 2011: Dopo il primato. La letteratura francese dal 1968 a oggi. Forse, perciò, una quindicina di anni più tardi c’è spazio per questi miei interventi sparsi. Del resto, le pagine culturali dei giornali hanno questo di bello: che consentono di dire l’essenziale con beneficio d’inventario bibliografico.
Secondo. In quel che resta, oggi, della critica letteraria, c’è una polarizzazione fra cerimoniosa neutralità e violenza aggressiva. O, se si vuole, fra ipocrisia accademica e autopromozione urlata (in rete e non solo).
Nei miei pezzi cerco di dire sempre quello che penso, in modo netto e anche duro (se lo ritengo necessario), ma senza partito preso polemico. Se mi è capitato di parlare male di qualcuno (scrittore, critico, traduttore), se non ho edulcorato qualche giudizio severo, se addirittura qui ho reintegrato, in certi casi, qualche bordata espunta dalla versione originale, l’ho fatto sempre e solo per richiamare l’attenzione su problemi di ordine generale, culturale e anche politico: per esercitare, si parva licet, una qualche verifica dei poteri. Non per il piacere di stroncare – anzi, dei libri peggiori, di norma, preferisco non parlare.
Così, per fare solo un esempio, l’attenzione alla qualità – ancora oggi molto spesso disastrosa – delle traduzioni dal francese denuncia anche un fenomeno recente e preoccupante: la promozione del traduttore o della traduttrice a star mediatica, a ‘voce’ accreditata dell’autore, a prescindere da ogni serio controllo linguistico, filologico, critico.
Terzo. Se c’è una battaglia culturale (di sinistra) che oggi vale la pena di combattere, è quella contro il perbenismo woke. In buona logica neoliberale, da trent’anni i critici cercano di giustificare la propria esistenza spiegando perché la letteratura è utile: al benessere psichico dei lettori, alla costruzione dell’identità degli adolescenti, alla serenità dei malati terminali, alla convivenza democratica, ecc. Tutte idiozie, evidentemente: ma, in regime capitalista, ha diritto di cittadinanza nel mondo solo ciò che è funzionale; tutto deve servire a qualcosa, dunque anche la letteratura. Lo scandalo di una pratica umana sublime e inutile è ormai inammissibile.
In modo analogo (tout se tient), la distinzione fra autore e opera è sempre più evanescente: sembra ormai inconcepibile che il primo possa essere un mascalzone, la seconda un assoluto capolavoro. Segno dei tempi che viviamo: moralisti e soprattutto ipocriti.
Vale la pena di ribadirlo: letteratura e pedagogia sono opposti inconciliabili. La letteratura non insegna niente; non deve insegnare niente, perché ci fa vedere cose (belle o brutte, spesso brutte) che non conoscevamo, illumina il mondo di una luce nuova (non necessariamente gradevole); ha volentieri commercio col male, lo esplora e gli riconosce quella realtà che, purtroppo, è antropologicamente sua. La pedagogia invece rinsalda le nostre certezze – il più delle volte sciocche e false, ma rassicuranti.
Con i buoni sentimenti, diceva Gide, si fa cattiva letteratura. È quasi sempre vero. Ma non per questo dai cattivi sentimenti nascono sempre buoni libri. Houellebecq, per fare solo un esempio, non è Céline: soprattutto in anni recenti, scrive libri reazionari e brutti (non, però, brutti perché reazionari). Compito del critico è distinguere e argomentare: senza pregiudizi. Ci ho provato.
[Immagine: Copertina di Giulio Paolini].