di Fabrizio Capoccetti
[E’ appena uscito per Meltemi Scuola e insegnanti nella società neoliberale. Mutazioni antropologiche in atto, di Fabrizio Capoccetti. Ne proponiamo un estratto].
I processi di neoliberalizzazione che negli ultimi tre decenni hanno investito il campo dell’istruzione, promuovendo come “autonomia scolastica” quella che di fatto era l’aziendalizzazione della scuola pubblica e la sua subordinazione al mondo dell’impresa, hanno impegnato anche qualunque altro campo della vita pubblica e privata, l’ambito nazionale e quello internazionale, non solo trasformando rapporti di lavoro, funzionamento degli Stati, sistemi di governo, ma anche innescando e promuovendo una riconfigurazione dell’ordine simbolico che sta alla base del modo stesso in cui si considerano i rapporti sociali, si affrontano questioni etiche, si seguono ideali politici e principi morali. All’etica sociale si è andata sostituendo un’etica d’impresa che ha finito per riscrivere nel segno del nichilismo legami affettivi, vite personali, tempo libero, rapporti familiari, etc.
Chi scrive è un insegnante della scuola secondaria di secondo grado che, nel corso degli anni, ha avuto modo di riconoscere come uno dei principali limiti che attualmente segnano e accomunano le riflessioni critiche di docenti ed educatori rispetto alle trasformazioni subite dalla loro attività professionale, sia quello di aderire, più o meno volontariamente, a una visione talmente autoreferenziale della scuola e dell’insegnamento da precludersi l’effettiva possibilità di comprendere la vera natura dei cambiamenti che investono l’intero ordine sociale, e che pure li riguarda in prima persona. Sempre più convinti assertori della scuola “in rete con il territorio”, gli insegnanti sembrano dimenticare il legame profondo che la scuola intrattiene con la società e i rapporti di potere che ineludibilmente la regolano; incapaci, talvolta, di andare oltre la mera accusa di incompetenza nei confronti di ministeri e governi, a loro modo di vedere troppo poco lungimiranti, i docenti mostrano di non riconoscere la progettualità con la quale le “riforme” sono invece portate avanti – segno evidente, quest’ultimo, di rapporti di forza mutati a tal punto in favore dei gruppi dominanti, che i sottoposti scambiano l’asservimento volontario per insubordinazione. Un tale approccio impedisce di scorgere come vi sia all’opera una “razionalità” (Dardot e Laval 2009; tr. it. 2013) che ha guidato e continua a guidare processi di svuotamento dei rapporti democratici (Brown 2003), favorisce una peculiare denazionalizzazione degli Stati (Sassen 2006) e introduce in qualunque ambito istituzionale un sistema di governance che “cancella il nostro patrimonio di riferimenti politici per sostituirli con i termini tendenziosi del management” (Denault 2018, p. 13). Si tratta della stessa razionalità veicolata da “riforme”, decreti legislativi, rapporti OCSE, libri bianchi, tavole rotonde e altre iniziative del mondo degli industriali volte a trasformare la scuola nello spazio in cui deve iniziare la “mutazione antropologica” del cittadino in “imprenditore di sé”. Occorre, pertanto, recuperare uno sguardo sulla totalità dei fenomeni coinvolti da quel processo di notevole complessità che è il neoliberalismo (Harvey 2005) per collocarvi le trasformazioni che hanno interessato la scuola e il mondo dell’istruzione, al fine di fare emergere il particolare ruolo a esse assegnato dalla “nuova ragione del mondo” (Dardot e Laval, 2009; tr. it. 2013).