di Vanni Santoni
E adesso due parole in difesa di Italo Calvino. Qualcuno si chiederà che bisogno ci sia mai di difenderlo: da sempre e per sempre in ristampa, amato da lettori di ogni età, celebratissimo anche in vita, potentissimo sia come autore che come editor, capace di attraversare con felicità tutte le correnti letterarie dei quattro decenni in cui ha scritto, autore italiano contemporaneo più tradotto al mondo – e si potrebbe continuare.
Che c’è mai da difendere?
Il fatto è che in non pochi ambienti letterari, Calvino viene a volte guardato un poco in tralice, sebbene molti che lo fanno non abbiano poi il coraggio di scriverlo: potrebbe trattarsi di quel tipico snobismo culturale italiano che porta a sottostimare di default tutto ciò che ha avuto un cospicuo successo commerciale (non senza ragioni: il culto ormai indiscutibile del venduto, da troppi anni conduce a credibilità culturale autori in fondo mediocri e molto venduti proprio per questo – chi oserebbe dire che McDonald’s è uno dei migliori ristoranti al mondo? Pure, è difficile batterlo per numero di piatti serviti –, ma esistono, e sono sempre esistiti, pure autori che vendono moltissimo pur restando eccellenti) o anche solo a schivare idoli, o modelli dichiarati, che risultino troppo “facili”.
Ora, Calvino era senz’altro autore che univa il successo di pubblico a quello di critica (nonché alla stima da parte dei colleghi), ma è possibile che ci sia di più. Vero che a certe cene risulta molto più chic dirsi fan di Giorgio Manganelli o Cristina Campo (del resto… lo sono!), ma può davvero essere solo questo? Potrebbe entrarci anche il fatto che una certa leggerezza che si è insinuata nelle nostre lettere – leggerezza intesa come disimpegno, sentimentalismo, abbandono della ricerca stilistica e del coraggio strutturale – può essere ricondotta a un grande fraintendimento, in alcuni casi forse pure deliberato, della più famosa delle “lezioni americane”, appunto quella sulla leggerezza. Di certo, dopo Calvino, un certo midcult ebbe gioco facile a farsi ritenere highbrow senza esserlo. Una volta, a una cena in piedi legata a un premio letterario – contesto analogo a quello delle cene sedute, ma in cui la battuta deve essere ancor più folgorante –, ho sentito definire Italo Calvino “il più grande scrittore per ragazzi d’Italia”. Battuta tagliente, ma anche snobismo doppio, dato che il sottotesto è un certo disprezzo per la letteratura per ragazzi (vogliamo dunque buttar via Alice nel paese delle meraviglie e Lo hobbit? Che se ne fa di Philip Pullman? ecc.), e la riduzione di Calvino alla sola Trilogia dei nostri antenati, che però è effettivamente il suo lavoro più celebre e diffuso…
Ora, io stesso – come tutti, si potrebbe aggiungere – sono cresciuto con la Trilogia, e ho sempre avuto una totale esaltazione per Il cavaliere inesistente, un grande entusiasmo per Il visconte dimezzato e un rapporto tiepido, a malapena affettuoso, con Il barone rampante (le ragioni sono piuttosto ovvie, da ricercarsi nel taglio maggiormente avventuroso e fantastico del primo e dell’ultimo libro della Trilogia, ma anche nella loro maggior violenza allegorica); e successivamente, passando dall’infanzia alla preadolescenza, trovai nel Castello dei destini incrociati una sponda ideale alla mia passione per i giochi di ruolo e di carte. Insomma, come tanti altri italiani, sono cresciuto calviniano (calvinista?).
Naturale, allora, anche il distacco da Calvino avuto nell’età adulta. Sano, anzi. Sano trovare insopportabile il signor Marcovaldo e chiuso in una falsa profondità il taciturno Palomar; salubre ritenere per nulla divertenti le Cosmicomiche e pedante Ti con zero; corretto (specie dopo aver letto Gaddis e Pynchon) ritenere fuori tempo massimo Se una notte d’inverno un viaggiatore… Ci sarebbero state, dunque, tutte le premesse per diventare uno di loro e finire ad alzare il mento con una smorfia al solo sentire il nome di Italo Calvino mentre ci si versa ancora un altro bicchiere di bianco. Non è andata così. Financo quando ho visto l’altro e più oscuro volto di Calvino, quello pieno di sicumera, non sempre a fuoco, a volte ideologico e solo apparentemente amichevole che traspare dalle lettere editoriali riportate nei Libri degli altri (consiglio per cene in piedi: molto chic ricordare che Calvino rifiutò i
manoscritti di Guido Morselli). Nonostante tutto, sono rimasto un po’ calviniano (e sono diventato pure un calvinista per ciò che concerne il rapporto col lavoro letterario, ma questa è un’altra storia). Cosa è accaduto tra quell’infanzia trascorsa in mezzo a tarocchi sincronici, cannonate dimidianti e armature vuote, e quell’età adulta in cui ho inevitabilmente scoperto – anche al di là di certe diffuse, e non sempre in buona fede, pregiudiziali – che la letteratura italiana del Novecento, dietro alla dimensione apollinea di cui Calvino è espressione cristallina e massima, cela una più interessante dimensione dionisiaca?
È successo che un giorno, avrò avuto diciotto o diciannove anni, una ragazza che mi piaceva suonò alla mia porta di casa (e già questo lo rendeva un buon giorno), recandomi certi francobolli magici lungamente ambiti (e ciò lo rendeva un giorno eccellente), e cotali primizie erano occultate proprio all’interno di una copia delle Città invisibili. Curiosamente, il caso aveva voluto che, pur cresciuto calviniano, mi mancasse proprio quel libro (si può a quel punto parlare di caso e non di destino? Sappiamo già che risposta darebbero i tarocchi del Castello), non perché avessi già sviluppato certe pregiudiziali, ma solo perché nel frattempo mi ero appassionato ai fumetti e avevo messo la narrativa in stand-by (mi si conceda l’eufemismo: se non altro un lustro più tardi avrei ripreso a leggerla). Così, forte della suggestione del momento, mi approcciai alla lettura delle Città invisibili con spirito pristino, conoscenza dell’autore, basi solide, propensione all’innamoramento e un vago brivido psichedelico. Probabilmente le condizioni ottimali per la lettura di cotal testo, se non di qualunque testo. E tuttavia non mi aspettavo di trovare quel che avrei trovato. Sì, perché Le città invisibili era, ed è, un supercapolavoro (si userà questo termine poiché l’abuso del termine capolavoro nella promozione libraria ha portato a un suo inevitabile svuotamento), ben oltre tutto ciò che conoscevo di Calvino. Si era dalle parti di Borges, non di meno. E non solo tematicamente, ma anche per un inaudito, e mai più ritrovato, stato di grazia che faceva, e fa, volare il nostro molto più in alto dei cieli raggiungibili col solo intelletto, che sono di norma il dominio dell’Italo nazionale. Qua si vola così alto da rompere il “glass dome” del cielo, e come il pellegrino dell’Incisione di Flammarion,
Calvino esce dalla propria dimensione consueta e fa spuntare il proprio capo dallo sguardo furbetto (viene alla mente una famosa foto in bicicletta: Calvino come Hofmann? Non esageriamo. Però…) in quel campo proprio dei massimi autori di ogni tempo che potremmo giocare a chiamare trascendenza letteraria – o supercapolavoro, appunto.
Le città invisibili è anche un libro, anzi il libro, che mette a tacere la più facile – e nella maggior parte dei casi pure sensata – critica che si può fare a Calvino, quella di aver in fondo seguito tendenze preesistenti, che si trattasse del neorealismo, della “letteratura industriale” o, più tardi, del postmodernismo o della combinatoria.

Certo, a ben guardare Le città invisibili combinatorio lo è eccome, ed appartiene a pieno titolo a quel filone che potremmo definire “fantastico di speculazione filosofica” di cui è massimo esponente Borges, sabbene arrivi più di un ventennio dopo Finzioni e L’Aleph, ma ha anche un altro merito (se non bastasse il vedersela con un simile titano e uscirne senza le ossa sbriciolate): esso costituisce uno dei picchi assoluti del sottogenere del “catalogo”, chimera letteraria nata dall’introduzione di semi narrativi nella biografia storica (certo, a partire dalle Vite parallele di Plutarco, prima, e dalle Vite brevi di uomini eminenti di Aubrey poi) per mano di Marcel Schwob, con le sue Vite immaginarie. Il “catalogo”, nella maggior parte dei casi, è una raccolta di racconti costituita da biografie inventate di singole persone – si ricorderanno almeno La sinagoga degli iconoclasti di Rodolfo J. Wilcock e La letteratura nazista in America di Roberto Bolaño – ma a volte può riguardare situazioni, come in Centuria di Manganelli, o topos narrativi, come in Delitti esemplari di Max Aub. A Calvino il merito di averlo applicato alle città (immaginarie), incrociando in modo felicissimo anche la tradizione degli atlanti e quella della narrativa di viaggio più o meno “aumentata” (chiedere a Marco Polo, non a caso protagonista della cornice narativa delle Città invisibili) e arrivando ad anticipare i sourcebook dei giochi di ruolo (i quali, come sa bene ogni appassionato, sono belli da leggere anche senza giocarli), i videogiochi open world e persino la moda editoriale contemporanea degli atlanti immaginari e degli “atlas obscura”. Un testo, quindi, che risulta ancor più contemporaneo e vitale oggi di quanto non fosse nel 1971, e che non ha mai finito di dire quel che ha da dire, riprendendo proprio una delle definizioni di “classico” date dallo stesso Calvino.
O parlava proprio delle Città invisibili? Viene il sospetto, quando si legge che [un classico] “quanto più si crede di conoscerlo per sentito dire, tanto più quando lo si legge si trova nuovo, inaspettato, inedito”, o che “viene prima di altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia”, o ancora che “Il ‘tuo’ classico è quello che non può esserti indifferente e che ti serve per definire te stesso in rapporto e magari in contrasto con lui”, e mentre riporto queste parole mi sovviene un altro ricordo: quando scrissi il mio primo romanzo fantasy, cominciai facendo bruciare a un manipolo di malvagi cavalieri alcune città coi nomi e l’aspetto di quelle Invisibili: credevo di far l’iconoclasta, e invece a conti fatti andavo a inserirmi in una tradizione… Niente, allora: alzo le mani, hai vinto tu, Italo, come del resto vince sempre chi ha scritto almeno un supercapolavoro.
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[una versione ridotta di questo pezzo è uscita su “Linus”, che ringraziamo]
Grazie santoni, potrei firmare ogni riga, ci voleva proprio un pezzo così, a parte il verbo approcciare, sgradevole anche nell onomatopea. Ma in questo caso è un dettaglio. Bravo bravo bravo
Grazie, caro Vanni. E onore a Calvino. Le città invisibili, dal 1972 a oggi, non ha mai smesso di essere attuale. L’ho fatto leggere per anni ai miei studenti, tradotto meravigliosamente da William Weaver. L’ho letto decine di volte, e ogni volta è stata una nuova lettura. Questi sono i classici. Ora lo leggo come guida nel mio tradurre poesia!!! . Chissà come lo leggerò domani. Non si finisce mai di scoprire quel che nasconde un capolavoro. Ne ho parlato di recente a Unibo a giovani universitari in una lezione sulla poesia americana. Chissà se le nuove generazionin leggono Calvino o se, anche loro, si sono fermati a Marcovaldo come “libro per ragazzi”. O se invece siano arrivati, magari per caso, al racconto Il conte di Montecristo.