di Gianluca Picconi

 

Da molto tempo Eugenio Gazzola ha abituato i propri lettori a qualcosa che ha scarsi eguali nell’attuale panorama editoriale: sono anni infatti che Gazzola porta avanti un lavoro di scavo e messa in luce di percorsi e fisionomie autoriali dimenticati, trascurati, relegati ai margini dello spazio del possibile letterario, con l’intento di fornire ex antiquo nuovi strumenti, e necessari, per comprendere l’epoca in atto.

Dal tempestivo recupero di Spatola, operato attraverso l’episodio aurorale di Fiumalbo nel libro Parole sui muri: l’estate delle avanguardie a Fiumalbo (Parma, Diabasis, 2003), al volume «Al miglior mugnaio». Adriano Spatola e i poeti del Mulino di Bazzano (Parma, Diabasis, 2008), che traccia un ritratto di tutto il gruppo emiliano con le sue peculiarità; dall’enorme e aurorale lavoro su Corrado Costa (troppi qui sarebbero i titoli da citare: valga almeno la cura di The complete films. Poesia Prosa Performance, Firenze, Le Lettere, 2008), al recentissimo, pregevole, Gli anni di milano-poesia coraggiosamente e lucidamente edito dalle Edizioni del verri (Milano, 2023), in cui centrale è invece la figura di Antonio Porta, non si può non riconoscere a Gazzola – e agli editori che lo sostengono – la capacità di coniugare rigore filologico e attenzione erudita (mai però autocompiaciuta o fine a sé stessa), fiuto rabdomantico per la marginalità letteraria, disinteresse per le mode correnti, e sesto senso nel cogliere gli snodi cruciali problematici con cui lo spazio letterario viene modellato dal passo del tempo: con un occhio sempre attento al rapporto tra avanguardia e contemporaneo.

È stato autorevolmente affermato (lo ha scritto Andrea Cortellessa qui) che quello di Gazzola sia un lavoro di tipo archeologico; un’archeologia che esplica una finalità soteriologica allo stesso tempo in cui svolge un ruolo euristico e gnoseologico. In questo senso, Gazzola riesce sempre a cogliere quei punti ciechi del campo letterario che mettono in crisi i tanti paradigmi concorrenti del contemporaneo. Non si tratta di riconoscere il momento in cui un determinato oggetto letterario sta trovando l’ora della sua leggibilità, quanto di creare lo spazio, le coordinate, perché questa leggibilità sia (ancora o di nuovo) possibile.

Tutto ciò vale anche per l’ultimo libro, dedicato a Sebastiano Vassalli (L’Antivassalli, Le Lettere, 2025): Gazzola fa della prima fase, oggi trascuratissima, del suo percorso, un caso esemplare. Dello scrittore genovese, viene, infatti, analizzata la produzione dislocata tra gli anni 1964 e 1984, anno in cui Vassalli abbandona il dialogo con il campo letterario di matrice (neo)avanguardista per riportarsi su una scrittura di misura più tradizionale. Ma, come dimostra anche il monografico di «Nuova corrente» (176, 2025) dal titolo Le gazzette di Vassalli. Giornalismo e scrittura sull’attualità, l’attenzione alla questione avanguardistica e più in generale alle forme antagonistiche del discorso letterario resterà una costante nella riflessione dell’autore.

Il primo capitolo dell’Antivassalli, dunque, allestisce un discorso sulle collaborazioni con gli artisti visivi, soprattutto con Ugo Locatelli (non si dimentichi del resto che l’esordio di Vassalli è appunto all’insegna delle arti visive, con Sanguineti a fare da mallevadore), per ricollegarlo ai rapporti tutt’altro che pervi con il teatro, e in particolare con la figura di Ronconi. Il secondo capitolo esamina l’episodio di Fiumalbo (1967) e il ruolo di Vassalli nell’occasione: quando artisti da tutta Europa invasero appunto il paese di Fiumalbo con manifesti, azioni e performance artistiche. Il terzo capitolo prende in esame, in un’ottica di periodical studies, le collaborazioni di Vassalli con le riviste dell’epoca, nella consapevolezza che l’oggetto-rivista militante, nonostante il decorso spesso effimero, ha svolto un ruolo di elaborazione ideologica cruciale: ora, da «Ant Ed» a «Pianura» la voce di Vassalli si profila da subito come quella di un critico dall’interno dei fenomeni letterari di avanguardia. Qui Gazzola ci offre la chiave per comprendere il successivo sciopero dell’avanguardia vassalliano: rilevando che la frammentazione delle forme nel campo letterario antagonistico comporta una eccessiva dispersione delle forze e insieme un’apertura infinita.

Nel quarto e quinto capitolo vengono analizzati gli effetti di questa frammentazione sulla produzione che precede La notte della cometa: un incessante metamorfismo che interessa tanto la scrittura in prosa quanto quella poetica, e che annuncia in fin dei conti la crisi dell’oggetto libro e il crollo della parola e ne celebra ritualmente l’esaurimento.

Il sesto capitolo tocca la problematica delle risonanze e delle eco della primitiva formazione da artista visivo all’interno delle proprie opere narrative; si passa poi, nel settimo capitolo, attraverso il recupero di tutta una serie di documenti di poesia, a trattare i rapporti con la neoavanguardia. Tutto questo presentando una messe di testi inediti o di ormai difficilissima reperibilità. Chiudono il volume tre capitoli sulla fase ormai dei primi anni Ottanta, di transizione verso il Vassalli di La notte della cometa: collaborazioni con Michelangelo Pistoletto all’insegna della critica interna all’antagonismo estetico verso una riflessione sulla questione di una memoria nazionale, per poi passare alla trilogia di L’arrivo della lozione, Abitare il vento e Mareblù (Torino, Einaudi, 1976, 1980; Milano, Mondadori, 1982).

Dare conto insomma della quantità eterogenea di suggestioni e materiali stipati all’interno di questo smilzo volumetto è come si vede complicato; eppure il contenuto, d’accordo con il titolo, è attraversato da una sottile e superiore coerenza, che fa vedere di Vassalli, in quell’anti-, non solo il contro, ma anche il pre-: le pratiche avanguardistiche del primo Vassalli essendo insomma la prefigurazione di una svolta comunque all’insegna di una dimensione critica e della volontà di produrre un discorso nazionale-popolare paradossalmente anti-istituzionale.

Resta che tutta la parabola discorsiva inanellata da Gazzola sviluppa in fin dei conti, implicitamente, attraverso la figura esemplare di Vassalli, una riflessione sul tema e sul concetto di avanguardia. Riflessione in fin dei conti urgente, se è vero che ancora pochi giorni fa su «nazione indiana» Daniele Barbieri e Massimiliano Manganelli si sono scontrati sull’argomento.

Se avanguardia appare nell’attuale fase storica un significante vuoto, sovraccaricato di ideologemi di varia natura, tanto da essere diventato onnipervasivo, postulato come predicato necessario di ogni atto artistico (come afferma Vincenzo Trione in un libro molto recente: Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia, Torino, Einaudi, 2025), ma anche di qualsiasi soluzione tecnica adottata nella razionalità neocapitalista, il testo di Gazzola ci fornisce alcuni strumenti effettivi, reali, in quanto già esperiti, per meglio comprendere limiti e aporie del discorso avanguardistico, e possibilità e fungibilità delle sue pratiche nel contemporaneo.

Ora, l’esemplarità di Vassalli nel panorama del discorso di avanguardia mostra due aspetti cruciali: da un lato l’avanguardia, nella sua galassia di pratiche massimalistiche, dovrebbe essere sempre destinata a sciogliersi nella vita (a cancellare cioè la distanza tra pratiche artistiche di natura estetica e pratiche quotidiane di natura economica): quando non lo faccia, può apparire non all’altezza dei tempi.

L’estetica in questo senso è sempre la messa in pratica della necessità della sovversione della precessione dell’economico, e per sovvertire, il discorso avanguardistico deve partire in primis dai propri stessi codici, appunto annullando la distinzione tra gesto estetico e gesto economico-quotidiano. Altrimenti l’avanguardia è sempre a rischio di istituzionalizzazione. In questo consisteva in fin dei conti il discorso sulla politicizzazione dell’arte di Benjamin.

L’altro aspetto che mostra il libro di Gazzola è che, nella sua componente gestuale, il discorso avanguardistico è spesso caratterizzato da qualcosa di antidiluviano, preistorico (la preistoria, in un’ottica crocio-gramsciana, è anche, infatti, la riduzione della sfera della vita umana al semplice dato economico). Il discorso avanguardistico può essere quindi contemporaneo ma mai attuale: vive in quell’assurda impossibile coincidenza di preistoria e dopodomani che sempre si incontra, aporeticamente, in ogni forma di lotta politica, anche quando la lotta politica si disputa un fazzoletto di terra dello spazio letterario.

In questo senso, ogni autore è interpellato oggi dal discorso dell’avanguardia (e dalle forme della sua appropriazione e sussunzione) e il gesto di chi non abbraccia la causa avanguardistica è sempre quello di chi dichiara bellamente a sé stesso che è troppo tardi, o è ancora troppo presto, per certe cose: ossia per tradurre la dimensione estetica in qualcosa che modelli in meglio il mondo reale.

Ora, una letteratura che si rispetti deve spingerci verso un mondo più giusto, e non può farlo restando uguale a sé stessa. Il ritorno all’ordine di Vassalli mostra in fin dei conti un autore che, rispondendo a un vuoto, ritorna al codice, come sciopero contro la possibilità stessa dell’istituzionalizzazione dell’avanguardia (ciò che la confina per sempre fuori dal mondo della vita). Ma lo sciopero dell’avanguardia si compie come chiamata a una sovversione più profonda. Lo sciopero dall’avanguardia che inscena Vassalli non è uno sciopero contro l’avanguardia, ma uno sciopero dell’avanguardia stessa, che protesta contro il tradimento delle sue premesse. Tradimento che discende, tra le altre cose, dal fatto che lo stato di surinterpellazione (il concetto proviene dal bel libro di Stefano Pippa, Il soggetto surinterpellato. Ideologia, conflitto e resistenza in Althusser e Pêcheux, Milano, Mimesis, 2022: se ne è avvalso con intelligenza negli studi letterari Lorenzo Mari, per esempio qui) cui è sottoposto ogni individuo si traduce però, controintuitivamente, in una cripto-estetica nascosta dietro l’apparente frammentazione dei discorsi estetici. Questa cripto-estetica discende dall’attuale blocco storico e dalle forme di sussunzione della razionalità capitalistica (che è la razionalità irrazionale e vuota di contenuto dell’appropriazione cieca e dell’homo homini lupus), dove a mio avviso, per eterogenesi dei fini si produce alla fine una sorta di reductio ad unum.

Il ritorno alla narrazione lato sensu tradizionale (di una macchina del romanzo quasi perfettamente inquadrata nelle logiche del mercato editoriale) dell’ultimo Vassalli è allora un modo di ricodificare quel rituale dell’arte per rinnovare il racconto del mondo che fin dall’inizio Vassalli perseguiva: facendo in modo di usare, come diceva in un articolo del 1979, «l’utopia come lievito del logos»: scendere nelle catacombe in attesa che si apra uno spiraglio d’azione, nascondendo dentro le forme più sussunte ancora pochi grammi del lievito dell’utopia.

 

 

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