di Marco Zonch

 

Slow Horses è l’altra produzione Apple TV che, con Severance (entrambe del 2022), parla di lavoro e delle trasformazioni che hanno coinvolto le filosofie manageriali negli ultimi due decenni. Come e più di Severance, Slow Horses ne parla però di nascosto. Racconta infatti le vicende di un gruppo di scalcinati agenti dell’MI5, tutti colpevoli di un qualche grave errore, e che per questo sono stati trasferiti in un dipartimento chiamato Slough House e relegati a compiti di secondaria o di nessuna importanza. Lo scopo di questa “casa del pantano” – Slough House è anche il titolo della serie di romanzi di Mick Herron da cui è tratta la produzione Apple – è dunque quello di spingere chi vi viene assegnato a dimettersi. Un tentativo di mobbing, a cui i protagonisti oppongono la speranza di poter un giorno venir rimessi in servizio attivo. È proprio questa la ragione che li porta ad accettare missioni pericolose, di cui non capiscono fino in fondo i rischi, o che sono state loro proposte aspettandosi commettano errori, così da poter attribuire a qualcuno la responsabilità di risultati quasi certamente negativi. Naturalmente i protagonisti riusciranno, al di là di qualunque aspettativa, a risolvere le trame e i doppi giochi in cui verranno coinvolti, ma non senza macchia.

 

A guidare i “cavalli lenti” del titolo, a ricordare loro che mai nessuno è riuscito a farsi riabilitare, è Jackson Lamb. Vero e proprio padre (ig)nobile del gruppo, interpretato in maniera davvero gustosa da Gary Oldman, Lamb è un ancora capacissimo relitto della Guerra Fredda, parodia dell’agente segreto elegante e sofisticato: tanto James Bond indossa smoking, beve liquori raffinati e guida auto sportive, quanto Lamb ha capelli e vestiti sudici, consuma in eccesso alcolici di cattiva qualità e possiede un’automobile gialla, priva di qualunque gadget ma piena d’immondizia e resti di cibo. È però proprio lui a cercare di proteggere i propri sottoposti – in questo è esempio del bravo manager contemporaneo – dalle difficoltà incontrate sia nello svolgere i propri compiti, sia nell’interfacciarsi con il resto dei servizi, sempre pronti a sfruttarli prima di disfarsene o di trasformarli in capro espiatorio. Va inoltre detto che Lamb è – assieme a quello che può forse essere considerato il protagonista della serie, River Cartwright (Jack Lowden) – il mezzo attraverso cui trova spazio la rappresentazione dei “tempi eroici” dello spionaggio. Sono quelli della giovinezza di Lamb, raccontati attraverso flashback nostalgici, l’apparizione di figure del passato, ma anche nei racconti di un’ex spia e vecchia conoscenza di Lamb, David Cartwright, nonno di River.

 

A scanso di equivoci, va anche detto che gli agenti relegati nella Slough House, oltre che colpevoli di sbagli – c’è chi dimentica in treno documenti riservati – o affetti da dipendenze – gioco d’azzardo, cocaina – sono forse anche gli unici tra i personaggi della serie a possedere un qualche senso morale. Le loro azioni sono cioè il più delle volte mosse, oltre che dal desiderio di riscatto e di autoaffermazione, da un’idea di bene che mal si accorda all’ambiguità morale degli spy game, e che fa a pugni con gli obiettivi stessi del lavoro che vorrebbero svolgere. Per esempio, [spoiler] nel finale della prima stagione River e gli altri “cavalli lenti” impediscono l’uccisione di un uomo, ormai reso inoffensivo, ordinata dalla dirigenza dell’MI5 per coprire le tracce dei loro stessi errori. In questo modo perdono l’occasione di ottenere il riscatto professionale che, però, li aveva in origine convinti ad agire. Si tratta di una dinamica narrativa che la serie ripeterà più volte, al punto da poter sostenere che i protagonisti non siano adatti a fare le spie non solo perché goffi, dediti al vizio o impresentabili, ma anche perché non condividono molti dei valori e degli obiettivi dei servizi stessi, e perché non sono il più delle volte disposti a comportarsi in modo contrario alle loro convinzioni.

 

La dialettica tra mobbing e resistenza non è l’unica che la serie sembra voler ricavare dalla realtà del lavoro contemporaneo. Anzi, con il passare degli episodi e delle stagioni le dinamiche che regolano il mondo delle spie – e i conflitti che muovono la serie – finiscono sempre più evidentemente per coincidere con quelle che regolano la vita professionale. Nella quinta e nella sesta stagione la trama avventurosa è infatti animata, oltre che da mobbing e desiderio di riscatto, dal conflitto tra due diversi stili di management. Il primo è incarnato da Diana Taverner (Kristin Scott Thomas), donna di ferro che non teme di tradire, ingannare e far uccidere, pur di difendere il buon nome dei servizi di cui è vicedirettrice, o per favorire la propria scalata al vertice. Soprattutto, è esempio della manager “vecchio stampo”, che non si fa scrupoli a usare il bastone, e che non ritiene nessuno insostituibile tranne se stessa. Il secondo è quello rappresentato da Claude Whelan (James Callis), nominato direttore dei servizi nella quinta stagione, e volto di quel people-oriented management certo orientato al profitto, ma idealmente fondato su trasparenza, giustizia e attenzione al benessere dei dipendenti. Per dirla con il sottotitolo di The Human Equation (1998) di Jeffrey Pfeffer: building profits by putting people first.

 

Quando il gioco si fa proverbialmente duro, però, non solo l’approccio gentile di Whelan si rivela inefficace, ma è lui stesso a cercare di abbandonarlo, assieme ai principi di cui si era prima fatto portavoce. Li sostituisce con un’imitazione del pragmatismo e dei metodi di Taverner, che diventa così la sola nella serie (assieme a Lamb) a venir raccontata come davvero capace di destreggiarsi tra attacchi terroristici, scheletri nell’armadio, piani illegali, scandali e dossier. Whelan, al contrario, trova difficile gestire i ricatti di figure di secondo piano, si fa ingannare dalla bella terrorista di turno, e vede il proprio piano per liberarsi di Lamb concludersi con le dimissioni non dell’agente, ma con le sue. Vale inoltre la pena sottolineare che l’opposizione tra Taverner e Whelan non è però anche un’opposizione politica, o di altro genere ancora. Entrambi hanno infatti in astio la destra populista e radicale, contro cui nella prima stagione Taverner ordisce un piano – benché con più di un fine – e con cui si scontra anche Whelan. È poi vero anche che fin da subito e a dispetto dei proclami di Whelan, entrambi accettano di vivere in un universo moralmente ambiguo, dove non sembra esistere il Bene, ma solo “beni” individualmente rilevanti, che è legittimo difendere e perseguire con pragmatismo: Whelan, dopo aver difeso un’analista dagli attacchi di Taverner – che avrebbe voluto la donna interrompesse il suo lavoro – e in vista di ideali di trasparenza e correttezza, si ritrova lui stesso costretto a farla sparire. Insomma, c’è una coincidenza politica e valoriale tra i due, che se da un lato può spiegare la facilità con cui Whelan si lascia “convincere” da Taverner, dall’altro mette in evidenza che a distinguere i due personaggi è solo la diversa concezione dei metodi più efficaci di esercizio del potere e di gestione dell’azienda-MI5.

 

Può sorprendere, a questo punto, che una spy story come Slow Horses sia innervata di conflitti di questo genere, o di problemi come quello del management e dell’azienda contemporanea. Si tratta di una centralità narrativa che può almeno in parte venir spiegata con la biografia dell’autore. A differenza di Ian Fleming, che com’è noto ha lavorato nel Servizio Informazioni della Marina, Herron «was a subeditor on a legal magazine, the Employment Law Brief» (qui). Insomma, prima di diventare uno scrittore a tempo pieno, Herron si è occupato professionalmente di diritto del lavoro, e di questa esperienza resta traccia nella de-mitologizzazione dei servizi segreti, il cui funzionamento viene “ridotto” a quello di una qualunque corporation, la Slough House è un ufficio contemporaneo e Lamb a un capacissimo capufficio che (come buona pratica vorrebbe) ha per obiettivo quello di difendere i propri diretti sottoposti e il loro lavoro. Tuttavia, forse è più interessante rovesciare la prospettiva: non chiederci, cioè, quale parte della serie e della trama possa venir riportata alle dinamiche del lavoro contemporaneo, ma quale immagine la serie offra di quel mondo. Si tratta, per dirlo in breve, di un’immagine scoraggiante. Nel senso che idealismo e gentilezza, condotte morali o il comportarsi come più si ritiene giusto, sembrano essere privilegio riservato ai più capaci, o a chi come River è dotato di qualità (e di un pedigree) fuori dalla media. Per tutti gli altri c’è l’obbedienza, il cercare di impegnarsi il meno possibile nel mondo-azienda e nelle sue lotte, soluzione che nella serie sembra sempre la migliore, se non l’unica possibile per i giusti e per i fragili che, quando non vengono semplicemente eliminati per mettere a tacere lo scandalo di turno, finiscono per diventare pedine in giochi più grandi di loro. Paradossale, forse, che a offrirci questa immagine sia una serie prodotta dal ramo streaming di Apple, azienda simbolo del capitalismo tech del nuovo millennio. O forse ovvio, nel senso che se questo è l’orizzonte, se così stanno le cose, altro non c’è da fare che adattarsi.

1 thought on “Slow Horses: il capufficio è la spia

  1. La serie è tra le più belle e divertenti
    La mia preferita
    Bravissimi gli attori tutti

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