di Remo Rapino e Stefano Redaelli

 

[E’ appena uscito per Città Nuova Smarginati, un libro di racconti scritto a quattro mani da Remo Rapino e Stefano Redaelli sulle vite ai margini. Proponiamo un doppio estratto].

 

Salvador

libero imbianchino e pittore dadaista

alquanto surrealista in parte futurista

di Remo Rapino

Il suo nome era Umberto, di mestiere imbianchino, ma lui si definiva pittore anche quando rimetteva a nuovo le pareti degli appartamenti e i muri esterni delle case. Tra i tavoli della cantina detta, misteriosamente, ma non tanto poi, Unione Sovietica, si faceva chiamare, ci teneva non poco, Salvador, come Dalì, in quanto artista pittore dadaista alquanto surrealista in parte futurista come da sua testuale definizione. Da quando gli era venuta la fregola di dipingere ci teneva, con forza e rabbia talvolta, a distinguere la funzione d’imbianchino tuttofare da quella di artista creatore di opere pittoriche. Nel presentarsi a qualcuno, alla mano bella tesa seguiva immancabilmente la sua voce, cui dava un taglio elegante: Encantado. Salvador, come Dalì. Dipingeva continuamente e su ogni superficie immaginabile, cartoni pressati, fogli di compensato, carta d’imballaggio, tavole, stoffe, muri naturalmente, insomma tutto quello che trovava, e delle cornici manco il pensiero. Per i colori si arrangiava alla meno peggio, alcuni, pur a fatica e con sconti rilevanti, riusciva a comprarli, altri li procurava tra i colleghi di lavoro, finanche vernici, stucchi e smalti da carrozzeria. Il suo motto era Lardo e prosciutto Salvador accetta tutto. Si convinse di vivere ormai per l’arte, preso da un entusiasmo divino, si sentiva un fuoco dentro a cui doveva dare aria e visione attraverso quadri, colori, idee strambe, invenzioni. Stupiva gli avventori della cantina con frasi mozzafiato, scopiazzate dal suo ispiratore, La differenza tra me e un pazzo è che io non sono pazzo, oppure rivelava di dipingere segreti e misteri che venivano alla terra da altri mondi, o confessava che ogni mattina, guardando il cielo, studiava le forme delle nuvole, il volo delle rondini e così gli saltava in mente un nuovo quadro. Sentiva l’esigenza di spazi larghi, nuovi, che dessero respiro ai voli della sua mente e del suo cuore d’artista. La facciata del palazzo municipale, d’un invitante giallo limone molto chiaro, lo attraeva da tempo. Quel muro così pulito era il suo sogno segreto. Preparò con cura tutti i materiali necessari per la realizzazione dell’opera, schizzi, colori, pennelli d’ogni misura. Per prima cosa dipinse in basso nome e titolo della grande opera, Grande murale municipale di Salvador artista pittore dadaista alquanto surrealista in parte futurista, Polvere anagrafica del nuovo millennio: oggi ci siamo domani no. Insensibili due vigili urbani fermarono la sua mano poco prima che iniziasse a tracciare linee e figure. Lo portarono via nonostante le sue vibranti proteste e propositi di minacciose vendette verso gli stessi vigili, compresi i famigliari più prossimi. Nessuno saprà mai il contenuto dell’opera, che rimarrà in eterno nella testa di Salvador.

 

A qualcuno persino fece dispiacere non poter vedere realizzata l’idea di Umberto Salvador, libero imbianchino artista pittore dadaista alquanto surrealista in parte futurista. I suoi quadri hanno, comunque, trovato posto, nelle stanze e lungo i corridoi della Casa Assistenza per anziani Sereni Orizzonti. Dalle sue finestre, in lontananza, si vede il mare. Si è ricavato un posto tutto suo, uno studio all’aperto all’ombra amica di un tiglio, dove la luce s’addormenta tardi. Salvador se ne sta seduto a guardare fisso verso oriente, misura l’orizzonte passo a passo, l’atterrisce pensarlo come infinito, allora preferisce metterlo tra parentesi, almeno nella sua mente. Pensa e guarda il taglio lontano del mare, anche da lì gli sembra di avvertirne un odore acre di salmastro. Lo dipinge ogni giorno, sempre uguale. Titolo: Mulattiere per l’esilio. Segue firma: Salvador! (pp. 39-42)

 

***

Marta da legare

di Stefano Redaelli

 

Oggi sto meglio. Mi sciolga i polsi, dottore. Mi dia una penna e un foglio di carta. Voglio solo scrivere, glielo prometto. Se vuole, può restare qui con me. Non ci metto molto. Ho come un motivo in testa. Se me lo lascia scrivere, glielo faccio sentire.

Il dottore si è seduto al mio fianco. Ha sciolto prima la polsiera destra poi quella sinistra.

Tu devi scrivere, Marta, tutte le volte che ne senti il bisogno. Ma devi scrivere su un foglio bianco con l’inchiostro nero di una penna. Non con il rosso, sulla pelle già satura di tagli. Usa parole che tutti possono capire, basta con questi segni. Mi sfiora le cicatrici sulle braccia. Lo sai fare, Marta. Tu sai dare parole al dolore, meglio di chiunque altro. Io mi fido di te.

Ti fidi davvero, dottore? Non hai paura che ti pianti la penna nella mano?

Come sei bello, con quegli occhi neri che scrutano i pensieri e con il camice bianco. Non temere, non te lo voglio sporcare. Dammi questo benedetto foglio e una penna. Stai a sentire cosa mi suona nella testa.

 

Ho preso il vento per il collo,

volevo soffocarlo.

Lasciami respirare, ha implorato.

Ma io ho stretto più forte.

Capisci cosa vuol dire

essere spirito e non poter soffiare?

 

Poi l’ho lasciato andare.

E ho preso a calci il sole.

Rotola, stupida palla gialla.

Ti faccio passare la voglia di brillare.

Cosa ti ho fatto di male? mi ha chiesto.

Sei tramontato, bugiardo.

 

Poi ho preso a sassi le rose,

ho sputato alle stelle.

Non avevano diritto

di guardarmi dall’alto in basso.

Sono fatta di luce e polline anch’io.

Cosa credete?

 

Poi ero così stanca e offesa

che ho chiesto aiuto al mare.

Abbracciami, gli ho detto,

ma non stringere, cullami.

Fammi dormire.

 

Gli porgo il foglio scritto di getto. Allora, dottore, pensi ancora che sia Marta da legare?

Il dottore legge, poi mi fissa. Ha lo sguardo dei papaveri. Non c’è superbia né commiserazione nei suoi occhi, tutt’altro: colgo una piccola luce in fondo al nero. Una luce familiare. Si toglie il camice bianco, sbottona il polsino della camicia, avvolge la manica, mi porge l’avambraccio destro. Marta, questi versi sono bellissimi. Riscrivimeli qui. Ma fai piano, sono sensibile anch’io, più di quanto immagini. Ne sei sicuro? Le mie parole sono un marchio, non andranno più via. È questo che vuoi? Scrivi. Va bene, ma la tua donna non ne sarà felice. Le mie parole sono un laccio, non ci potremo più lasciare. Il dottore bello mi guarda. Vuole che solchi la sua pelle, vuole proprio questo. È innamorato. Poi, lui – lo so – verrà di notte, quando il reparto dorme, e solcherà il mio corpo. Mi amerà. Non c’entrano tutte le strofe, devi scegliere. Il dottore guarda il foglio combattuto. Lo capisco, sono versi meravigliosi, non vorrebbe rinunciarvi. Ma è quello che dobbiamo fare tutti, per sopravvivere: rinunciare alla bellezza, quando è troppa. E lui in questo dovrebbe essere maestro, insegnarlo agli altri, invece è lì che fissa le parole, sedotto, ci fa l’amore, non le vorrebbe lasciare. Alla fine si decide: le ultime due strofe. Inizio a trascrivere, lentamente, appena una lieve pressione della biro. Percepisco un brivido sulla sua pelle, non so se sia solletico o eccitazione. Sorride, si finge disinvolto. Ma dentro brucia. Scendo dall’avambraccio, lungo ulna e radio, verso il polso. Verso dopo verso, piano, sempre più piano. Ne manca uno, mi fermo, lo guardo. Arde. Lo scrivo a stampatello: FAMMI DORMIRE. L’ultima lettera è così vicina all’arteria radiale… Poggio la penna, con due dita gliela palpo: la frequenza è alta, come sospettavo. Riprendo in mano la penna. Mi rimane un punto. Faccio pressione sulla pelle, spingo la punta della biro verso il basso. Il dottore stringe il pugno, s’irrigidisce, lancia uno sguardo severo. Io continuo a spingere finché al nero dell’inchiostro si mescola una goccia rossa. Così è l’amore. Un segno, sangue e parole. Lascio cadere la penna, esausta. Chiudo l’occhi. Voglio solo dormire, dottore, lo sai cosa devi fare. Ma ti prego, risparmia i polsi, sono fragili come steli. (pp. 90 – 92)

 

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