di Troy Vettese e Drew Pendergrass (trad. di Giovanni Tonolo e Virginia Magnaghi)

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di  
  
Emanuele Leonardi e Giulia Arrighetti

 

[Presentiamo un estratto dalla prefazione all’edizione italiana del volume Socialismo di Metà-Terra di Troy Vettese e Drew Pendergrass, uscito per Mimesis nelle scorse settimane]

 

 Socialismo di Metà-Terra per l’Italia

 

A differenza della maggior parte dei pensatori marxisti, Antonio Gramsci leggeva la “storia dell’industrialismo” non tanto come il racconto di un progresso, quanto come “una continua lotta contro l’elemento ‘animalità’”[1]. Mentre la maggior parte dei socialisti (compreso Karl Marx) interpretava il capitalismo come un processo che finiva per ridurre i lavoratori alla condizione di animali, Gramsci al contrario lo vedeva come un progressivo soggiogamento della nostra originaria animalità. La mania per la gestione scientifica della società, promossa allora da Frederick Taylor e diffusasi non solo negli stati capitalisti ma anche in Unione Sovietica, fu la massima espressione di questa tendenza: il suo scopo dichiarato, del resto, era dequalificare i lavoratori per trasformarli in “gorilla ammaestrati”. Scettico nei confronti del taylorismo, Gramsci temeva che l’animalità dei lavoratori sarebbe stata sostituita da “comportamenti automatici e meccanici”: il suo interesse nel preservare l’animale dentro di noi lo rese dunque un raro pensatore anti-prometeico, e per giunta nel momento in cui gran parte della sinistra era largamente influenzata dalla hybris modernista dello stalinismo.

 

Gramsci, tuttavia, non portò questa intuizione alla sua logica conclusione, ma si fermò a immaginare un bucolico idillio socialista, senza spingersi oltre in un percorso che avrebbe invece potuto condurlo fino a una vera e propria decivilizzazione socialista. Un buon riassunto della sua posizione si trova nella storia del topo e della montagna, che – come riportato in una lettera alla moglie Giulia Schucht – era solito raccontare al figlio Delio. Dopo aver involontariamente bevuto il latte destinato a un bambino, un topo cerca in ogni modo di risarcirlo, ma non ci riesce poiché una lunga catena di responsabilità (il disseccamento del pascolo alpino, a sua volta causato dagli speculatori che disboscano avidamente la montagna) impedisce alla capra di avere nuovo latte. Nella fiaba di Gramsci, il topo promette alla montagna che il bambino, una volta cresciuto, si impegnerà perché tornino gli alberi e le piogge, secondo una visione del socialismo come idillio pastorale che però non può bastare né per superare la complessa crisi ambientale, né per ridare linfa alla nostra animalità a lungo trascurata.

 

Non preoccupatevi, lettrici e lettori: siamo, sì, socialisti vegani, ma non siamo fautori dell’anarco-primitivismo. Questa prefazione ci consente di riflettere su come i ragionamenti di Socialismo di Metà-Terra potrebbero applicarsi al caso italiano, nonché di continuare a interrogarci su alcune questioni ancora fondamentali ora che di questo primo libro stiamo scrivendo il seguito. Secondo noi, in quel paragrafo Gramsci sollevava una questione che il socialismo ha spesso ignorato. Se da un lato riteniamo avventato incoraggiare ulteriormente la divisione del lavoro e la meccanizzazione della società, cose che minacciano la nostra animalità (o, in altre parole, la nostra esperienza della natura), e se dall’altro non possiamo pensare di tornare all’utopia contadina o alla preistoria dei cacciatori-raccoglitori, allora quale dovrebbe essere, in una società socialista, il nostro rapporto con il tempo? Il socialismo consentirebbe alla nostra specie di diventare introspettiva, di pensare a come vogliamo relazionarci con noi stessə, con la natura e con il nostro passato. Per esempio, potremmo decidere insieme cosa mantenere della società civile e cosa invece smantellare, anche se tali scelte dovranno naturalmente fare i conti con alcuni limiti. Ovviamente la Terra non potrebbe sostenere otto miliardi di cacciatori-raccoglitori come invece faceva con quattro milioni di persone circa seimila anni fa.

 

La nostra missione di decivilizzazione è quindi simile a un processo di “disedificazione”, un termine che usiamo in Socialismo di Metà-Terra per descrivere lo sforzo di liberazione dal “lavoro morto” che infesta il paesaggio. Anche se rimboschire un ambiente alpino, come nella fiaba di Gramsci, farebbe naturalmente parte di questo sforzo, oggi disedificare richiede molta più ambizione (o forse dovremmo dire umiltà?), se vogliamo affrontare le diverse facce della crisi ambientale. Demolire le autostrade, distruggere le Lamborghini, rimuovere le recinzioni nelle campagne e smantellare gli ingombranti lasciti dell’era dei combustibili fossili sono solo alcuni dei moltissimi compiti necessari per riequilibrare il sistema Terra. Molto probabilmente dovremo fare a meno anche del latte di capra. La decivilizzazione di noi stessə e la demolizione del mondo ci impongono di ripensare il ruolo del lavoro nel marxismo. La maggior parte dei pensatori ha visto il lavoro come il mezzo per umanizzare il mondo – mescolando coscienza umana e natura al fine di riconciliarci con quest’ultima – eppure questo sforzo comporta non solo il disastro ambientale ma anche un certo disincanto nei confronti del pianeta: in un paesaggio completamente dominato non c’è più spazio per la sorpresa, per l’incontro con il sublime. Ripristinando la natura selvaggia che ci circonda, potremmo forse risvegliare l’animale che è in noi e ricordarci che siamo solo una specie tra tante, in un mondo molto più antico e complesso di quanto la nostra effimera civiltà vorrebbe farci credere.

 

Tutto questo rischia di sembrare romantico. Scendiamo però dalle vette dell’astrazione e pensiamo a come i nostri obiettivi utopici potrebbero essere concretizzati nella pratica. In Socialismo di Metà-Terra usiamo la pianificazione democratica senza denaro, il veganismo, il rinselvatichimento e un sistema di energia rinnovabile come leve per trasformare il nostro rapporto con il mondo naturale. Qui, in questa prefazione, proviamo a delineare come questi sforzi potrebbero rimodellare il paesaggio italiano, abbozzando un esperimento mentale di ecosocialismo in una nazione.

Cominciamo con il rewilding. Chi pratica questa scienza di recente fondazione mira a ripristinare gli ecosistemi reintroducendo le specie estirpate, rimuovendo quelle invasive e liberando i cicli elementari da inondazioni e incendi[2]. Il rinselvatichimento è un’impresa promettente in Italia, poiché il paese conserva ancora un briciolo della sua integrità ecologica e da questo può ripartire. Rispetto a quei cimiteri di biodiversità che sono il Regno Unito, la Germania o i Paesi Bassi, potremmo dire che l’Italia è più simile a un ospizio. Mentre i principali stati capitalisti, in momenti diversi dell’ultimo millennio, hanno perso lupi e orsi, queste specie non sono mai state estirpate in Italia; questo ha consentito al paese un sorpasso[3] ecologico sull’ombrosa Inghilterra, che non è in grado di ospitare un carnivoro più grande di un tasso[4]. In Italia ci sono più di tremila lupi, con un notevole aumento rispetto al punto più basso raggiunto all’inizio degli anni Settanta (quando c’era appena un centinaio di esemplari)[5]. L’orso marsicano, invece, resta estremamente minacciato e conta circa sessantacinque individui[6]. Inoltre, in Italia ci sono solo sessanta castori, un numero decisamente esiguo per un così importante “ingegnere dell’ecosistema” (persino nel Regno Unito, non certo il paese più perspicace in quanto a consapevolezza ambientale, ci sono ben quattrocento esemplari di questi operosi roditori). Anche se in Italia il gruppo Rewilding Apennines ha raggiunto buoni successi nell’aiutare le specie a riprendersi – e tra queste anche l’orso marsicano, il grifone, il gambero di fiume e il camoscio – troppe creature sono già scomparse oppure sono prossime alla scomparsa. Un elenco incompleto dei quasi defunti includerebbe l’aquila di mare, il capovaccaio, l’anguilla europea, la verdesca, il falco pescatore, la lince e la foca monaca del Mediterraneo.

 

Affinché tutti questi animali possano tornare è necessaria una disedificazione imponente. Questo lavoro in fin dei conti paradossale comporta reintroduzioni e “corridoi di coesistenza” tra habitat remoti, ma ciò che aiuterebbe di più è aumentare le aree protette[7]. La “conservazione conviviale” e l’agroecologia, per quanto possano ridurre i danni dei sistemi alimentari esistenti, difficilmente rappresentano una soluzione universale all’estinzione[8]. Ci preme sottolineare che vincere la sfida della conservazione non sarà gratis e che la questione principale da porre rimarrà quella di chi ne dovrà beneficiare. I casi sono due: o si lascia che le piante selvatiche crescano e vengano mangiate dagli animali selvatici, a loro volta predati da altri animali selvatici; oppure piante e animali domestici finiranno per nutrirsi gli uni degli altri, oltre che dell’energia del sole. In altre parole, il punto è: chi può utilizzare la produttività primaria netta di un ecosistema? Al momento, troppe aree protette, invece di ospitare flora e fauna selvatiche, includono il bestiame e le specie vegetali che ne conseguono: questo perché poche riserve naturali sono degne di questo nome. Sulla carta, per esempio, la natura italiana dovrebbe essere ben protetta, dato che le riserve naturali costituiscono il 19% del territorio nazionale. Eppure, solo un quarto di tali riserve (vale a dire, il 5% del territorio italiano, e ancor meno per quel che riguarda il territorio marino) vieta l’agricoltura, l’estrazione mineraria, la silvicoltura e altre azioni perturbatrici[9]. Decuplicare questa misera percentuale per creare ciò che l’entomologo Edward Osborne Wilson chiamava il “Metà-Terra” sarebbe estremamente difficile senza apportare cambiamenti drastici alle pratiche agricole e ai sistemi di energia.

 

Consentiteci qui una breve digressione sul termine di Wilson e sull’omonimia con quello utilizzato nel nostro libro. Il Metà-Terra si basa sulla proporzione matematica tra habitat e biodiversità, dove quest’ultima corrisponde alla radice quarta del primo. Ciò significa che se solo il 5% del territorio italiano è protetto, allora nel tempo solo il 47% delle specie potrà sopravvivere (0,050,25=0,47); eppure, quella percentuale sale all’84% se di decide di proteggere la metà della superficie terrestre (0,50,25=0,84), ovvero l’obiettivo globale che si pone il Metà-Terra. Come vedrete, lettrici e lettori, noi ci siamo impegnati in una severa critica alla storia coloniale della conservazione. La domanda che ora ci preme è: che aspetto ha una conservazione radicale ed egualitaria? […]

 

Mentre i dettagli di un sistema Metà-Terra in Italia restano da definire, attivistə e scienziatə hanno già un’idea chiara di quali aree dovrebbero essere protette. In Abruzzo, per esempio, la Maiella, i Monti Pizzi e i Monti Frentani vantano una notevole biodiversità. Altri siti importanti sono il Golfo di Trieste, il Carso goriziano e le brughiere di Malpensa e Lonate[10]. La E.O. Wilson Biodiversity Foundation ha assemblato un atlante utopico di siti esistenti che propone di rinselvatichire per raggiungere il Metà-Terra in tutto il pianeta; la sua cartografia italiana è focalizzata sulla Sardegna, le Alpi, la Toscana, la Sicilia e gli Appennini[11]. L’espansione e una migliore protezione delle Important Bird Areas, un’iniziativa guidata da BirdLife International, potrebbe inoltre indicare una strada per selezionare altri siti[12]. In generale, è necessario espandere le aree protette esistenti, poiché attualmente la maggior parte di esse sono troppo piccole per la sostenibilità ecologica: un quarto ha una superficie inferiore a 1 km2 e più di un terzo si estende su un’area tra 1 e 10 km2. Nemmeno la selezione dei siti è stata particolarmente oculata, poiché gli ecosistemi montani sono sovrarappresentati a discapito delle aree pianeggianti e dei terreni agricoli. A causa di questo problema, la costellazione Natura 2000 – la spina dorsale del sistema dei parchi italiano, grande ma mal gestito – non ha molta biodiversità al suo interno, né include molte aree che invece ne sarebbero ricche[13]. E allora come si potrebbe perlustrare un paese densamente popolato come l’Italia alla difficile ricerca dei terreni necessari per il Metà-Terra?

 

La meravigliosa ambizione di Wilson è davvero di ispirazione, e ne abbiamo bisogno poiché troppə altrə ambientalistə sembrano accontentarsi di vittorie misere quando non di autentiche vittorie di Pirro. Moltə sembrano incapaci di immaginare un’Europa veramente ecologica, come se l’agricoltura industriale, le piantagioni di alberi, le autostrade e i magazzini fossero caratteristiche immutabili del paesaggio del continente. La maggior parte dei progetti di rinselvatichimento aspirano a vendere hamburger di bisonte, ad attrarre glampers e a racimolare qualche credito di carbonio[14]. A fatica permetterebbero a una famiglia di lupi assediata di isolarsi in sacche di terre selvagge circondate da un paesaggio completamente antropizzato[15]. Ciò che è ancor peggio, però, è che alcunə ambientalistə parlino di queste mezze misure come se si trattasse di profonde e radicali filosofie ambientali, e non come di una totale mancanza di ambizione[16]. Allo stesso modo, troviamo perverso incoraggiare l’abbandono dei terreni agricoli da parte deə piccolə proprietariə terrierə, cosa che alcunə ambientalistə fanno, come se le grandi aziende agricole nazionali e le importazioni straniere non fossero portatrici di rovina ambientale. Indipendentemente da questo, però, i terreni agricoli abbandonati non sono che una piccola frazione di ciò che è necessario per il Metà-Terra.

 

Invece, il nostro suggerimento – poco pratico e sicuramente utopico – è che il veganismo sia un modo molto più radicale ed efficace per decarbonizzare l’agricoltura e per liberare terreni per la ricostituzione della natura. Un sistema agricolo biologico vegano occuperebbe circa la metà del territorio usato dall’attuale sistema convenzionale italiano, basato principalmente sulla carne, liberando così un totale di 50.000 km2 per altri usi[17].

Spesso ə fascistə hanno strumentalizzato le proteste degli agricoltori in seguito ai casi di predazione dei lupi sul bestiame. Anziché lasciare permanentemente vaste aree di campagna italiana al pascolo e a un briciolo di lupi ed erbivori selvatici, un modo migliore per risolvere questo conflitto sarebbe quello di eliminare la classe dei proprietari di bestiame: esattamente come ə dipendenti dell’Eni, costoro dovranno fare un altro lavoro. La fine dell’allevamento di bestiame segnerebbe anche un’importante inversione nel processo di civilizzazione degli ultimi ottomila anni: per liberare noi stessə dovremo passare anche per la liberazione animale. Rispetto ai paesi del Nord Europa, la campagna italiana è più vicina al nostro passato primordiale poiché gli agricoltori italiani hanno a lungo allevato il bestiame per usarne la forza di traino più che per ottenerne la carne. Per questo motivo, le razze Podolica e Maremmana si sono rivelate cruciali nel programma di riproduzione per far rivivere l’uro, la vacca selvatica. È emozionante immaginare un’Italia rinselvatichita in cui branchi di uri vagano liberi e fieri per le campagne per la prima volta dopo secoli. Un simile cambiamento rappresenterebbe un piccolo ma concreto passo nel processo di decivilizzazione.

 

Idee come queste, però, incontrano una forte opposizione. Nei tre anni trascorsi dalla pubblicazione del nostro libro, nessun’altra questione ha fatto tanto discutere quanto la nostra adesione al veganismo. In occasione delle presentazioni ci siamo accorti che mentre le persone vegane erano aperte a prendere in considerazione il socialismo, troppo spesso quelle socialiste respingevano il veganismo senza nemmeno pensarci. Se perfino chi si considera radicale – cioè chi, secondo il motto di Marx, dovrebbe sottoporre a una “spietata critica tutto ciò che esiste” – non riesce a riflettere criticamente su ciò che mangerà nel pasto successivo, allora le speranze di un cambiamento dell’atteggiamento generale della popolazione verso la dieta onnivora paiono davvero risicate. Tuttavia, non c’è motivo di accettare la sanguinosità delle diete contemporanee, come se metterle in discussione fosse impossibile, quando invece esse sono il risultato contingente dell’avidità capitalista, proprio come la dipendenza della società dai combustibili fossili. Peraltro il veganismo non è sempre stato assente dal lessico politico della sinistra; anzi, è stato una componente cruciale di molte visioni utopistiche.

 

L’Italia, che è arrivata relativamente tardi al carnivorismo capitalista, è uno dei luoghi in cui il veganismo è meno impensabile. I nonni di uno di noi erano poveri contadini di Cassino, e prima di emigrare in Canada negli anni Cinquanta mangiavano ben poca carne. Ancora nel 1961 gli italiani mangiavano solo 30 kg di carne pro capite all’anno – una cifra che all’epoca era molto al di sotto di quella del consumo britannico o statunitense. Nel 2021 la fornitura di carne pro capite ha raggiunto i 74 kg[18]. A causa della “carenza involontaria di carne” tra la popolazione italiana, carenza terminata solo di recente, la cucina nazionale è ricca di piatti deliziosi a base di verdure e legumi, a differenza dei gusti carnosi e molto meno sapidi del nord Europa[19]. Forse, però, la relativa novità del carnivorismo in Italia rende il veganismo una questione molto più controversa che in altri paesi del Nord del mondo. Il piano dell’allora sindaca Chiara Appendino di trasformare Torino in una “città vegetariana” non si è concretizzato; negli stessi mesi del 2016, la deputata di Forza Italia Elvira Savino si è lanciata nel tentativo, secondo noi privo di senso, di vietare il veganismo infantile. Questi esempi, che magari possono sembrare insignificanti, mostrano che il veganismo in Italia è un problema vivo. Il primo passo per ottenere un cambiamento sociale è trascinare un problema dalla sfera privata a quella pubblica. Almeno questo in Italia è successo; altrove, invece, il veganismo rimane un vero e proprio “orfano della sinistra”, mentre ə fascistə appaiono sempre più fissatə col diritto al latte e alla carne[20]. Rispetto aə loro disorientatə rivali di sinistra, essi appaiono più consapevoli di come il dominio sugli animali rinforzi l’adesione alla tradizione, la proliferazione della pseudo-scienza e l’esaltazione della violenza.

 

Ci sono anche ragioni piuttosto concrete ed egoistiche a sostegno di una pianificazione che ponga fine all’industria della carne. In questo modo, infatti, non solo risparmieremmo agli animali il tormento di una morte prematura, ma persino noi potremmo vivere un po’ più a lungo. Nel Nord Italia si respira l’aria peggiore d’Europa: un’indagine sulla qualità dell’aria in più di trecento comuni europei ha collocato le città italiane in nove degli ultimi quattordici posti della classifica[21]. Ogni anno muoiono a causa dell’inquinamento atmosferico 33.700 italianə. In Francia, che pure è un paese più popoloso, i decessi per la stessa causa sono poco più della metà (20.300). Gran parte dell’aria viziata dell’Italia proviene dagli allevamenti intensivi, che producono quantità prodigiose non solo di carne ma anche di feci, responsabili dell’inquinamento da ammoniaca che poi uccide così tante persone. Mentre i governi sono riusciti a ridurre drasticamente le emissioni di anidride solforosa (proveniente principalmente dall’industria) e di protossido di azoto (proveniente dalle automobili), l’inquinamento da ammoniaca è rimasto quasi invariato[22]. In realtà, a causa della chimica non lineare alla base della formazione del particolato aereo, la riduzione delle emissioni di ammoniaca è spesso il modo più efficace per migliorare la qualità dell’aria, anche nelle regioni altamente inquinate[23]. Invece di tenere a freno gli allevamenti intensivi, il governo lombardo si è unito a una coalizione di lamentosi – che comprende i Paesi Bassi, la Catalogna, l’Austria e la città di Madrid – per combattere il tentativo dell’Unione Europea di allineare le sue linee guida sull’inquinamento atmosferico a quanto richiesto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Viviamo in un mondo in cui l’indifferenza nei confronti degli animali rende possibile non solo abbuffarsi della loro carne, ma anche respirare la loro merda.

 

Finora abbiamo preso in considerazione la fattibilità del rewilding e del veganismo in Italia; passiamo quindi al nostro terzo obiettivo: un sistema energetico completamente rinnovabile. I combustibili fossili forniscono ancora il 79,3% della produzione di energia primaria in Italia, una percentuale che è diminuita solo leggermente dall’inizio del secolo[24]. Solare, eolico e geotermico insieme arrivano solo al 7,5% del mix totale. Il “carbone bianco” dell’energia idroelettrica, che pure ha popolato l’immaginario italiano per generazioni, dà un contributo insignificante (2,6%), ha una neutralità carbonica discutibile e ha conseguenze ecologiche gravissime[25]. Anche l’eliminazione quotidiana dei sedimenti accumulati nei bacini idrici può avere un effetto disastroso sugli sfortunati corsi d’acqua vicini, decimando le popolazioni di trote[26]. Le dighe sul Tevere hanno fatto sparire lo storione, la lampreda e l’alosa[27].

 

Anche i trasporti sono un’importante fonte di emissioni di carbonio, e per quanto le città italiane, a differenza di quelle americane, non siano state sventrate per far posto ad autostrade e parcheggi, il possesso di automobili in Italia è un problema sorprendentemente grave. Si contano 869 veicoli ogni 1000 italianə: il terzo tasso più alto in Europa dopo Finlandia e Grecia[28]. Naturalmente, l’economia italiana si basa anche su milioni di stranierə che bruciano una grande quantità di carburante per arrivare in aereo o in nave da crociera, abitudini che in un mondo ecosocialista dovrebbero essere ridotte.

 

Queste sono solo alcune delle sfide che l’Italia deve affrontare nella transizione verso un sistema di energia rinnovabile, ma saremmo ingiusti se non sottolineassimo anche i punti di forza del paese. Il consumo energetico è notevolmente basso, con una media di 3.225 watt pro capite, e il numero è diminuito negli ultimi due decenni[29]. L’Italia è già abbastanza vicina a realizzare l’obiettivo della Società a 2000 Watt, che in Socialismo di Metà-Terra consideriamo come un equo compromesso tra la riduzione del consumo di energia nel Nord del mondo e il suo aumento nel Sud del mondo. Basti pensare che il consumo energetico canadese ammonta invece a un astronomico 11.406 watt pro capite[30]. Nel 2011, l’Italia ha installato più infrastrutture di energia solare di qualsiasi altro Paese, posizionandosi seconda solo alla Germania in termini di capacità totale. In questi quattordici anni, però, la musica è cambiata: da allora il colosso soleggiato a sud delle Alpi si è bloccato. Mentre in Italia tra il 2011 e il 2023 la capacità solare totale è raddoppiata arrivando a 30 gigawatt, nel solo 2024, dunque in un solo anno, la Cina ha quasi decuplicato la stessa quantità di energia[31]. In altre parole, in Italia la transizione energetica sta avvenendo troppo lentamente: il solare e l’eolico costituiscono solo il 9% della produzione totale di energia. Una delle ragioni di questa lentezza è stata la scarsità di terra disponibile, poiché l’energia solare deve competere con i pascoli e i terreni agricoli[32]. Ə fascistə sembrano aver deciso di sacrificare la decarbonizzazione sull’altare del carnivorismo: con il decreto n. 63 del maggio 2024, il governo ha limitato fortemente l’utilizzo dei terreni agricoli per progetti di energia rinnovabile. Una società ecosocialista riuscirebbe facilmente a superare questi ostacoli alla transizione energetica, poiché darebbe la priorità alle infrastrutture necessarie e non a quelle redditizie, e libererebbe superficie terrestre grazie a un veganismo diffuso. Dopotutto, il potenziale dell’Italia in termini di energie rinnovabili è ancora lungi dall’essere realizzato, soprattutto perché la densità di potenza dei suoi impianti fotovoltaici sarebbe maggiore del 50% rispetto a quella del Nord Europa. A questo andrebbero poi aggiunte le importanti risorse eoliche sfruttabili in tutta la Sardegna, nella Sicilia occidentale e in Puglia[33].

 

Se mai gli obiettivi del Socialismo di Metà-Terra – o di qualsiasi movimento utopico – si realizzeranno, avranno bisogno di una coalizione ampia e coraggiosa, e anche in questo possiamo imparare dall’esempio dell’Italia. L’occupazione della fabbrica GKN appena fuori Firenze mostra come il tradizionale obiettivo socialista dell’autogestione deə lavoratorə possa essere combinato con le esigenze del presente, in questo caso il cambiamento climatico. L’idea errata e stupida secondo cui ə lavoratorə sono votatə alla distruzione della Terra se questa paga abbastanza bene è smentita daə lavoratorə della ex-GKN, che hanno proposto di passare dalla produzione di componenti di automobili alle cargo bikes e ai pannelli solari. Tuttavia, tali coalizioni rosso-verdi sono ancora troppo rare, come dimostrato dal sostegno deə camionistə statunitensi agli oleodotti o dalla diffidenza deə lavoratorə automobilisticə tedeschə nei confronti delle auto elettriche. Sebbene ə lavoratorə della ex-GKN e ə loro alleatə nei movimenti sindacali e climatici abbiano ottenuto molto, la loro lotta ha un limite: l’ecosocialismo non si realizzerà con l’occupazione di una fabbrica alla volta, ma solo tramite una più ampia transizione verso un’economia pianificata in cui la produzione viene decisa democraticamente e le cooperative non dovranno più sottostare ai diktat del mercato mentre lottano per ciò che è giusto […].

 

marzo 2025

 

Note

 

[1] A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, vol. 3, quaderno 22, Animalità e industrialismo, Einaudi, Torino 2014, pp. 2160-2161.

[2] Come gli autori spiegano nel libro, il rewilding non coincide con l’abbandono rurale, ma anzi richiede all’essere umano molto studio e molto lavoro al fine di ricostituire interazioni ecologiche scomparse (N.d.T.).

[3] In italiano nell’originale (N.d.T.).

[4] Nei Paesi Bassi e in Germania i lupi sono stati reintrodotti. Quando nel 2006 fu trovato un orso girovagare per la Germania, fu ucciso nel giro di due settimane.

[5] L. Mattioli et al., Wolf population estimate in Italy and monitoring perspectives, relazione al IX Congresso italiano di Teriologia Civitella Alfedena (AQ), 7-10 maggio 2014, https://www.researchgate.net/publication/262726128_Wolf_population_estimate_in_Italy_and_monitoring_perspectives (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[6] Gli orsi sono così pochi che la loro integrità genetica è discutibile: Scientists Discover “Genetic Weak Spot” in Endangered Italian Bear Population, in “Biophysical Society”, 15 febbraio 2025, https://www.biophysics.org/news-room/scientists-discover-genetic-weak-spot-in-endangered-italian-bear-population (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[7] Sul progetto si veda: https://rewilding-apennines.com/life-bear-smart-corridors/ (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[8] B. Büscher, Bram, R. Fletcher, Towards convivial conservation, in “Conservation and Society”, vol. 17, n. 3, 2019, pp. 283-296.

[9] In altre parole, solo il 5% del territorio nazionale è classificato dall’Unione Mondiale per la Conservazione della Natura (IUCN) tra le categorie Ia e II.

[10] https://wwfeu.awsassets.panda.org/downloads/nature_scorecard_italy_march_2018.pdf (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[11] https://map.half-earthproject.org/dataGlobe (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[12] U. Gallo-Orsi et al., Important Bird Areas in Italy, in M.F. Heath, M.I. Evans (eds.), Important Bird Areas in Europe. Priority sites for conservation, vol. 2, Southern Europe, BirdLife International, Cambridge 2000 pp. 357-430.

[13] Alcune specie in pericolo, incluse nella lista rossa della IUCN, non risiedono in zone già protette, eppure i loro habitat dovrebbero essere salvaguardati da ulteriori perturbazioni.

[14] C. Blythe, P. Jepson, Rewilding: The Radical New Science of Ecological Recovery, The MIT Press, Cambridge 2020, p. 176.

[15] L. Boitani, J. DC Linnell, Bringing large mammals back: large carnivores in Europe, in H. Pereira, L. Navarro (a cura di), Rewilding European Landscapes, Springer, New York 2015, p. 80.

[16] C. Preston, Tenacious Beasts. Wildlife Recoveries That Change How We Think About Animals, The MIT Press, Cambridge 2023.

[17] G.V. Lombardi et al., Organic and Conventional Agriculture. Land Food Footprint and Diet Nexus: The Case Study of Tuscany, Italy, working paper, n. 15/2018, DISEI, Università degli Studi di Firenze, https://www.disei.unifi.it/upload/sub/pubblicazioni/repec/pdf/wp15_2018.pdf (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[18] https://ourworldindata.org/grapher/meat-supply-per-person?tab=chart&country=ITA (ultimo accesso 6 aprile 2025). In confronto, i britannici mangiavano 69 kg di carne pro capite nel 1961, 82 nel 2021.

[19] C. Helstosky, State of Meatlessness: Voluntary and Involuntary Vegetarianism in Early Twentieth-Century Italy, in C. Hanganu-Bresch, K. Kondrlik (eds.), Veg(etari)an Arguments in Culture, History, and Practice: The V Word, Palgrave Macmillan, Cham 2021, pp. 3-24.

[20] L’unico esempio paragonabile potrebbe essere la Spagna, dove Alberto Garzón, un brillante ministro comunista, ha recentemente innescato un dibattito sull’allevamento industriale: S. Jones, Spanish should eat less meat to limit climate crisis, says minister, in “Guardian”, 26 dicembre 2021, https://www.theguardian.com/world/2021/dec/26/spanish-should-eat-less-meat-to-limit-climate-crisis-says-minister; L’ironia di Salvini: “A me piace la porchetta, i vegani se ne facciano una ragione”, in “Lapresse”, 3 febbraio 2019, https://www.lapresse.it/politica/2019/02/03/lironia-di-salvini-a-me-piace-la-porchetta-i-vegani-se-ne-facciano-una-ragione/ (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[21] https://www.eea.europa.eu/en/topics/in-depth/air-pollution/european-city-air-quality-viewer (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[22] Tuttavia, l’NH3 è l’inquinante con il minor calo delle emissioni (-12,1%) in Europa nel periodo 2005-2021, seguito con un ampio margine da PM2.5 (quasi un terzo in riduzione), NOx (quasi la metà) e SO2 (quattro quinti). S. Renna et al., Impacts of agriculture on PM10 pollution and human health in the Lombardy region in Italy, in “Frontiere nelle scienze ambientali”, vol. 12, 2024.

[23] B. Gu et al., Abating ammonia is more cost-effective than nitrogen oxides for mitigating PM2.5 air pollution, in “Science”, vol. 374, n. 6568, 2021, pp. 758-762.

[24] https://www.iea.org/countries/italy/energy-mix (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[25] K.B. Delwiche et al., Estimating drivers and pathways for hydroelectric reservoir methane emissions using a new mechanistic model, in “Journal of Geophysical Research: Biogeosciences”, vol. 127, n. 8, 2022.

[26] G. Crosa et al., Effects of suspended sediments from reservoir flushing on fish and macroinvertebrates in an alpine stream, in “Aquatic Sciences”, vol. 72, n. 1, 2010, pp. 85-95.

[27] M. Lorenzoni et al., Native and exotic fish species in the Tiber river watershed (Umbria-Italy) and their relationship to the longitudinal gradient, in “Bulletin français de la pêche et de la pisciculture”, n. 283, 2006, p. 39.

[28] https://ourworldindata.org/grapher/registered-vehicles-per-1000-people (ultimo accesso il 6 aprile 2025).

[29] Il consumo di energia ha raggiunto il suo massimo (4336 W per persona) nel 2004: https://ourworldindata.org/grapher/per-capita-energy-use?tab=chart&country=ITA (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[30] https://ourworldindata.org/grapher/per-capita-energy-use (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[31] A. Raihan et al., An overview of the recent development and prospects of renewable energy in Italy, in “Renewable and Sustainable Energy Reviews”, vol. 2, n. 2, 2024.

[32] https://solargis.com/resources/free-maps-and-gis-data?locality=europe (ultimo accesso 6 aprile 2025).

[33] M. Thompson, Y. Nishat-Botero, Postcapitalist Planning and Urban Revolution, in “Competition & Change”, vol. 29, n. 1, 2025, pp. 101-120; C. Durand, E. Hofferberth, M. Schmelzer, Planning beyond growth: the case for economic democracy within ecological limits, in “Journal of Cleaner Production”, vol. 437, n. 6, 2024; M. Grünberg, Automating away the centre? Optimal planning and the menace of bureaucratization, in “Competition & Change”, vol. 29, n. 1, 2025, pp. 38-63.

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