di Jean Daive (trad. di Domenico Brancale)

 

[E’ appena uscito per Ibis Edizioni Sotto la cupola. Passeggiate con Paul Celan di Jean Daive, un libro che testimonia l’amicizia tra i due poeti. Scritto da Daive dopo il suicidio di Celan, il racconto si snoda tra i caffè e le strade di Parigi, seguendo il filo di una riflessione profonda sulla mente tormentata del poeta. I due attraversano il Boulevard Saint-Germain, percorrono il Boulevard Saint-Michel e si dirigono verso Place de la Contrescarpe – la nostra duna – ridisegnando la geografia di chi legge. Giorno dopo giorno avanzano nel linguaggio, le loro voci si fanno vive, discutono di arte e di ciò che hanno scritto, all’ombra degli ippocastani e delle paulonie, mentre le parole interrogano i passi. Ogni istante dettato dal ritmo del camminare uno accanto all’altro. Si intrecciano, a questo movimento parigino, i ricordi dei viaggi di Daive in Grecia e in Sicilia, a Taormina, dove incontra Andrej Tarkovskij, e a Praga sulle orme di Kafka. Proponiamo alcuni passaggi].

 

 

Camminando, una parola. All’incrocio tra boulevard Saint-Germain e boulevard Saint-Michel, risalendo. La folla del Maggio ’68. Paul osserva i volti di coloro che non ha mai visto. Come se – è implicito – dovesse essere una folla conosciuta, sempre la stessa.

– Sono usciti dalle loro tane e non sanno che non potranno più ritornarci.

– Dopo gli avvenimenti?

– Sì, dopo.

 

Qual è il mio ricordo improvviso di Paul al punto di sognare Gisèle questo sabato 25 marzo 1989. Davanti a un negozio. Per strada. La guardo e lei sa che sto per chiederle di dirmi tutto. (Cosa che ha già fatto.)

 

Paul Celan – il suo atto mancato, nella piccola camera di rue de Longchamp. Il sangue e il sangue freddo di Gisèle. La felicità di Paul in rue Longchamp. La gelida felicità di Paul, laggiù. I giornali ogni giorno, la posta ogni giorno, la sventura ogni giorno, dalla Germania, da lui, dalla Germania. La Germania e il Tedesco.

 

La lingua tedesca vissuta a Parigi. Su un’isola insomma, e forse da trasportare in un Grande Libro aperto con Gisèle, poi senza di lei.

 

Senza anello.

 

La poesia che scrive per strada e che le legge da una cabina pubblica.

 

Immagino le poesie di Sprachgitter, telefonate e scritte così lungo la Senna.

 

L’impossibilità di parlare mi rendeva la vita impossibile da molto tempo quando ho incontrato Paul Celan che aveva scritto Sprachgitter (1959): grata, il linguaggio. Non parole o immagini ma ridurre il mondo a una grata per spiegarlo.

 

Due donne mi hanno preceduto (Greta e Olga), mi hanno guidato nel suo universo: l’una di una bellezza difficile, l’altra di una bellezza sprovvista di stranezze. Una terza verrà.

 

Il gioco della traduzione mi ha fatto apparire una grata davanti agli occhi. Come la profondità di un segreto lentamente viene a noi, può giungere a noi.

 

In che modo una grata dovrebbe arginare la demenza?

 

L’impossibilità di articolare un’assenza a posteriori mi sprofonda in una vita – non vita. Tutto implica una deduzione e la grata la stabilisce con autorità.

 

La lingua ha cominciato ad affievolirsi come una luce e cammino nella neve di un mattino di gennaio quando incontro due donne.

 

La grata trattiene una sofferenza che si contorcerà convulsivamente in un dramma.

 

Come può una grata essere preoccupata dei luoghi di una lingua che immerge in un’ultima emulsione?

 

Una sintassi tormenta la narrazione che le parole non sciolgono mai.

 

C’è sempre una storia o un’idea da raccontare. Una storia è progressione, è tormento.

 

La parola gira come un sole. Rotondità speculare che acceca le parole.

 

Alla destra di Paul, a un tavolo del Royal Panthéon. Silenzio. Mi guarda, mi sorride:

– Vuole tradurmi?

– Sa bene che è difficile!

– So bene che è difficile, ma la aiuterò.

– Sì.

 

Poco dopo, alla destra di Paul Celan, a un tavolo del Royal Panthéon – lo stesso – cominciamo a lavorare alla traduzione di Stretta.

– Una parola è una parola e tradurmi significa sempre trovare la parola giusta (a proposito dei termini botanici: granulosi, fibrosi, stelati, compatti, racemosi e radiali, renali, lamellari e grumosi, porosi, ramificati. A volte è necessario lasciarsi andare a una deriva del senso. É altrettanto necessario tornare subito al punto di partenza, riprendere il senso letterale: è quello giusto.

 

Attraversando l’incrocio tra rue des Écoles e boulevard Saint-Michel, Paul Celan mi chiede:

– Ha mai pensato di poter scrivere in un’altra lingua?

– No. E lei?

– Sì, a volte in francese… Ma questo non è possibile.

– Perché

Sorriso.

 

 

 

 

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