di Federico Federici

 

[E’ appena uscito, nella collana Adamàs de La vita felice, Stanze dei non risorti di Federico Federici. Ne proponiamo alcuni testi, seguiti da un estratto dello scritto di Paolo Giovannetti che li accompagna].

al nobile cavaliere Antonius Block

l’autore dedica

*

lascia ora la chiesa

buia al dio nascosto

nel castigo del suo

gioco oscuro verrà

a cercarti e dopo

gli darai ascolto

 

nella tenebra se fissi

ovunque pare si celi

un volto

……………….un dio

pronto a sparire

come speri di vederlo

tra le fessure dei confessionali

spia se volgi l’occhio

 

esci

……….nel vivo della luce

nel suo più terreno abbaglio

perpetuo inganno della vista

e dell’udito

……………….batti bene tutti

gli angoli del paesaggio

in cerca dell’indizio

 

……………….o dio c’è

o non c’è mai stato

 

*

 

se mai esista

e nella morte

stia nascosto

 

se sia mai

morto della mia

stessa morte

 

se sia sparito

e sappia che

lo van cercando

dappertutto armati

di crocefissi e croci

 

se sappia quant’è

umana e pura

la paura di morire

 

e se a colpirlo

nel suo nulla

(il nostro) avesse mai

dal tabernacolo fiorito

risposto allo sconforto

l’avrei perdonato io

di avermi ucciso

 

ma dio non resta

‒ dice chi l’ha amato ‒

che nel suo nome

pronunciato invano

*

negli atri che ventila il buio

di sé tremando scricchiolano

le croci per tarli del legno

o dèi scortecciati inesistenti

 

per archi e navate impietrite

profumano ossa di santi

murati in tane ultraterrene

 

tramortita sopra una panca

una formica profetica

scopre una briciola a schiacciarla

 

*

dal centro di un seme

l’intero bosco spinge

 

luce nella luce che permane

preme nel peso dell’origine

 

 

 

un impasto d’ordine e materia

sulle siepi gli aghi della galaverna

 

nervi esili di mondo filamenti

inerti per il fine dello spazio

 

e corpuscoli sterrati intorno

e indurite sotto coltri di poltiglia

scaglie scorie spore polveri

di tralci d’edera riscossi

 

 

 

lascia la saliva il cervo sulla resina

l’odore impregna la corteccia

asciutta calpestato il fosso scalcia

la pietra che ogni notte il lupo annusa

batte lo zoccolo sul tronco

bagna la zampa sottile

nell’acqua non ancora dura

tra le balze per sparire scatta

 

 

rinserrati lentamente nelle tane

assetati amalgamati ai fili d’erba

animali occhieggiano fermando il cuore

da che frasche sgorghi il sole

da che fresche fonti l’acqua

 

 

 

poi la neve cade a caso

sul paesaggio già innevato

 

altri torsoli di mela copre

bacche e tronchi rosicchiati

biancastre piaghe di licheni

sui rami snervati nòccioli

e gemme succhiati dai caprioli

 

spazzata ai piedi degli abeti

sigilla i buchi delle tane

lo stampo ghiacciato delle impronte

che non portano lontano

 

 

 

a vederla diradarsi lentamente

rigirando in aria poi sedimentare

a fatica rifinirsi in un disegno

 

e nell’unirsi ai corpi

equilibrarne i pesi

nella metrica del contatto

ricopre il prato che divide

stelo e stelo e croco e cardo

ripiega sull’argilla e sull’ardesia fa

fiorire il ghiaccio

 

 

 

neve negli occhi di ogni bestia

è il bianco in cui sta

il bosco intero e per metà

è luce e per metà

silenzio

 

*

questa è l’impronta premuta

sotto la neve di una vita intera

che si dirada nel turbine fitto

di tracce nel vuoto il vento

non spazza là sotto la terra

non c’è distanza tra l’ultimo

e il primo nessuno ci guida

ma lì non si capita a caso

e nel vuoto la meta è altro

vuoto solo la morte scavando

tocca l’altezza del vuoto

*

mia ombra mia vita mia vera metà

che a fatica completa il mio corpo

l’intero ti manca io sono il fantasma

dell’uomo che ti porta addosso tu sosia

senz’occhi tu spia senza bocca in punta

di piedi tu tocchi due volte l’altezza dei muri

ovunque mi segui per gioco o per scherno

ripeti i miei gesti i miei passi gli errori

raddoppi mi urli di andarmene sempre da solo

 

la folla calpesta chi è in terra divide dimentica

tutto di corsa andiamo tu e io come bestia

e padrone di me non c’è traccia nessuno sa

nulla dovrò darti un nome ma a te

basta un fischio mia ombra mia morte

*

dov’è

l’ora della morte

il buco vuoto intorno

al vuoto del pensiero

la cruna l’ago l’antro

nero in cui ci guida

il fiato? l’ammutolito

oracolo che mastica

la cenere rimugina

la polvere

qual è

il suo responso

o tergiversa su una

scaglia d’osso?

com’è

il soffio il lampo sulla

retina tornata tersa e dove

l’arto inutilmente teso

a indicare infine il dio

scomparso l’aspra

sorte a scapito dell’avida

fortuna?

quand’è la morte

intatta nel dolore da cui

l’intera vita ci discosta?

 

*

 

Scritto

di Paolo Giovannetti

 

 

[…] La parola è sempre in movimento, il discorso trascina con sé realia e idola, li trasforma, li trasfigura. Le allitterazioni scorrono sotto le nostre orecchie quasi inavvertite, cortocircuitando nondimeno il senso: «nei rigurgiti / dei gorghi le gengive nere per la / terra gonfie di poltiglia densa»; «frustando tralci fradici di brina»; «disordinati / graffi affiori da che spifferi / farnetichi fischiando / con che lampo offuschi / occhi con che frusta / di nevischio». Qui, più che di spettri dovremmo parlare di spettralismo, nel senso proprio di quel tipo di musica contemporanea che elabora e modifica il suono, operando sugli spettri acustici, sulle possibilità combinatorie e sulla temporalità della materia udibile. Uno degli ascolti dichiarati da Federici, Harley Gaber, è del resto un compositore spettralista. Il flusso sintattico ci permette di cogliere (di udire con la mente) il continuum sotteso alla variazione linguistica. Un legato paradossale. […]

La neve, forse, è la cifra simbolica più vera della raccolta. Neve, bianco e silenzio non sono umani, ma risiedono negli occhi degli animali. Dunque: «neve negli occhi di ogni bestia / è il bianco in cui sta / il bosco intero e per metà / è luce e per metà / silenzio». Anche la mancata resurrezione, anche la morte – per un attimo – ci appaiono in balia di un vitalissimo meccanismo di modificazione.

 

 

[Immagine: Jack Spencer, Cloud Road, 2007 (particolare)].

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