di Stefano Simoncelli

 

[Esce mercoledì 26 per Marcos y Marcos, nella collana Le Ali, Stazioni remote di Stefano Simoncelli, con una prefazione di Massimo Raffaeli. Ne presentiamo in anteprima una scelta di testi].

 

da Giocavo all’ala (2004)

 

Soltanto quando dormo ritorni
con fruscii nel soppalco,
respiri strascicati
e luci di torce in lontananza
come transitassero cacciatori di frodo

 

o frontalieri. Ma dov’è il confine di gelo

che devo attraversare con il mio zaino

stracolmo di sensi di colpa e neve

fradicia? È grande, sostengono,

il desiderio di raggiungerti dove non c’è più luce.

 

È per questo allora
che mi danno a rovistare
nel buio dei cassetti con dentro
il tuo leggero profumo di gelsomino?

 

*

 

Una fessura dovrà esserci da qualche parte,

una ferita mai rimarginata o spiraglio

dove sgusciare per raggiungerti
adesso che sei pura energia nell’aria.

 

Forse dovrò aspettare il prossimo inverno

(ti piaceva immensamente l’inverno),
la cruna del suo gelo da cui passare
con il mio cappotto di cammello

o un percorso più caldo e sinuoso:

l’impianto idraulico, le tubature

che corrono dentro i muri
e lungo i pavimenti

 

fino ai radiatori
nella cui corrente immobile e calda

potrò nuotarti accanto

evaporando.

 

*

 

da Terza copia del gelo (2012)

 

Mi piacerebbe aspettarti
con l’impazienza di un tempo

dietro la finestra da cui guardo

la sera scendere sulle barche,

tentare il solitario di carte
che non ti veniva mai,

preparare due ciotole di riso,

del tè cinese e indietreggiare

fino a raggiungere l’attimo

preciso in cui ho gridato
per casa il tuo nome
e mi hai risposto.

 

*

 

Subdolamente tra le tenebre

stropicciandomi gli occhi,

origliando («più in là,
più in là»). Chi parla?

Chi mi sfiora la fronte?
Sono nel labirinto magico
di un luna park accampato
ai margini di un sogno
o è davvero il posto
che immaginavi? «Un hotel»
dicevi «sulle palafitte delle tenebre.

Là ci incontreremo».
Cerco tracce:
le boccettine dei profumi,
le creme per il viso, la cerniera
che non funziona del beauty case,

la pila che usavi per leggere di notte

Accendila, mandami un segnale.

 

*

 

Prima dell’alba, tra i brividi,

domandavo dei dispersi,
degli assenti e di me
che sono un po’ morto. Sognavo

d’essere sveglio e nel sonno mi agitavo

non capendo da dove arrivassero

quelle improvvise scie di fumo

che attraversavano la notte
balenando. Mi trovavo
nel ’70 a Bologna, in piazza Maggiore,
sotto un’interminabile grandinata di fumogeni

o nell’81 allo stadio di S. Siro con Vittorio?

Sovrapponevo città e episodi, tremavo,

confondendomi in quel poco,
ormai in quel niente,
che è rimasto.

 

*

 

da Hotel degli introvabili (2014)

 

La prima scena è il tormento della notte

senza rotta e alla deriva in un oceano

d’asfalto. Il luogo: via xxv Luglio

 

e in fondo lo spettro insonne dello stadio

con le righe di gesso sparite in una nebbia

più densa e indelebile dell’inchiostro

 

e questa è la porta stretta del non ritorno,
la serratura che non riconosce la sua chiave,

l’amore volato via tra le raffiche di bora

 

e le comete dei presepi, l’amore muto

che all’alba non sussurra
più nessuna parola.

 

*

 

La seconda scena è il tappeto di foglie
dove è caduto il pianto della strada deserta
se non per una scarpa smarrita in un trasloco,

 

il parapendio che sale dove il cielo si prepara

allo schianto del ramo più alto e delicato,

allo scollamento del ferro dal cemento,

 

le fondamenta che sprofondano nel marcio

e alla gibigianna che balla sull’asfalto

anche se è inverno, il 20 febbraio,

 

altro anniversario del non ritorno

con la stessa neve che scende
a falde larghe, nemiche,

 

avvelenate.

 

*

 

da Prove del diluvio (2017)

 

Ripenso ai pleniluni d’estate
che abbiamo guardato insieme

dal terrazzo assediato dai passeri,

 

dall’oblò sverniciato dalle bore

e dal cortile dei gatti randagi

dove non è rimasta traccia

 

del suo passaggio terreno,

ma soltanto tormento,

mucchi di foglie marce

 

e un’aria viziata, irrespirabile
peggio delle osterie dove si inabissava
nei lugubri e burrascosi pomeriggi d’inverno

 

aspettando che lo andassi a prendere

per riportarlo a casa sotto al cappotto

come un cucciolo smarrito, un furto

 

o un lungo brivido di freddo.

 

*

 

Nella sua cassetta degli attrezzi:

viti, anelli per tende e chiodi
di tutte le dimensioni,

 

due martelli, tre pinze e lime,
un numero imprecisato di bulloni,
un punteruolo, due tenaglie e sei matite dell’Ikea,

 

un coltellino multiuso con l’impugnatura di osso,

una sega da ferro e un’altra da legno,

un set russo di cacciaviti

 

comprato di contrabbando, un trapano

a pila che lui stesso aveva costruito,

una lente d’ingrandimento,

 

un metro, un mini-torchio,
una confezione di cachet Sarandon
piena di puntine, mezzo tubetto di mastice tedesco,

 

tre rotoli di carta vetrata
e una minuscola stella cometa
di calcedonio con la coda di brillantini.

 

(Sul retro del coperchio una fotografia,

unta e malridotta come la cassetta,

dove sono sulle sue ginocchia

 

in una barca da diporto.
Avrò quattro o cinque anni.
Lui uno sguardo impenetrabile e luminoso.)

 

*

 

Una sera avevo cominciato
una lenta revisione del passato

che speravo di percorrere fino alla fine

 

senza essere interrotto dai visitatori

che a volte fingevo di non riconoscere.

Una specie di album fotografico

 

interiore che sfogliavo a caso
e dove compariva quasi sempre lui,

mio padre, sul porto, alla spiaggia

 

nel cortile o nei caffè all’aperto

con lo sguardo trasparente,

impenetrabile e luminoso

 

dei tempi in cui vivevamo

nella casa tra i platani,
i nidi delle rondini

 

e le risse.

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