di Arben Dedja
[Un uomo, un ferro da stiro, un universo governato da codici oscuri. Arben Dedja mette alla prova la maschilità contemporanea alle prese con il lavoro di cura: tra biancheria, pudori, logistica familiare e un eroismo domestico dall’umorismo irresistibile].
Prolegomeni
Prima della malattia di mia moglie stirare era per me un’attività del tutto sporadica. Malgrado ciò, contemplando le di lei fatiche e il tempo che le dedicava, posso affermare che per solidarietà sarei stato felice di apprendere che a breve (cioè, nell’arco della nostra esistenza su questa Terra) la pratica dello stirare potesse rarefarsi, fino addirittura a estinguersi, come molti mestieri del passato che non solo non esistono più o hanno cambiato forma, ma sono stati pure dimenticati (tipo il battirame, il niellatore – ma questi portano già nel nome l’idea del declino senza ritorno e del vecchiume senza scampo: chiedo venia, amici esteti, ma pure la lingua pare ammuffire quando parlo di loro, mentre avrei tanto voluto che lo facesse anche la mansione meccanica e prosciuga-energie dello stirare. Sfortuna che per questa si usi un termine un po’ troppo indigeno ed eufonico per scivolare fuori dalla memoria).
Io, anzi, tenevo sempre le orecchie all’insù, come un segugio nella vigna, per captare ogni tiepida notiziola su qualsiasi raffinata invenzione a riguardo. Avevo sentito parlare, per esempio, inizialmente con una fiacca speranza che andò a tramutarsi in irritazione, di alcuni particolari armadi (in realtà, assai ingombranti per i nostri appartamentini), armadi dove uno infilava (appendeva) la biancheria che poi, a sessione finita, diciamo, ne usciva stirata – più o meno “stirata”. Le perplessità erano grandi e le speranze deluse. Non faceva al caso nostro.
Ma ecco che mia moglie, a causa di un intervento chirurgico alla testa, ora è affetta da una emiparesi sinistra che le impedisce di svolgere a dovere il meraviglioso e lindo atto dello stirare. Avevamo subito contattato qualche signora per aiutarci nelle faccende domestiche dove, almeno in teoria, veniva compreso anche lo stirare, ma, con un tacito accordo tra coniugi, cercavamo di lasciar stirare la signora il più raramente possibile e con grosse limitazioni.
Come prima limitazione, c’era il problema della mano. Mia moglie è mancina: l’asse da stiro e il suo posizionamento spaziale erano pensati per le genti come lei orientate. Purtroppo ci risultò impossibile trovare una signora ugualmente mancina per averla tra noi. Molte cambiammo, mai ci riuscimmo. E così, quando alla suddetta signora toccava stirare – quelle rare volte quando toccava proprio – lei per prima cosa doveva girare a 180 gradi tutto il sistema di lavoro. Che, quando se ne andava, noi ripristinavamo come prima. Perché l’unico altro mancino nel variopinto universo delle persone che lavorano o stirano nelle famiglie – almeno in regione Veneto, almeno a Padova – ero io.
La seconda limitazione era il problema del nostro secolare pudore: va bene, ecco, mettere una o due volte la signora a stirare in nostra vece, ma c’erano certe cosette intime che noi mai avremmo permesso a un estraneo di stirare. Qui arriviamo al punto che vorrei affrontare oggi, al quale è da qualche minuto che giro intorno, ma che, in realtà, tra me e me, ho iniziato ad affrontare da mo’: la stiratura delle mutande. Più esattamente: delle mutandine. La loro quantità, ammassata e in attesa di un adeguato “trattamento”, era impressionante, perché sia mia moglie che mia figlia le cambiavano con una frequenza doppia o tripla rispetto alla mia. Si doveva trovare una soluzione e il fardello, come sempre nei casi simili della vita, toccava a me.
Sviluppo
Grazie alla mia professione ho buone capacità manuali. Che io non le metta a frutto a dovere, poi, ha a che fare con la mia cronica pigrizia. Ma in questo caso la situazione era limpida e senza scampo: ci sono un mucchio di mutandine da stirare, per le ragioni di cui sopra sei l’unico nell’universo che lo può fare, ergo, buttati, zio Billy!
E così “mi buttai”. Elaborai una tecnica originale di stiratura (non l’ho ancora brevettata) che fu ben accetta in famiglia, dove per “buona accettazione” si intende il non criticare ad alta voce ciò che facevo. Mettevo le mutandine con la parte posteriore in vista, nella posizione di un triangolo isoscele con il vertice all’insù; eseguivo poi la stiratura veemente e con vapore dei tre angoli – partendo dal vertice – e la loro piega centripeta; continuavo girando l’oggetto dall’altra parte, quella anteriore, dove con la punta del ferro da stiro applicavo altre tre-quattro pennellate vibranti alla Joaquín Sorolla. Tutta la procedura prendeva meno di trenta secondi. A questo punto, le ordinavo per bene sul letto matrimoniale. Iniziava allora la parte più difficile del mio rapporto con le mutandine: ma di chi sono?
Sembrava facile; non lo era affatto. A essere sinceri, nel mio caso le possibilità erano due: o erano mutandine di mia moglie, o di mia figlia (non riesco manco a immaginare lo scenario di avere più di una figlia, anzi, mi agita il solo immaginarlo). Però, vi assicuro che per un capofamiglia, una possibilità di errore al 50% è tanta, troppa.
Forse tutto ciò può sembrare poco importante, una cavolata, ma non è così. Quando la figlia, oppure (di meno, per la verità) la consorte cercano quella specifica mutandina, con proprio quel colore e forma, e non la trovano nel cassetto, un’indagine approfondita preceduta da brainstorming ha inizio. È nel cesto della biancheria sporca? È nel cesto della biancheria da stirare? È nel cassetto sbagliato? Solo quest’ultimo caso dà adito a un’ira funesta.
Così, durante le sedute settimanali di stiratura, iniziai a memorizzare le mutandine. Ovvio, la mia logica elementare da maschio suggeriva che le mutandine più sexy fossero di mia figlia, e quelle meno sexy di mia moglie. Queste due estremità dell’estetica mutandina erano facilmente classificabili, ma il problema era che solo una piccola parte del numero totale delle mutandine rientrava in questi due “gruppi”. L’altra, diciamo l’80% del totale (scusatemi per il mio atteggiamento da contabile, ma non saprei come affrontare altrimenti la sfida) rimaneva sempre lì, piegata in grande stile sul lettone, in cerca di attenzioni. È così che la mia memorizzazione della montagna di mutandine, erosa di un solo 20%, aveva inizio. Mi informavo una volta, due, tre, con molta nonchalance, di chi fossero queste o quelle (mutandine), le imprimevo nella mia memoria (credevo di imprimerle) e sembrava che tutto procedesse per il meglio, ma i colori affini e i pizzi eleganti mi si mescolavano nelle circonvoluzioni cerebrali e, nel frattempo che arrivava la settimana seguente, si confondevano così tanto da pormi sempre davanti a un dilemma. Allora decidevo tutto con fiuto – Dio mi perdoni, nel senso di “con intuito”; e comunque, anche l’intuito ha il suo margine di errore, che mi veniva immediatamente sbattuto sul naso, a volte con scherno, a volte con sdegno.
C’è da dire, ad alta voce e per mia discolpa, che anche il comportamento delle donne di casa non era d’aiuto; anzi, a volte ho dubitato che loro stessero cospirando a bella posta contro di me, il disgraziato. Per esempio: lì per lì avveniva un cambio di proprietà di qualche mutandina. Dietro le quinte madre e figlia si accordavano (lasciate, almeno per una volta, che utilizzi pure io il termine “alto” accordare, riscontrato soltanto nel linguaggio della classe politica – che tra l’altro è uno dei raggruppamenti umani più conflittuali del pianeta), si accordavano, cioè, perché uno o più paia di mutandine, secondo criteri che non sono in grado di riprodurre or ora (ma avevamo a che fare, presumibilmente, con un ipotetico livello di usura o di demodé percepito), passassero da madre a figlia, o viceversa, prendendomi alla sprovvista. Viene da sé che poi sbagliavo collocazione. Dopo l’ennesimo rimprovero alzavo la cresta, protestavo che mi era impossibile, per quanto flessibilità mentale possedessi, potermi adeguare ipso facto alle nuove direttive. Perché escludermi dalle loro ciacole? Avevo o no il diritto di conoscere anch’io cosa bolliva in pentola?
Lasciamo stare. Ho iniziato a prendere appunti nel bloc-notes del mio Samsung, ovvio, sotto il capitoletto “Mutandine”: “color carne, con elastico sottile, bianco, e pizzo marcato colore beige” (e di fianco scrivevo a chi appartenessero); oppure: “bianche, con cuoricini rossi ricamati distribuiti a caso, senza pizzo” (idem); oppure: “rosa, con pizzo bianco, sottile, sinuoso” (idem); oppure…
Poi è successo un fatto importante: mia figlia si è iscritta all’università. Non a Padova, è andata a studiare a Pavia. Relativamente al capitolo mutandine, ne fui felice (soltanto relativamente alle mutandine, altrimenti avrei preferito avere a casa la mia bambina). Ma allora, questo trasferimento mi avrebbe finalmente sollevato dalle mie fatiche nel riconoscere le mutandine? Manco morto!
Dai disegnatori delle strategie domestiche (mi sento già escluso) si decise tra le altre cose che, per essere indipendente a Pavia, un imponente set di nuove mutandine doveva essere comprato per la figlia. Detto, fatto! Solo che per me questa nuova merce era del tutto sconosciuta. Vabbè, che stessero nel loro cassetto lì in collegio; bastava che non venissi coinvolto. Ma (c’è sempre un “ma”), quando nel weekend la figlia se ne tornava a casa (a onore del vero, sempre di meno) mai si dimenticava di portare appresso il mucchio di biancheria sporca che noi dovevamo lavare, asciugare, stirare, e che lei poi riportava con sé. Naturale, e non poteva essere altrimenti, che in tutto questo le mutandine facessero la parte del leone. Vale la pena di ricordare, però, che il tempo del Nordest non è tipo: gran sole e brezza mattutina; al contrario, il Nordest è un luogo di nebbie invernali e afa primaverile. Lo dico per farvi capire, o miei benamati lettori e lettrici, benevoli della mia logorrea mutandina, che nell’arco di un weekend era spesso impossibile, per via dei ritardi in asciugatura, il riempimento della valigia di ritorno a Pavia con la stessa biancheria (questa volta lavata e stirata); si rendeva perciò necessaria la loro sostituzione con le feconde risorse casalinghe. Avveniva quindi lo scambio delle mutandine padovane con quelle pavesi, le quali si impilavano poi per bene per i giorni a venire, pronte per un avvicendamento successivo. Così, sotto la mia visuale e tra le mie dita, comparivano sempre nuove mutandine, che mi annebbiavano la logica e mi abbagliavano lo sguardo. La storia continua. Siamo al secondo anno di Università.
Paralipomeni
Era notte fonda quando ho finito (tutto d’un fiato) il testo di cui sopra. L’ho riletto e mi è sembrato compiuto, dignitoso, degno della mia attività di stiratura; come dev’essere la letteratura: dignitosa della vita. Mi è solo sembrato un po’ aulico: era come se io non stessi parlando in concreto delle mutandine che stiravo, ma le elevassi oltre la volta celeste, all’Iperuranio (ὑπερουράνιος) di Platone, dove risiedono le idee, eterne e immutabili, idee che soltanto un sommo intelletto può raggiungere. Non erano, cioè, le corruttibili mutandine terrestri quelle che raccontavo, ma le Mutandine ideali, con la “M” maiuscola.
La mia mente era stanca e un po’ confusa dopo tanta fatica (si direbbe che avessi stirato montagne di biancheria) e non ricordavo, in quell’ora tarda, nessun elemento concreto di mutanda per poterlo descrivere così, terra terra. Perciò, essendo una persona munita di spirito pratico, mi alzai e mi avviai nella zona notte, in cerca di un cassetto. La stanza di mia figlia si trova prima di quella matrimoniale. Entrai in quella stanza ormai vuota e aprii il cassetto della biancheria intima. Presi in mano e iniziai a scrutare attentamente le mutandine che si trovavano lì. Avevo dimenticato gli occhiali vicino al computer e, per vedere meglio, dovetti avvicinare al naso l’intera pila. Volevo fissare qualche elemento concreto per descriverlo in seguito nel mio testo. Ero concentrato, quando una voce mi fece sobbalzare:
“Cosa ci fai con le mutandine di mia figlia alle due di notte, disgraziato?”
Mia moglie si era alzata per bere.
Padova, maggio-giugno 2024