di Pietro Pascarelli
[E’ uscito da poco per Montag Storia di Luz e Al, un romanzo di Pietro Pascarelli. Ne proproniamo un estratto].
I
Guardo il mondo dal parabrezza della mia automobile, un cristallo grande con sfumatura verde-azzurra più intensa alla base e nel tratto superiore. Così sono anche i vetri di certi grandi autobus che solcano i continenti, guidati da chauffeur mitici, veri e propri comandanti che dettano le regole di condotta dei viaggiatori a bordo, semidei con straordinari occhiali da sole a proteggere gli occhi, capaci di uno sguardo che fa la differenza tagliente, incolmabile, fra loro e la gente comune; che leggono le curve fin nelle molecole dell’asfalto; che non cadono nelle ingannevoli visioni generate dall’emotività, dal caldo, o dalla semplice apparente normalità delle cose. Nessuno potrebbe dire che siano nativi di un qualche luogo, per l’aria internazionale che conferiscono loro la divisa e gli occhiali, e l’abitudine a rapportarsi con la gente.
Giro per la città da cui pian piano mi allontano, partendo dal centro. Vedo, nella mattinata domenicale, la città in relax; la serenità viaggia a mezz’aria, ci sono fontane e fiori, edicole aperte, gruppetti di ragazzi, gente in giro fra cose belle non sempre ben tenute. Certe aiuole sono sfiorite, e diversi alberi lasciati nell’incuria. Qualcuno osserva il traffico, qualche altro si guarda intorno, o si fa scudo con le mani dal sole, o porta il giornale in una mano e un guinzaglio nell’altra. Mi sembra che quanto ho imparato in tanti anni di viaggio prescinda dalle cose specifiche che ho incontrato e dal loro ricordo, e invece abbia prodotto un modo speciale di rivolgermi al mondo, riconoscendolo nella sua cifra reale. Guardando attraverso questo strumento ottico semovente, che è l’automobile, ho costruito la chiave d’ingresso nell’universo, ho dato la mia impronta ai suoi spazi e ai suoi abitanti. Chi o ciò che vi si trova è assai vicino a me; ma mentre sento familiarità, sento anche una certa esotica fascinazione, la promessa di un mondo nuovo. Facce viste dall’auto scorrono veloci come i paesaggi, entrano polveri e odori, umori, insetti, il grande scudo metallico vibra e sibila, romba il motore. Tutto va, diventa, si muove, cambia. Effimera la gioia, ma passa presto anche il dispiacere; in questa macchinazione, solo la macchina e il pilota hanno una relativa consistenza e stabilità.
La posizione di guida è demiurgica. Siedo su un centro di immensa potenza. Traccio tragitti di senso lungo le strade. Tocco la terra ma ne sono anche nello stesso tempo distaccato. Posso accedere ai piaceri del mondo da una posizione di privilegio. La mente si apre a un’accoglienza che è il farsi avanti veloce della strada verso di me a generare. Sono io la meta iniziale e finale di tutte le cose che scopro e che mi scoprono. Posso volare.
Arrivo alla mia destinazione, un piccolo chalet di collina dove la domenica pomeriggio preparano deliziose frittelle da mangiare calde col salume. L’ odore dell’olio bruciato impregna gli abiti per ore. Ma sento anche, è l’effetto-macchina, puzza di guai: qualcosa cade dal cruscotto, una portiera non si chiude prontamente, forse sono io il colpevole, già agitato prima ancora di scendere. Devo incontrare Achille e Gina, due amici in difficoltà. Si vogliono bene, ma litigano ormai di continuo. Se potessi, mi defilerei. Da queste cose, nella mia esperienza, non viene mai bene. Nessuno segue i consigli che chiede e gli vengono dati, nessuno è disposto ad ammettere una qualche piccola responsabilità. Tutti hanno sempre già fatto il possibile. Per cui non c’è via d’uscita, e se la logica li mette alle strette, certi personaggi sono pronti ad aggredire chi hanno chiamato in soccorso, anche se in forme camuffate, e perciò subdole e ancora più disturbanti. La richiesta nascosta è quella di immolarsi a una forma perniciosa di distruttività, che vuole crescente materia da aggredire.
Prontamente cingo con un braccio la vita della barista, che non conosco. Lei mi accarezza la fronte, poi mi guarda arretrando con la testa, come se distanziandosi potesse capirmi meglio, e intanto avvicina il bacino al mio, sento una musica provenire da ogni dove. Arrivano altre persone, con vassoi carichi di aperitivi e salatini. Siamo circondati. Magari arrivassero tutti insieme i fratelli Marx… Tutti fanno festa, poi si sente un tuono terribile, e una pioggia torrenziale disperde il gruppo. Mi ritrovo all’improvviso non più con l’avvenente e giovane barista, ma con una donna col triplo dei suoi anni, bistrata, con un sorriso mellifluo e la voce da bordello, che mi punta decisamente, con mio orrore, e con quella voce terribile mormora cantilenando «Ti prendo, ti prendo! Fermati! È inutile che scappi, ti prendo!» Due fili di saliva le scendono dai denti sulle labbra grosse, e nel pronunciare le sue frasi concitate tutta la sua massa imponente ondeggia su due gambine sottili al confronto di quell’immensità.
Mi risveglio in un bagno di sudore.
II
Si è fatto giorno, il sole dell’estate si alza piano all’orizzonte, cui corrisponde all’incirca il bordo inferiore della mia finestra, che per un capriccio del costruttore è sghemba e bizzarra, come forse dev’essere la porta del sogno, e io mi rigiro nel letto dando a un certo punto le spalle alla luce. Un’altra delle innumerevoli notti della vita è passata, per mia fortuna in un letto ultracomodo, il mio, e dovremmo tenere forse memoria e fare storia più di queste, delle notti cioè, che dei giorni. Ma la notte di solito non lascia molti ricordi, ed è l’ignoto, e la tendenza generale nei suoi confronti è di protezione da quanto di oscuro e invisibile alberga in noi, è cioè quella di ignorarla, fingere che ogni notte non sia per noi una battaglia, anzi una guerra, quando non è un dialogo amoroso, fra ciò che sappiamo e crediamo di essere e qualcosa di sconvolgente che cerca di trovare un posto nella vita diurna, nel chiarore, nell’apparente armonia con cui rivestiamo il tumulto e il temibile caos che sotto l’armonia apparente gorgoglia.
Il risveglio può tuttavia non presentarsi come una liberazione, e invece angosciare, provocare sensazioni di estraniamento, far provare la vertigine di un vuoto. Può anche esservi un’apoteosi del risveglio, per effetto di antichi insegnamenti edificanti ed esaltazioni dell’operosità al limite della frenesia. Può anche darsi però che il risveglio sia benedetto da una sensazione di tranquillità e benessere, in assenza di qualsiasi pensiero. Da taluni questa condizione è raggiunta in modo facile e spontaneo, per molti altri è il risultato di una ricerca e di una disciplina meditativa costante. Le stesse cose potrei dire del silenzio. C’è chi non lo sopporta, e chi lo assapora ad occhi chiusi, e lo pone al centro delle sue regole di meditazione.
I miei giorni sono non giorni se pervasi dall’angoscia. Sono giorni se li attraversa l’immaginazione, come fortunatamente di solito è.
I bambini dormono profondamente, e qualcuno, come me quando lo ero, lo si ritrovava al mattino nella stessa posizione in cui si era addormentato la sera prima. Si immaginava che non si fosse mai spostato di un millimetro, e si vedeva in questo un segno di salute, d’innocenza, d’ordine nella sfera della mente, di buon carattere, d’una natura docile e incline ad accettare serenamente quel che manda la Provvidenza. Chi a quell’epoca si dava un ruolo guida rispetto agli altri per sua indole e qualità, era incline a facili profezie basate sulla ricognizione di certi segni. C’era fra tutti un uomo che mi veniva descritto come grande di corporatura e distinto come presenza, colto e intelligente, e che tutti chiamavano il polacco. Sul conto di me bambino il polacco vaticinò, vedendomi vivace e loquace, e guardando la grandezza della mia testa, un brillante futuro non specificato, cioè possibile in ogni campo. Ad ogni piccolo avanzamento scolastico mi veniva sempre ricordata la profezia del polacco: era il regalo dei miei familiari, era l’onore di un inizio mitico che il coro di tanto in tanto rileva e canta. Provavo in quelle occasioni un sottile turbamento, capivo che i miei genitori vedevano con orgoglio una verità in quel che aveva detto, per il solo fatto che l’aveva detto. Era il modo in cui la gloria, un positivo sentimento di sé come dono di Dio, viene a bussare alla porta delle persone che non l’inseguono, una lietezza senza superbia.
C’è vento oggi, e tutto all’orizzonte ondeggia in lontananza: la campagna, gli alberi, la luce stessa, senza che io abbia disturbi agli occhi. Non c’è nulla di preciso e distinto, niente che si riconosca e si faccia avanti, per fortuna (i venticelli sono sempre infidi, fanno volare la maldicenza e i cattivi spiriti). Si può restare ancora un po’ addormentati, o pensosi, senza dover fare niente. Meglio: si può andare con la mente su lei che abbiamo, o meglio ho, incontrato o ritrovato, spesso (avevo scritto sesso) in sogno: il sogno racchiude tutto il bello che c’è stato, e non c’è nient’altro che io ricordi o pensi ora.
Il bordo dell’acqua, mentre mi immergo, ha raggiunto quello degli occhi; ti guardo, mi parli, e nei sandali ho ancora ghiaia. Sento in me un promettente fascio di energia: il presentimento che una cosa bella sta per realizzarsi ravviva l’essere che voglio essere. Sono fiume, sono, mia cara Luz, la maglia che hai indossato, dio, serpente piumato, giorno intero di abbracci e seduzioni, o un impermeabile vecchio ma confortevole se cambia il tempo, un mazzo di fiori, una penna che scrive.
Vengono a trovarmi gli amici, due voci che sento nelle scale.
A volte il giorno comincia con un’inattesa ispirazione, un’intuizione su qualcosa, che indipendentemente dal suo valore è gradevole o esaltante. Può capitare, mentre tolgo le cuticole all’aglio preparando il sugo per la pasta, che pensi al valore intrinseco del pensiero filosofico, a prescindere dalle sue possibili applicazioni. O si presentano considerazioni più ordinarie, almeno a prima vista. Per esempio, oggi penso che a differenza di altri, della maggior parte dei miei conoscenti, io sono stato abituato fin da giovanissimo a cucinare, e a cucinare pasti veri, importanti, complessi, anche se fatti di ingredienti semplici ed economici: carne e farina, ortaggi e verdura; il cotto e il fritto, al fuoco e al forno. Addirittura, so fare alcuni tipi di pasta a mano, e la salsiccia. So fare una preparazione di amarene che le addolcisce e conserva per diversi giorni. E molto altro. Possiedo in materia concetti importanti. I radicali della vita, e qualche piccolo accessorio per la festa, ad esempio dell’Ascensione, come la pasta col latte, tagliolini freschi conditi con cannella e arancia e servita molto fredda, a temperatura di frigorifero. Vi è un qualche rapporto fra l’acquisizione di queste competenze e la liberazione dalle inibizioni e dalla dipendenza? O chiamiamo in causa una fame atavica? Altre volte, mi ritrovo a considerare che certe regole o leggi che ci appaiono troppo severe nascono dal bisogno di adottare strategie di prevenzione di pericoli terribili non solo per il singolo, ma per l’intero gruppo umano altrimenti in balia degli elementi naturali. Penso cioè che le regole trovino la loro più profonda ragione non in una astratta e incomprensibile ragion d’essere, ma in strategie di difesa arcaiche del pensiero collettivo predisposte per la sopravvivenza, che presuppongono un’adesione assoluta. E intanto l’aglio frigge nell’olio che diventa odoroso, ed è una delle poche manifestazioni confortanti del reale, che ricerco appassionatamente.
Nella strada e sulle numerose rampe di scale che si vedono dalle mie finestre sciamano a migliaia gli studenti che vanno a scuola in due istituti vicini. S’alza al cielo qualcosa che appartiene ai ragazzi, al loro modo di vivere, è una luce, un brusio, un’onda di movimento che ha dentro un senso preciso per quanto oscuro. Il paesaggio cittadino qui intorno è scandito da geometrie regolari del presente, disegnate dal susseguirsi dei palazzi lungo le strade e le salite, senza slarghi o piazze alle viste, e senza alberi se non due pini distanziati da un lato della strada, e un pino in piccolo prato con due panchine dall’altro. Il cielo è lontano, silenzioso. In uno slargo fra le case compaiono alcune delle montagne intorno alla città, in cui si alternano boschi e campi di grano dell’eternità.
Ma il fatto vero che mi tiene sospeso e al quale cerco per ora di sfuggire è che non so ancora cosa, o meglio come fare rispetto a Luz, e in giornata – credo di essere anzi già in ritardo – dovrei prendere una decisione e comunicarle qualcosa. Luz è l’ultima mia conoscenza, il mio più recente contatto con una possibile compagna, una donna in salute e forte, simpatica, delicata ma sicura e diretta epperò senza la durezza delle persone sbrigative.
[…]
III
[…]
Da ragazzino, talvolta non giocavo a pallone con gli altri, ma mi sedevo al bordo del campo, che spesso era un cortiletto di sampietrini sotto le finestre delle case, a guardare, preda di un’incomprensibile tristezza, e poi di un distacco, di completo disinteresse rispetto alla situazione. Più grande, vincevo la noia con lunghe passeggiate fuori città, e verso sera, dopo aver indossato una giacca secondo me elegante, mi intrufolavo in qualunque locale dove ci fosse gente che festeggiava qualcosa, con aria vissuta e sicura, fingendo di fingere interesse per una qualunque altra persona potessi incontrare. I tessuti dell’epoca erano tutti consistenti, non si sgualcivano e non si macchiavano, perché anche da giovanissimi si doveva apparire ordinati, a posto con gli abiti, in omaggio al rigido moralismo imperante. La mia giacca era color petrolio, e quando certe sere andavo in un certo cinema, e mi vedevo negli specchi sullo sfondo dei velluti rossi, mi sentivo particolarmente gratificato per l’armonia dei colori miei e ambientali. Provavo una serie di sensazioni intraducibili in parole, un senso di benessere e di compiacimento sensoriale e mentale, ero un piccolo avventuriero internazionale, il che compensava la mia perdurante inguaribile solitudine di adolescente in una piccola città. Nei locali popolari, di solito piccoli e con un prato o un pezzo di nuda terra intorno, che preferivo, andavo senza giacca, e nelle sere di festa con musica e interiora d’agnello alla brace, e bottiglie di birra immerse in secchi di legno fra grandi scaglie di ghiaccio, mi mescolavo subito con altre camicie bianche nella notte, sedevo sui muretti chiacchierando, o fumavo da solo nel buio ascoltando grilli e chitarre. Le ragazze, piccole dee bistrate dalla pelle fosforescente di serpente lunare, scoscendimenti di strass sui vestiti tutti sporgenze e rientranze, e profumo, c’erano solo ai matrimoni, e non si finiva mai di ballare, di parlare, di camminare e fermarsi sotto le stelle appartati, in bolle erotiche magiche disperse qua e là.
«Fefè» «Ma che fai, fumi? Lo vedi, quando ti metti con la sigaretta, tutto impostato, sei solo per conto tuo, non ti interessi di niente. Vieni qua da me invece, che solo stasera sono uscita dopo tanto tempo. Non te ne importa di questo? Dai, vieni!»
Avvicinandosi in silenzio a Isa, Fefé spegne la sigaretta, e l’abbraccia. «Isa…lo sai…Meno ti vedo, più ho bisogno di partire da lontano ogni volta. Non è indifferenza. Isa…Isa…solo con te mi piace stare».
«Non parlare, tienimi stretta. Mi piaci con la giacca e senza, con la sigaretta e senza, se parli o stai zitto. Ma tu parli assai, a dire la verità… è capace che così ci perdiamo il meglio. Hai i capelli da angelo e da impostore… E qui che hai? un cinturone da combattimento…» Fa rapidamente il gesto di sbottonarlo, ridendo, con gli occhi fissi nei suoi.
«Ma dai no, Isa… ci vedono… aspetta, andiamo più lontano…»
«Chi se ne importa se ci vedono. E va bene! Aspettiamo di allontanarci ma un bacio te lo do adesso davanti a tutti. Sei tutto liscio, eh? ti sei fatto la barba, ti sei dato il profumo, tentatore!»
Alfredo è trascinato, perso, felice. Questa è la conquista. Una ragazza che ti prende per mano e ti porta nel buio!
Dopo un bacio appassionato, agitandosi tutta con la sua gonna bianca, e ridendo con emissioni di voce arrochita dalla sua stessa energia, Isa lo conduce correndo nel profondo della campagna.
Sono un paio di pantaloni ora bianchi ora viola nel buio che si muovono stranamente come in un film. Non altro da dire.
La musica mi ha sempre turbato profondamente. Perché mostra qualcosa di irraggiungibile con le sue pause, allude alla comparsa del tempo prima del tempo, apre il sipario sul grande silenzio del principio e della fine e sulla vita che li vince.
La sentivo in lontananza col suo respiro di numeri e colori, ansare e vibrare tutta nei suoni degli strumenti, passione paradossale che non scoppia e aspetta, prima ti prende e poi ti raggiunge palpitando.
Ho letto il romanzo , molto piacevole e scorrevole , immerso nella lettura mi ha riportato a vari tratti del romanzo notti bianche di dostoevskij. Lo consiglio vivamente. Complimenti allo scrittore Pietro Pascarelli.