di Luca Illetterati

 

“È così difficile parlare d’amore” – scriveva Vitaliano Trevisan in Tristissimi giardini. Aggiungendo subito dopo: “con l’amore è come con la batteria: forse lo strumento più facile da suonare male insieme alla chitarra, ma certo molto più fastidioso”.

La sfida di Paolo Sortino in Amanti elementari (Einaudi 2026) è da questo punto di vista davvero radicale. Questo romanzo non si limita a parlare d’amore, ma addirittura ne mette in scena la genesi, narrando una vicenda che trova il suo teatro in quell’epoca di passaggio della storia evolutiva nella quale iniziano a comparire, negli ominidi, le tracce della coscienza.

 

La dimensione liminale in cui si pone il racconto è quella – direbbe Heidegger – in cui l’ambiente dove queste creature sono immerse e da cui non sono di fatto separabili inizia a diventare, per loro, un mondo. Cosa rende diverso l’essere vincolati a un cerchio ambientale rispetto alla condizione di chi invece abita un mondo? Secondo Heidegger, muoversi all’interno di un mondo significa essere in grado di porsi in una relazione con le cose per cui esse non sono più solo stimoli che producono risposte, elementi cioè in grado di innestare comportamenti che hanno di mira la sopravvivenza. Il cerchio ambientale diventa mondo quando, rispetto alla molteplicità di enti che lo costituiscono, si apre la possibilità di uno sguardo diverso, che vede le cose in quanto cose, che percepisce l’altro come davvero un altro e che, conseguentemente, avverte se stesso come un io.

 

Il corso di lezioni nel quale Heidegger, riprendendo le ricerche del biologo estone Jacob von Uexküll, mette a tema la differenza – peraltro assai problematica e controversa – tra il cerchio ambientale dentro cui l’animale sarebbe in un certo modo imbrigliato e il mondo a cui invece solo l’umano sarebbe aperto, si intitola Concetti fondamentali della metafisica e ha come sottotitolo tre parole chiave – mondo, finitezza, solitudine – ad indicare che queste tre dimensioni, che sono proprie solo ed esclusivamente di quella forma di esistenza che è propria dell’umano, sono quelle che segnano la differenza tra una vita animale che viene descritta come povera di mondo, e una vita che è invece in grado di formare il mondo.

 

Proprio le tre parole che costituiscono il sottotitolo del corso heideggeriano sono in certo modo le scoperte che fa il protagonista di questa decisamente perturbante storia d’amore. L’ominide in questione è infatti un disadattato nel senso tecnico del termine: inadeguato nella caccia, impacciato e sgraziato nei movimenti, è giocoforza un elemento malvisto dal branco. Non solo in quanto inefficace rispetto ai ruoli che la gerarchia sociale gli assegna, ma anche perché espone, nella sua goffaggine funzionale, l’intera comunità al pericolo. Per questo – ovvero per il suo malfunzionamento, per il suo essere unfit rispetto alle strutture comportamentali che la storia naturale ha congegnato per garantire la sopravvivenza – viene punito, massacrato e abbandonato. E tuttavia, quasi per errore, verrebbe da dire, sopravvive. La sua vita è però ora una vita diversa rispetto a prima; il suo isolamento rispetto alla vita del branco lo costringe a una dimensione di solitudine del tutto innaturale, gli fa fare esperienza della noia (altro tema a cui Heidegger nel corso citato dedica un’analisi puntuale ritenendola appunto una Grundstimmung – una tonalità emotiva fondamentale – dell’essere nel mondo), lo espone a un senso inedito di vuoto che rende visibili come per la prima volta tutte quelle differenze che prima erano assorbite e unificate dal bisogno. Non solo: all’interno di questo orizzonte fa un’esperienza della morte – la morte di un cucciolo – che lo induce a una forma di ribellione verso quelle ‘leggi verdi’ – le leggi della prima natura – nelle quali era sempre stato avvolto e dalle quali era sempre stato governato. Una presa di distanza che lo rende di fatto un individuo, ovvero un ente caratterizzato da una sua specifica ipseità, la quale è resa possibile proprio dal distacco, dalla scissione, dall’isolamento. Una condizione esistenziale assolutamente inedita che diventa a sua volta la circostanza che lo pone in rapporto alle altre vite e a tutto ciò che lo circonda in un modo radicalmente nuovo e che consente infine all’ominide in transizione che è il protagonista di questa storia di fare esperienza di un sentimento che non si può che descrivere – o che perlomeno così descrive il narratore che in un modo insieme ardito e convincente ritrae dal nostro punto di vista, ovvero dal nostro livello evolutivo, un punto di vista e un livello evolutivo rispetto ai quali non ci sono parole – come amore. Con una lingua stilisticamente raffinata e poetica senza mai risultare stucchevole, una lingua giocoforza anacronistica rispetto al mondo che racconta che tuttavia il lettore, dopo un primo momento di sconcerto e persino di fatica, coglie progressivamente come sempre più adeguata, ciò che viene così racontato è sostanzialmente il passaggio da una dimensione di vita retta dal bisogno a una che ha il suo cardine nel desiderio. Soprattutto se si intendono questi due concetti alla maniera in cui li intendeva Alexandre Kojève nelle sue celeberrime lezioni parigine sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel, dove l’emergere del desiderio – ovvero di qualcosa che non è più, appunto, solo un bisogno che si rivolge all’oggetto consumandolo, ma è qualcosa che implica la necessità da parte del soggetto di essere riconosciuto – diventa il segno dell’antropogenesi, ovvero della nascita dell’umano.

 

Altrettanto, il sentimento che scopre questo animale malfunzionante è una condizione che eccede quella dell’essere bisognoso: il maschio impara la fatica e il piacere dell’attesa, fa i conti con il rifiuto, si dedica a una forma di cura che è del tutto inutile rispetto alla tensione riproduttiva. Questo sentimento è però a sua volta reso possibile dalla trasgressione al bisogno da parte di una femmina che fuori da qualsiasi logica naturale si allontana dal branco, lo raggiunge per stargli accanto, senza però, ancora una volta insensatamente rispetto alle leggi verdi, concedersi e tuttavia, per quanto in una forma ancestrale, riconoscendolo. Si crea così una sorta di spazio di esistenza interstiziale il cui senso non è già dato, in cui colui che ha fatto esperienza della solitudine e ha dunque imparato a vivere fuori dalle leggi del branco riconosce ‘uno stare fuori dalle leggi’ che è al contempo la condizione di possibilità ‘per crearne di nuove’: apprende cioè a forzare l’istinto, a provare piacere in quella forma di sacrificio di sé che è la rottura della catena che connetteva prima in modo lineare e meccanico il bisogno e la sua soddisfazione; diventa insomma capace di sentire la vita e non solo di viverla. E, attraverso ciò, a vedere nell’altro non più solo un mezzo atto alla soddisfazione di un’esigenza naturale, ma un ‘tu’.

 

Come sempre, però, andare contro le leggi per cercare di istituirne di nuove ha un prezzo che chi non comprende e si trova dunque escluso dal senso deve far pagare. Come se la natura non sopportasse questi nuovi vincoli, queste nuove forme di vita. Per cui si viene a creare una natura che è lotta contro la natura. Che è appunto il destino dell’umano: essere una natura che istituisce legami, pratiche, consuetudini che si poingono sempre al di là rispetto alla natura data.

Se come insegnava Platone – e non è un caso che l’ultima pagina del libro di Sortino sia proprio una citazione dalla Repubblica – il mito non è mai solo un ornamento o l’esemplificazione di qualcosa di già consolidato al di fuori di esso, ma narrazione di ciò che altre forme di discorso non riescono e non possono dire, la sfida che questo racconto incarna è mithos nel senso più alto e compiuto.

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