di Francesco Gallina

 

Non romanzo, non poema, non saggio – eppure tutto questo insieme, e oltre: Anni ombra di Alberto Casadei (Polidoro, 2025) è un’opera-telescopio, un’opera-pelle, un’opera-schermo che vibra, riflette, interpella, affermandosi come una delle più radicali e visionarie imprese della letteratura italiana contemporanea. Casadei – critico, filologo e dantista di riconosciuto prestigio internazionale – colloca Anni ombra lungo la linea mobile che unisce versi e commento, narrazione e digressione metatestuale: non sezioni autonome e compartimentate, ma membra interdipendenti di un organismo vivente attraversato da un’“impulsione” autoesegetica. Proprio come nella Vita nova, dove ogni componimento poetico si accompagnava a un autocommento che non ne esauriva il senso, ma lo rilanciava aprendo nuovi spazi di significato, anche nel prosimetro di Casadei la scrittura è sempre tesa a ridefinirsi e ogni frammento si prolunga in un’eco che lo trasfigura, lo moltiplica in un gioco infinito di specchi e rimandi che sembra trovare oggi il suo esito “naturale” nella dimensione del Cloud: un ambiente immateriale, reticolare e post-organico, in cui la soggettività subisce un processo di progressiva dispersione, riducendosi a nodo transitorio all’interno di un ecosistema brulicante di dati e algoritmi che organizzano, filtrano, trasformano. Cloud non solo come infrastruttura tecnologica, ma anche come nuova ontologia: una nube che ci avvolge, un campo in cui ogni informazione, memoria, pensiero è sospeso e disincarnato. Cloud come regno della simultaneità, del flusso, dell’accesso illimitato. Ma anche dell’oblio. In questa nuova cosmologia, la “candida rosa” del Paradiso dantesco si trasfigura nel «Cloud dell’amore supremo» (p. 132): non più struttura ordinata e gerarchica della visione beatifica, ma orizzonte spazio-temporale frattale e stratificato. Nebulizzandosi, il centro diventa nuvola e la verità – se di verità si può ancora parlare – non si irradia più da un punto unico, ma da una costellazione di apparizioni intermittenti. Reinterpretando Aristotele, Averroè concepiva un intelletto unico, eterno e universale a cui ogni essere umano partecipa; nella stessa direzione, Casadei immagina il Cloud quale spazio cognitivo collettivo, intelligenza diffusa in cui ogni pensiero individuale è una particella integrata nel tutto. Anni ombra si nutre dell’equilibrio instabile tra affioramento e sparizione, tra accumulo e perdita, lasciandosi abitare da ciò che il Cloud trattiene e al contempo dissolve. L’autore si fa cartografo di un paesaggio cognitivo inedito, in cui il lettore, continuamente sollecitato e reso personaggio, è chiamato a disorientarsi, o, per meglio dire, riorientarsi, rinormalizzarsi. «Lo spirito del Cloud può consentire un nuovo discorso mitologico sull’intera esistenza degli esseri umani nel presente continuo», scriveva Casadei in Biologia della letteratura (il Saggiatore, 2018). Da “opera mondo” a “opera cloud”, dunque, nel tentativo di intersecare nuclei di senso e non-senso, illuminare epifanie che possono germinare da un ricordo, un brano musicale, una foto rubata al cinema – come il celebre bacio dell’Infanzia di Ivan di Tarkovskij che campeggia a p. 184. Già sperimentata ne La suprema inchiesta, la natura nembosa del progetto si prolunga oltre il libro e trova una sua declinazione transmediale nel video realizzato da Ilaria Mai, disponibile su YouTube.

 

Ne scaturisce un libro che somiglia a una costellazione in espansione, una galassia a geometria variabile fondata sul principio generativo dell’inquietudine (thaumazein): un’indagine inesausta, che nel suo farsi si eleva a «ulteriore verifica» (p. 121). Da un lato Anni ombra documenta il dissolversi delle forme tradizionali della narrazione, dall’altro collauda nuovi percorsi ermeneutici, nuove alleanze fra le dimensioni biologica, cognitiva e virtuale. «Un texte en train de s’écrire», avrebbe detto Sollers. La scrittura, anziché offrire una restituzione rassicurante del reale, si configura come strumento analitico chirurgico. L’opera si confronta con l’indicibile senza assumere un atteggiamento reverente o paralizzante, ma attraversandolo e sondandone strutture, omissioni e vuoti, come avviene in Underworld di Don DeLillo e in Solenoide di Mircea Cărtărescu: non “opere mondo”, ma autentiche “opere cosmo”, architetture narrative a vocazione e non-euclidea, che disarticolano la linearità romanzesca per generare disturbanti sistemi aperti e weird.

 

Corpo-testo rizomatico e pulsante, la forma-progetto di Casadei sovverte l’orizzonte d’attesa del lettore, trasformandolo in personaggio, interlocutore e soggetto attivo-performativo. Ogni elemento della vita-letteratura è riattivato all’interno di un movimento ondulatorio che elabora e reintegra i molteplici piani dell’esperienza, trasformando la scrittura in un organismo dinamico e autoriflessivo. Testi giovanili inediti e testimonianze della fase più matura si innestano in una tensione dialogica con le precedenti tappe del percorso poetico – I flussi vitali (Editing, 2005), Genetica (Aisara, 2008), Le sostanze (Atelier, 2011) – e con le incursioni saggistiche, in particolare la già citata Biologia della letteratura, nonché con l’opera narrativa La suprema inchiesta (il Saggiatore, 2023), che insieme ad Anni ombra costituisce un dittico teorico e concettuale. Non testo, ma ipertesto radicato nella storia biologica dell’autore e dell’intera umanità, proteso verso un orizzonte ancora da scrivere: se «hoc ‹initium› ergo ut esset, creatus est homo, ante quem nullus fuit» (citazione del De civitate Dei di Agostino a p. 183), significa allora che l’uomo nasce per scuotere il mondo e spezzare la trama continua della s/Storia a diverse scale ed n dimensioni, fino a incrinare l’attuale pervasività dell’ordine capitalistico, che colonizza l’inconscio collettivo con la logica tirannica della merce.

 

Oggi quell’uomo – creato per aprire un nuovo inizio – è spodestato: l’autorità di decifrare la complessità del reale, un tempo appannaggio di umanisti e teologi, sembra migrare verso registi e (neuro)scienziati, nuovi architetti di mondi, simulazioni e cervelli. Teorico dei sistemi complessi, Casadei riconfigura pertanto il ruolo dell’umanista, riconsegnandogli i tratti dell’esploratore e dello scienziato nell’epicentro di uno shift epistemologico irreversibile: figura ibrida impegnata nella raccolta di tracce e nell’elaborazione di ipotesi, attraversa orbite immaginali in grado di rilanciare l’intreccio di letteratura, scienza e filosofia con un’intensità finora inespressa. Modellando un’opera che agisce al tempo stesso come dispositivo narrativo, interfaccia cognitiva e vettore poetico-filosofico, Anni ombra tenta di tenere insieme nuclei di senso apparentemente disgiunti, facendoli risuonare secondo un ritmo proprio — simile a un’onda, figura archetipale che attraversa e plasma l’intera struttura del libro, tra addensamento e articolazione multidirezionale dei segni.

 

Un movimento fluido, costruito secondo il principio di yin e yang in cui il bianco e il nero non si oppongono rigidamente, ma scorrono l’uno nell’altro in un intreccio continuo e dinamico: sinuosi, ondivaghi come i confini mobili di una galassia, come le forme ancora indistinte di un feto in gestazione, come la massa enigmatica e pulsante di un buco nero. Il buco nero trova una sua risonanza profonda nel libro nei frequenti richiami al James Webb Space Telescope, il più potente osservatorio spaziale mai costruito, lanciato dalla NASA nel 2021 per spingersi ai confini estremi del visibile e “guardare indietro nel tempo”. Nel testo, il JWST diventa una figura-ponte fra letteratura e scienza, conoscenza e immaginazione: non solo strumento di indagine astronomica, ma anche dispositivo poetico-filosofico che traduce il desiderio umano di penetrare l’invisibile, di penetrare l’oscurità dell’origine. È in questo stesso slancio verso l’invisibile che si innesta il movimento dell’io («io-lui»/«lui-io»): un soggetto che si osserva da fuori, trasformando ogni incontro in uno specchio deformante, in un inseguimento incessante del sé. Questa tensione autoscopica richiama il Notturno di D’Annunzio non solo per la ricorrenza dell’io che si contempla nel proprio sdoppiamento, ma anche per la lezione stilistica: una scrittura franta, punteggiata di vuoti e sospensioni. Una lezione che Pasolini assorbe e restituisce in Petrolio, opera strutturalmente segnata da disarticolazioni genetiche, polarità irrisolte, da uno stile ridotto al grado zero e da una forma aperta, infinitamente espandibile, in cui scrittura e vita si compenetrano e (con)fondono.

 

Anni ombra si offre infine come testo-membrana che scambia impulsi affettivi, percettivi, cognitivi. A nostro avviso, Anni ombra si inserisce nel solco delle riflessioni che, dal concetto di “io-pelle” formulato da Anzieu alla nozione di “schermo” elaborata negli screen studies, indagano le nuove zone di confine tra soggetto e oggetto. L’antropologia degli schermi invita così a ripensare l’oggetto, non più ridotto a medium a funzione univoca – lo schermo inteso esclusivamente come supporto di proiezione – bensì riconosciuto quale spazio relazionale, in cui si articolano pratiche percettive, modelli cognitivi e nuove forme di soggettivazione: un dispositivo ricettivo e riflettente. L’ombra non designa qui soltanto ciò che cela, ma ciò che rivela per assenza, ciò che resta o riemerge sotto forma di eco. In opposizione alla rassicurante linearità del tempo misurabile – gli “anni luce” – Anni ombra esprime una cronotopia carsica in cui il soggetto, sfaldandosi, si ricompone e si ri-crea in configurazioni mobili e transitorie, secondo la logica aperta e rizomatica del prosimetro-zibaldone. Ombra, dunque, intesa non solo come “materia” liminale e poetica, ma anche quale spazio dell’intervallo, dove la scrittura pulsa tra apparizione e scomparsa, tra senso e sospensione.

 

Leopardi si impone fin da subito quale principio guida teorico-formale: dalle «ricordanze-intermittenze» (p. 267) alla forma-zibaldone come spazio fluido di contaminazione in cui, «sedendo e mirando» (con citazione ironica dell’Infinito), il vissuto deflagra nei cristalli liquidi dell’inconscio, da cui si dischiude il “volume” dell’universo cantato da Dante, ora squadernato attraverso lo schermo, divenuto superficie attiva della memoria, in grado di innescare madeleine incandescenti per la biologia memoriale dell’autore. Così riaffiorano le immagini della prima infanzia: l’eterea Nicoletta Orsomando, Braccobaldo, Dirodorlando, Giochi senza frontiere. Fra queste emersioni, una a nostro avviso domina per potenza e nitore: il ricordo di un quasi-affogamento nell’Adriatico dell’infanzia. Un piede che scivola in una buca sotto il pelo dell’acqua, il corpo che sprofonda, il mare che si richiude sopra la testa, il panico, la vertigine ulissica dell’andare giù. Poi, improvvisa, la risalita. Il respiro che ritorna. Le narici che inalano aria nuova. Seguire quel bambino significa attraversare una traiettoria che, pur evitando esplicitamente i codici dell’autobiografia tradizionale, intreccia in modo sottile e persistente storia privata e vicende pubbliche.

 

Dagli anni di piombo a Trump passando per il berlusconismo, dalla sfera intima dei legami e dei lutti alla trasformazione tecnologica dei corpi in interfaccia, fino alle derive geopolitiche più recenti, Anni ombra disegna una mappa frammentaria ma densissima del tempo vissuto. Nessuna conclusione definitiva, nessuna sintesi pacificante: piuttosto un moto ininterrotto, un’onda che ritorna, una forma di ricerca che si alimenta della propria instabilità. Per questo la poesia in prosa finale si chiude con un invito programmatico. «Non puoi quindi che seguitare la piccola onda, la tua modesta inchiesta». Ma quell’“onda” è tutto fuorché modesta: è un’onda gravitazionale, un moto profondo che attraversa lo spazio-tempo. Così la letteratura si configura come un’estensione organica delle facoltà percettive e culturali dell’uomo: ne integra le dimensioni biologiche, ne raccoglie le spinte antropologiche, e le trasfigura in energia visionaria. Chi crede ancora nella letteratura come esperienza estrema di conoscenza non può che seguirla. E seguitare, tendendo a. Incipit vita nova.

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