di Massimo Raffaeli

 

[E’ uscito da poco per Ago Edizioni il romanzo Antoine Bloyé di Paul Nizan (traduzione di Danilo Cainelli). Proponiamo la postfazione di Massimo Raffaeli].

 

 

“La misère, la fatigue et la mort composent le ciel des rues des ouvrieurs”.

P. N., Antoine Bloyé

 

Scritto da un ragazzo di ventotto anni, Antoine Bloyé è costruito al modo classico dei romanzi di formazione ed è, in particolare, un romanzo sul tradimento di un proletario che si propone di diventare un borghese e vi riesce con un altissimo costo in termini di umanità: costui infine si perde nel suo stesso scopo, annientato nelle dinamiche della classe sociale che, per garantire la propria esistenza, ha bisogno prima di integrare e poi di liquidare coloro che ambiscono a farne parte. Il romanzo si incentra sulla vicenda, dolorosissima e infamante, vissuta dal padre di Paul Nizan che ne utilizza la parabola di fuoruscita dalla classe di origine, quindi di ascesa sociale e di rovinosa caduta come nel più canonico conflitto di ideale e reale. E’ già stato rilevato come il romanzo, edito nel 1933 in un frangente capitale della letteratura francese, fra il Voyage au bout de la nuit di Louis-Ferdinand Céline e L’expérience humaine di André Malraux, sia da un lato la più lirica delle orazioni funebri ma dall’altro il primo drammatico bilancio della vita di chi lo ha scritto. Paul Nizan è nato a Tours il 7 febbraio del 1905 in una famiglia della media borghesia circonfusa di valori repubblicani e di doveri moralistici: la madre proviene da un ceto benestante e si è dovuta declassare perché suo marito è letteralmente un parvenu e cioè un ex proletario divenuto via via dirigente delle ferrovie per esclusiva dedizione al lavoro ovvero ai fantasmi classisti del dovere, dell’ambizione, del successo professionale e del riconoscimento sociale. Suo figlio, che nel romanzo scrive in prima persona e ne rintraccia retrospettivamente la parabola, in realtà se ne distacca nella prima adolescenza approdando in uno dei più antichi licei di Parigi, l’“Henri IV” e, di seguito, nella prestigiosa Ecole Normale Supérieure della rue d’Ulm, nel cuore del Quartiere Latino dove incontra, compagno di invenzioni goliardiche e di avventure intellettuali, Jean-Paul Sartre, l’amico di tutta la sua vita breve e bruciante. Ed è probabilmente un fuga sia dal padre sia dalle ipoteche della cultura borghese l’entr’acte del giovane Nizan che accetta per un anno, fra il ’26 e il ’27, un posto di precettore ad Aden, l’esperienza da cui esce un libello anticolonialista, Aden Arabia (’31), scritto nello stile insolente di chi si percepisce erede di Rimbaud e di André Gide. Infatti, di ritorno a Parigi, presto pubblica il non meno efferato I cani da guardia (’32), un pamphlet che si scaglia contro i filosofi accademici e i professori della Sorbona nel cui insipido idealismo e rugiadoso spiritualismo Nizan intravede le ipocrisie e gli alibi dei guardiani ideologici dell’ordine capitalista. Ma risale al ’28 il vero punto di frattura con la famiglia paterna, quando il giovane scrittore, dopo una breve parentesi di insegnamento e nonostante l’immagine da dandy e un temperamento anarchico, sposa l’ebrea Henriette Alphen (1907-1993) detta Rirette, che gli darà due figli, e aderisce al Partito comunista francese dove non avrà mai il rango di dirigente ma piuttosto di redattore dei fogli del partito, a cominciare da “L’Humanité”, come ci informa con dovizia di documenti l’eccellente biografia a firma di Annie Cohen-Solal. Non è un caso, tuttavia, che il romanzo d’esordio esca in contemporanea con la sua traduzione del capolavoro di Theodore Dreiser, An american tragedy (’25), nero diagramma di una ascesa sociale culminata nell’orrore.

 

Antoine Bloyé muove dal momento cruciale e catastrofico che ordisce la vita di suo padre coinvolto nel 1917, in piena guerra mondiale, in un caso di corruzione relativo ad una fornitura di obici. Qui le due ante di ascesa e discesa del Bildungsroman si incontrano e si oppongono nell’apice esatto del successo sociale, pari alla dialettica del tradimento della classe di origine cui corrisponde, di riflesso, l’esito del declassamento terminale. La vita di Bloyé è insomma raccontata dalla fine e perciò il romanzo comincia dalle esequie del dirigente ferroviario celebrate in uno stanco rito borghese, con l’ambiguo sentimento che pervade il figlio sopravvissuto in cui si mescolano il dolore, l’imbarazzo e una rabbia inespressa. Il vecchio dirigente è morto imprigionato nel suo “io”, nell’angustia del provincialismo piccolo-borghese che a lungo lo ha allettato, irretito (per un poco più di soldi, di buon nome, di pubblico sussiego) poi di colpo lo ha stroncato e sconciato in effigie abbandonandolo alla generale maldicenza e alla solitudine della sua umiliazione. Per stolta ambizione, lasciando la vita proletaria per quella borghese, Bloyé si è privato in via definitiva della possibilità di dire “noi” e cioè di spartire la laica eucarestia della solidarietà, ad ogni livello. Bloyé è dunque un traditore e la sua ascesa non può che divenire, per immediato contrappasso, una caduta esistenziale il cui annuncio è mortifero: “L’accettazione ha il valore della morte”. Reciso ogni legame di classe, espulso come disonesto e corrotto dalla élite cui tanto aveva ambito, ritornato sotto il cielo di miseria e fatica che sovrasta le vie di coloro che lavorano nei bassifondi, egli è solo oramai davanti alla morte perché il sogno borghese è abortito, fatalmente, in un incubo. Nel momento in cui decide di scriverne la biografia, suo figlio ambisce a compierne il percorso opposto e complementare: è in effetti un borghese che deliberatamente tradisce la sua origine ma stavolta per raggiungere il proletariato e passare d’acchito dalle angustie dell’“io” alla pienezza del “noi”. Il romanzo di Nizan, che più d’uno a suo tempo ha equivocato portandolo ad esempio di neo-naturalismo o persino di realismo socialista alla sovietica, mostra obiettivamente la parabola del padre e il riflesso reale e virtuale nella vita del figlio. La sua pagina non commenta ma vibra, semmai, in uno stile scarno e tagliente che è lo stile della collera e però una collera di violenta purezza come vorrà definirla, in un celebre ritratto dell’amico, Jean-Paul Sartre consegnandone, a vent’anni dalla morte, l’immagine postuma ai ragazzi degli anni Sessanta e, potenzialmente, ai giovani contestatori che nel ’68 saliranno sulle barricate del Quartiere Latino pervasi, pure nell’invenzione ludica, da una collera gemella. Tale è l’estremismo di Nizan, ha notato Piergiorgio Bellocchio, che mette a nudo “atteggiamento morale d’obbligo e cifra stilistica fissata una volta per sempre” anche se “costantemente a rischio di cadere nel settarismo e nel gergo”. E’ lo stile, soggiunse Rossana Rossanda, che potrebbe anche essere del fratello di sinistra di Céline, uno stile, qui sia detto per inciso, commemorato dalla versione Danilo Cainelli che resiste, e anzi si arricchisce con gli anni di una patina elegante, a oltre mezzo secolo dalla prima uscita.

 

Accolto nel complesso positivamente Antoine Bloyé da pubblico e critica, rimangono a Nizan appena sette anni di una vita convulsa. Scriverà altri due romanzi, l’uno Il Cavallo di Troia (’35) che del primo è un sequel ma in tono minore e in qualche modo ideologicamente edificante, l’altro invece, La cospirazione (’38), un romanzo di iniziazione politica che specie negli anni dell’antagonismo diffuso, fra i Sessanta e i Settanta, avrà anche in Italia una certa fortuna. Peraltro il tratto estremo dell’esistenza di Nizan è tutto quanto devoluto all’impegno politico tra l’AEAR (l’organizzazione internazionale degli scrittori antifascisti che ha il suo grande e più drammatico convegno a Parigi, nel ’35), i lavori da inviato speciale soprattutto a “Ce soir” per cui segue ad esempio la Guerra di Spagna con Robert Capa e Gerda Taro, riportando a Parigi la salma di quest’ultima tumulata al Père-Lachaise con immenso concorso di popolo) e la Conferenza di Monaco cui dedica un piccolo libro, Cronaca di settembre (’39), nei cui foschi presagi si contiene il suo testamento politico, con la fosca previsione sia del Valhalla hitleriano sia, tacitamente, delle sinistre ambiguità di Stalin. Tant’è che appena mobilitato e in divisa da ufficiale, alla notizia del Patto tra Molotov e Ribbentrop che disarma i comunisti francesi e ne sterilizza l’opposizione al Maresciallo Pétain, decide di dimettersi dal Pcf e da ogni altro incarico di partito. Lì inizia un ventennio di diffamazione a suo carico, fomentata dai vertici, che trasforma lo scrittore in traditore, in una spia o anzi in un maniaco della delazione ossessionato dal tema del tradimento come dimostrerebbero, agli occhi dei detrattori, i protagonisti medesimi dei suoi romanzi. Ma Nizan, colpito da una pallottola vagante, muore a soli trentacinque anni nella rotta di Dunkerque il 23 maggio del ’40 e i suoi resti giacciono nella necropoli militare della Targette a Neuville-Saint-Vaast, fra altre dodicimila sepolture. D’altronde non gli sarebbero piaciute esequie come quelle di suo padre descritte nell’incipit di Antoine Bloyé perché tutto aveva conosciuto nella sua vita troppo breve, Paul Nizan, meno che la conciliazione con l’ordine esistente e infatti Sartre, nel ritratto scritto a futura memoria, così lo avrebbe definito una volta per sempre: “Questa vita si spiega attraverso la sua intransigenza: si fece rivoluzionario per rivolta e, quando la rivoluzione dovette cedere il passo alla guerra, ritrovò la sua violenta giovinezza e finì da ribelle”.

 

[Un’esaustiva biografia dello scrittore è a firma di Annie Cohen-Solal, Paul Nizan, communiste impossible (Bernard Grasset, Paris 1980) scritta in collaborazione con Henriette Nizan autrice a sua volta di Libres mémoires (avec Marie-José Lambert, Robert Laffont, Paris 1989). Per l’inquadramento storico utile è comunque la monografia di Pascal Ory, Nizan. Destin d’un révolté 1905-1940 (Editions Ramsay, Paris 1980). In Francia l’edizione corrente del romanzo d’esordio è Paul Nizan, Antoine Bloyé (préface de Anne Mathieu, Bernard Grasset, Paris 2005).

 

Le opere di Nizan in italiano, di cui si citano qui le prime edizioni, sono rubricabili in tre ambiti. Romanzi: Antoine Bloyé (traduzione di Danilo Cainelli, Bertani editore, Verona 1972), Il cavallo di Troia (traduzione di Danilo Cainelli, ivi 1973), La cospirazione (traduzione di Daria Menicanti, Mondadori, Milano 1961); libelli: Aden Arabia (prefazione di Jean-Paul Sartre, traduzione di Daria Menicanti, ivi 1961), I cani da guardia (prefazione di Rossana Rossanda, traduzione di Sergio De La Pierre, La Nuova Italia, Firenze 1970); scritti di politica e di critica letteraria: Intellettuale comunista 1926-1940. Articoli e corrispondenza inedita (presentazione di Jean-Jacques Brochier, traduzione di Sandra Pescarolo, La Nuova Italia, Firenze 1974), Letteratura e politica. Saggi per una nuova cultura (a cura di Susan Suleiman, traduzione di Bruna Raggi Mouque, Bertani editore, Verona 1973) e Cronaca di settembre (prefazione di Oliver Todd, traduzione di Maria Jatosti Memmo, Editori Riuniti, Roma 1981). A parte si colloca un fascicolo antologico di divulgazione, ad uso dei militanti del Pcf, I materialisti dell’antichità. Democrito, Epicuro, Lucrezio (a cura di Alberto Toniolo, traduzione di Plinio Moderato, Bertani editore, Verona 1972), riproposto di recente a cura di Leda Luigia Rovati (traduzione di Marco Ricci, Eutimia, Napoli 2022).

 

Nella bibliografia critica in italiano si segnalano la pionieristica monografia di Franco Fé, Paul Nizan un intellettuale comunista, Savelli, Roma 1973, il saggio di Junio Valerio Maggiani, Honni soit qui mal y pense (“Ricerche storiche”, n. 78, Reggio Emilia 1995) e il profilo di Neil Novello, Il figlio della terra. Un’idea di Paul Nizan (in AA. VV., AA.VV., Eversori e martiri-Attraverso Artaud, Conrad, Genet, Nizan, a cura di Neil Novello, Pendragon, Bologna 2003). Vanno inoltre menzionate le pagine di Maurizio Flores D’Arcais, Doppia cittadinanza (il lavoro editoriale, Ancona 1985), il ritratto che ne fornisce Piergiorgio Bellocchio introducendo una riproposta de La cospirazione (Baldini & Castoldi, Milano 1997) e il ricordo di Goffredo Fofi, Paul Nizan è stato uno scrittore impegnato, talentuoso e refrattario ai compromessi nella rivista “Lucy. Sulla cultura” (18/10/2024).]

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