di Andrea Gibellini
E’ evocativo il titolo di questo libro Appunti per Echo Lake di Michael Palmer, uscito per l’editore North Point Press (Berkeley, California) nel 1981 con il titolo Notes for Echo Lakes, dunque nel mezzo del cammino della storia poetica di Palmer. L’edizione italiana del libro (Ibis, collana Finis Terrae, Le Meteore, diretta da Domenico Brancale e Anna Ruchat; segnaliamo altri titoli sempre di poesia meritevoli di attenzione di autori come Claude Royet-Journoud, William Carlos Williams, Stefan Hyner, Danilo Kiš) è nella versione di Lorenzo Mari; che è poeta a sua volta, in sintonia con lo stile poetico di Palmer e con una certa idea della poesia che Palmer ha. Una poesia, quella del poeta americano, che possiamo già definire di area sperimentale sul linguaggio e non priva, anzi, di energici influssi proiettati dalla sua tradizione di poesia americana.
Questa compresenza di un dato esecutivo sperimentale la possiamo chiamare poesia di ricerca (ma una poesia vera nel suo antefatto estetico è sempre una poesia di ricerca), dove si compenetrano armonie e disarmonie, versi più propriamente lirici (di quando in quando) con frasi trascritte come oggettive sentenze di una esistenza ordinaria, il tutto trasfuso da una sensibilità poetica attiva nella sua percezione a un mondo poetico ascoltato nei suoi immediati dintorni (poeti amici, compagni di viaggio come Robert Duncan, Jack Spicer, Robert Hass, Charles Bernstein sono nomi ritornanti con una certa frequenza nell’esperienza di scrittura di Palmer) e, nel più lungo tempo, nella conoscenza di una tradizione poetica che ha le sue radici profonde quanto espanse nella poesia-poema di Walt Whitman.
Il filo mentale come stilistico celebra questa tensione, raggiunge il suo apice con strappi, ribellioni (si sente una certa insofferenza per la presenza della poesia come oggetto terminato e soddisfatto di sé), in un’idea della poesia che non vive di ragioni predefinite, ma di una scrittura come linguaggio che si fa, di una lingua che tocca prima di tutto la lingua prima di accedere a un universo circostante delle cose. (L’accesso a una soglia di senso, per ristabilire un pensiero di Jean-Luc Nancy, avviene poeticamente, è ciò che definisce la poesia, «essa non ha luogo senza che tale accesso abbia luogo»). Una lingua poetica quella di Palmer del pensiero interiore prima che di un fenomeno da descrivere; con una volontà da parte dello scrivente di accedere a stratificazioni per gradi gradi come geologici del pensiero verso una personalità sempre più definita del suo essere poeta.
La stessa natura della poesia di Palmer è anfibia, tra frase e concetto di prosa non del tutto definito nel racconto ma in una ipotesi di racconto quasi intimo, mai del tutto rivelato. Se si dovesse fare un raffronto con un poeta italiano forse l’unico assimilabile a Palmer può essere il nostro Antonio Porta, per delle qualità similari di rapporto con il mondo fattuale di contrasto, di sensibiltà verso gli oggetti e le sue trasformazioni attinenti allo stile come forma in progress e costruzione del significato.
La centralità del soggetto nella poesia di Palmer viene ridimensionato, nell’esigenza della scrittura viene come spezzato per predisporre il linguaggio (il language poetry è il serbatoio formale, il tracciato poetico di Palmer) verso una zona di apertura mentale e linguistica. La caduta del soggetto comunica una situazione esistenziale predispone la lingua a una più ampia dissoluzione dello scrivente per farsi scrittura attiva, una cosa tra il mondo delle cose. Nel repertorio delle riflessioni, frasi-riflessioni: «He would live against sentences» «Lui viveva di contro alle frasi», di Palmer non compaiano oggetti realmente definiti, quando ci sono sono come sfocati, in attesa, sulla soglia appunto, il movimento della poesia (della scrittura verso la poesia) come energia, in una sorta di eccitamento (di impulso cognitivo) per portare il lettore a pensare come filosoficamente la poesia (viene in mente l’arte concettuale di Joseph Kosuth, e il grafismo pigmentato sensuale, istintivo di Twombly), per nutrirsi di immagini con altre immagini per andare sempre più oltre verso un prossimo infinito.
La poesia come oggetto si sostanzia in una reale caratteristica di forma d’arte la poesia stessa, una (compiuta) tradizione di stile viene intenzionalmente estromessa, il poema è spezzato come una poesia irragiungibile. C’è un modo per scrivere sapendo però che non si può mai raggiungere la finitudine del poema scritto nel suo aspetto più assoluto ― ripensiamo di nuovo alle Leaves of Grass di Whitman e al Preludio postumo di Wordsworth. Perché stando sempre dentro a questo tema di un certo fascino Appunti per Echo Lake avrebbe dovuto essere nei fatti tutta una germinazione di cose non di poco conto di vita reale, di vita introspettiva. Dalla situazione in atto del luogo (essere a Echo Lake) a nel dare come contributo nella propria scrittura a una certa ecletticità di motivi stilistici e come di stili musicali diversi: dall’appunto lirico alla frase ordinaria declinata come una sentenza, a un effetto prosa contaminanti a livello sensoriale.
Ma è questa tensione mentale, è questa sorta di empatia che il poeta vuole donare, l’accesso al luogo della poesia, la vera scommessa di chi vuole fare poesia come Palmer ma anche più in generale. Uscire da un se stesso, da un narcisismo poetico nella direzione di un qualcosa di utopico, di indefinito, ma come di estremamente disarmante, per una poesia senza griglie sociali e per una poesia universale. Questa è l’utopia di fondo e la sua costante meditazione.
Si è parlato a proposito di queste Notes come di una sottile rimembranza di una poetica ne plain air alla Thoreau. Ma del filosofo naturalista dentro al libro ci vediamo poco. Se c’è qualcosa è un contesto solipsistico e di individualismo estremo che un eventuale lettore si deve ricostruire nella sua mente. Il luogo, la casetta, il lago e la capacità di osservazione. Ma qui l’osservazione è diluita in un accumulo e sedimento di sequenze di frasi, di immagini psichiche del luogo a contatto dove si è. Non siamo lontani (nel suo pregio e nei suoi limiti come desideri non totalmente realizzati) da una idea i poesia come arte concettuale, un poco vitalistica nella sua dinamica performativa (Palmer ha lavorato sia sulla danza contemporanea con Margaret Jenkins e la sua Dance Company che in contesti legati alle arti visive e alla composizione musicale). Il nodo cruciale è come la poesia nella sua autonomia creatrice possa alimentarsi di un’arte astratta e di essere lei stessa a sua volta poesia irradiante di significato.
Il poeta si chiede quasi in uno stato di ipnotico isolamento: «What do the letters mean», «Che cos’è che significano le lettere». Oppure: «Le cose cercano di rappresentare le cose. Sto arrivando all’età in cui sono», «Things try to stand for other things. I’m coming to the I am». E ancora la natura richiamata indirettamente con una certa suggestione: «Io mi devo ricordare di menzionare gli alberi//Io mi devo ricordare di inventare gli alberi», «I must remember to mention the trees// I must remember to invent the trees».
Mostrando questi strappi dal tessuto complesso delle Notes si può osservare come Palmer lavori sulla poesia non come un antilirico per sua natura ma come scelga di essere, nei vari strati del suo potenziale poetico, di presentarsi in questo caso come un lirico analitico (che ha assimilato la filosofia di Wittgenstein) e che ha nel frattempo letto la poesia in oggetto di George Oppen (un imagismo rarefatto alla Pound e prima dei Cantos) e la poesia di Wallace Stevens ultima stagione non barocco ma come sintetico, destrutturato. (L’estensione a fisarmonica della poesia di Palmer apre come si vede molti ventagli interpretativi da qui deriva pure l’utilità di questo libro. Anzi si presta molto come sonda calata nel novecento poetico americano fino, per contaminazione, al nostro europeo per capire, per quanto si può, quanto è accaduto qui da noi con il solito ritardo).
Palmer come retaggio artistico intenzionale pare un Duchamp che è nell’opera (qui nelle Notes) ma che nega l’esistenza dell’opera, e che attraverso la propria sensorialità mentale attraverso le frasi della poesia riesce a comunicarne l’esistenza. Il paesaggio della poesia, la sua connessione intima con la realtà è pensato ma quasi mai toccato. Wallace Stevens e la sua grazia metafisica nel vedere le cose non sono, è un suo evidente maestro, per Palmer garanzia della riuscita di un atto poetico. Il tema fin qui svolto su questo libro di Michael Palmer in modo innegabile porta con sé un certo carico di fascino, indubbiamente, dove la poesia di dilata amplificandosi verso sconfinamenti psichici non previsti. E dunque dentro al nucleo centrale di questa poesia (se ne avvertono le risonanze) avviene come uno scontro-contatto tra uno stream psichico (l’impulso di Joyce non è lontano) con impronta surreale e una modalità di composizione invece dettata (descritta, tracciata, disegnata) da una estetica predisposta a una certa maniera dello scrivere poesia.
C’è nella sua sostanza in questa poesia come un tessuto linguistico libero del poter dire, la mente nella sua percezione dice vede e ascolta, e una sintesi come all’estremo, alla deriva, di residui, di rimanenze, monconi di un sapere fatto in oggetto con la poesia di un modernismo diretto di Ezra Pound, per giungere infine alla poesia che accede al poema un poco misticamente svincolata da legami metrici e ideologici del vero erede di Pound Robert Duncan ― che è il punto riferimento, insieme al verso proiettivo di Charles Olson, di Michael Palmer. Siamo dopo post alle avanguardie ma come dentro alla storia delle avanguardie poetiche, al loro liquido amniotico..
Duncan infatti ritorna dentro alle Notes in dialogo su Jack Spicer, Orfeo e cantore intellettuale della baia di San Francisco. Si può inoltre aggiungere non proprio a margine che tutti questi poeti del Renaissance americano sono tutt’altro che autodidatti, anzi molti di loro sono stati insegnanti in qualche university americana. (Nella Nuova poesia americana di San Francisco curata Luigi Ballerini e Paul Vangelisti e uscita nel 2006 per Mondadori bene si spiegano tutte queste cose, antologia molto utile dove sono presenti anche le poesie Palmer). Il libro di Palmer con il suo virtuosismo incombente e il suo radicale eclettismo, insomma, cade adesso qui come un meteorite da una lontana galassia sopravvisuta; ci fa sentire l’esistenza di un mondo pressoché scomparso che sopravvive come atto di devozione nei versi della giovane Jenny Xie (insegna non a caso creative writing al Bard College).
La poesia di Palmer è un dialogo continuo con i suoi precursori poetici. Tutto si rammemora e si ripresenta in poesia. Ritorna come un fantasma, per esempio, in queste frasi-verso la filosofia dell’impersonalità in poesia di un Eliot desolato oppure il suo esatto contrario di ciò che è la poesia confessionale di Robert Lowell; ma tuttavia se ne sente lo spiffero creativo, proprio la sua eco, non legati direttamente a uno studio dal vero, per cogliere lo svolgimento di una poesia che fondi la totalità di un poema e la sua vitale ambizione.