di Giacomo Corsi

 

 Caso per caso. Una storia sociale delle discriminazioni razziali (1938-1943), di Enrica Asquer, docente all’Università di Genova, è un’opera di microstoria, che seguendo lo spirito e la lezione di Carlo Ginzburg, mette a fuoco il proprio argomento di analisi definendolo da un lato per il suo valore assoluto e dall’altro come tessera rivelatrice di un macrocosmo coevo. L’oggetto di indagine è costituito da un campione selezionato di pratiche di “discriminazione” avviate da ebrei residenti a Milano all’indomani della promulgazione delle leggi antisemite nel novembre 1938. Nel caso la loro domanda fosse stata accolta, gli “istanti” avrebbero potuto continuare a svolgere alcuni mestieri, ormai vietati ai non-ariani, e a possedere titoli di proprietà secondo un valore superiore alla quota patrimoniale stabilita per gli ebrei dal regime mussoliniano.

 

Piuttosto che nella sua accezione negativa, prevalente già all’epoca, attraverso l’introduzione della categoria, in senso tecnico, dei discriminati il legislatore fascista intendeva millantare un’assenza in tema razziale di radicalismo e fanatismo, una ragionevolezza di fondo nel suo agire. Se la lettera della legge prevedeva alcune situazioni preferenziali per concedere la discriminazione, a cominciare dal possesso di particolari attestati al valore per atti di coraggio compiuti nei conflitti in cui l’Italia aveva preso parte o dall’iscrizione al Partito Nazionale Fascista fin dall’epoca della crisi Matteotti, un margine di ambiguità veniva lasciato, tale almeno da consentire, a chiunque sentisse di averne i requisiti, di presentare e argomentare il proprio singolo caso. Di qui il titolo dello studio di Asquer, Caso per Caso, preso dalla ratio esplicitamente formulata dagli uomini del regime per definire la procedura con cui l’”ebreo in oggetto”, per citare un altro studio ormai classico di Fabio Levi, sarebbe stato esaminato e avrebbe potuto eventualmente sottrarsi alle conseguenze più nefaste delle nuove leggi. Il processo, da condurre con acribia al fine di impedire ogni forma di sanatoria occulta, prevedeva la presentazione della richiesta di discriminazione, che corrispondeva a un minuzioso memoriale dell’istante con allegati documenti e dichiarazioni giurate che ne comprovassero la fondatezza, seguita da una istruttoria a due livelli da parte della prefettura locale e della Direzione Generale per la Demografia e la Razza (o Demorazza) presso il Ministero degli Interni.

 

Gli istanti che reclamavano per sé e i propri cari la discriminazione costituivano un problema prevedibile e previsto per le autorità tenute a determinare la sussistenza di quella prova ulteriore di lealtà e dedizione alla patria italiana e fascista richiesta ai cittadini israeliti, liquidati collettivamente a priori come sospetti. Di conseguenza, le richieste di discriminazione erano prima di tutto uno stare al gioco da parte degli ebrei confinati ai margini della vita sociale. Rappresentavano l’accettazione che con un diktat governativo cittadinanza, e diritti fondamentali che ne conseguono, possano essere alienati e soppressi. Ad esempio, Asquer nota che frequentemente nelle istanze di discriminazione la pratica fosse definita come un “ricorso” per suggerire che la pratica in questione non fosse altro che il frutto di un disguido burocratico rettificabile al più presto. Tutto questo nonostante in realtà i tempi per una risposta ufficiale, anche nei casi in cui la domanda era accolta, fossero spesso lunghi e una buona parte delle richieste di discriminazione sia rimasta poi inevasa fino alla svolta drammatica degli eventi dopo l’Otto Settembre. Inoltre, come suggerito dall’autrice, gli istanti si trovarono quasi naturalmente costretti a recuperare modi, anche linguistici, di tutela della propria condizione, solitamente associati alle suppliche inoltrate ai sovrani di uno stato assoluto.

 

Le pratiche argomentative che furono elaborate per sottrarsi agli effetti della segregazione da chi, fino all’introduzione delle leggi antisemite, era stato cittadino a tutti gli effetti del Regno d’Italia emergono dunque come il tema fondamentale dello studio di Asquer, tanto più che la storica, circoscrivendo il campo di ricerca a Milano, sottolinea le condizioni specifiche della comunità israelita della città, sprovvista di un radicamento secolare nel tessuto urbano e piuttosto il risultato, dovuto alla nuova centralità economica assunta dal capoluogo lombardo con l’unificazione della penisola, dell’assorbimento di nuclei ebraici provenienti dall’Italia centro-settentrionale oltreché da altri paesi europei. In questo senso, più ancora che in altri contesti, gli ebrei milanesi riconducevano una parte preminente della loro identità al processo di costruzione e affermazione dello stato unitario, al loro essere cittadini italiani. In questo modo, nel corso dello studio, diverse linee di indagine che di volta in volta prendono in considerazione origine famigliare, genere, collocazione politica, si intrecciano senza dipanarsi, e, contro la logica disaggregante dell’antisemitismo fascista, nessun caso fa caso a sé.

 

Per cominciare, viene delineata una distinzione generazionale, con gli istanti nati negli anni ’80 dell’Ottocento, da un lato, e quelli la cui intera vita adulta o quasi si era svolta sotto il Fascismo, dall’altro. Se i primi tendevano a rappresentare la propria famiglia come un modello di adesione alla patria risorgimentale, i secondi si dimostrarono più inclini a insistere su un vissuto individuale tipico dell’italiano nuovo che col suo fervore e spirito di iniziativa fin dal primo conflitto mondiale aveva saputo distinguersi, o, per così dire, discriminarsi da sé, all’interno della massa. Asquer dunque non ignora, al contrario, temi delicati come i legami tra componenti della comunità israelita e fascismo. Per chi aveva aderito fin dai primordi ai fasci di combattimento, si fa riferimento a una doppia delusione e tradimento delle aspettative riposte e, allo stesso modo, può sembrare paradossale solo a posteriori come i promotori di una corrente sionista in seno alla comunità milanese non avessero individuato fin da subito un contrasto irriducibile tra l’ideologia totalitaria mussoliniana e l’aspirazione a rifondare una patria degli ebrei in Palestina. Una vicenda famigliare in particolare attira l’attenzione della storica o almeno viene presa a paradigma, un caso nel vero senso del termine, della questione della discriminazione come vulnus esistenziale subito anche da ebrei fino a quel momento non politicizzati. È il dramma di Emanuele Segre, che, pur non potendo vantare benemerenze per il suo servizio in guerra o alcuna forma di legame di legame con il partito fascista, presenta tempestivamente la propria pratica di discriminazione, nella speranza che la sua attività, prima presso la ditta di aviazione Caproni, il cui titolare esalta la fermezza dimostrata da Segre contro le agitazioni operaie durante il biennio rosso, e poi nell’industria chimica, lo metta nelle buone grazie del regime. Al termine di una lunga trafila, nel giugno 1941, l’istanza viene prevedibilmente respinta. Solo pochi giorni più tardi Emanuele è colpito a morte da un ictus cerebrale e lascia dietro di sé una famiglia che è segnata a un tempo dalla necessità di fare fronte al lutto e si trova inerme contro la legislazione antisemita. La moglie, l’irlandese di nascita Kathleen Keegan, insieme a due giovani figli fu costretta prima a trasferirsi in una casa in affitto, poi a lavorare in nero come traduttrice e infine, nell’ottobre ’43, a scappare fortunosamente da Milano per rifugiarsi ad Ascoli Piceno. Solo molti decenni più tardi, quando lo studio era in preparazione, il figlio Bruno Segre, che non aveva mai saputo che il padre avesse tentato la strada della discriminazione, viene messo a conoscenza dei fatti da Asquer e può intuire la causa della morte improvvisa di Emanuele.

 

L’asse di analisi di Caso per caso non si limita all’identità politica degli aspiranti alla discriminazione. Può apparire ovvio ad esempio che le donne siano solo una ridotta minoranza degli istanti, sia per una ancora marcata condizione di arretramento sociale ma anche per la natura stessa della procedura che esigeva uno sforzo per caratterizzare in senso attivistico e pubblico la biografia del singolo. Asquer individua però nella natura della istanza, per il suo slittamento a un linguaggio e a una mentalità arcaica, di supplica o petizione, un elemento che in alcune circostanze fu adoperato con astuzia da soggetti femminili, proprio mentre o perché dall’alto venivano ridefiniti paternalisticamente come fragili e bisognosi. Sempre secondo i dettami ufficiali, un’altra questione in teoria meno controversa era rappresentata dagli ebrei stranieri naturalizzati italiani dopo il 1918, considerati come una categoria da guardare con assoluto sospetto. In questo caso, la vicenda di Osip Blinderman, esule dalla Russia sovietica e, grazie alle sue doti letterarie e teatrali, capace di creare una rete di simpatie e relazioni nell’Italia fascista che si estende fino a Galeazzo Ciano, diventa un’occasione per riflettere sull’illusione, nei grandi esodi che hanno fatto seguito alla Prima Guerra Mondiale e non solo, che la cittadinanza della nuova patria d’adozione, infine ottenuta, possa sempre costituire un sicuro porto d’approdo.

 

Sia che segua le orme di quegli ebrei che avevano genuinamente creduto alla causa fascista e che si trovarono sbigottiti e increduli all’indomani della svolta antisemita del regime, o che consideri altri tipi di istanti, donne, stranieri naturalizzati, impolitici, Asquer mantiene lungo tutto lo studio uno sguardo partecipe e di comprensione per il travaglio di chi non se la sentì di rinunciare a percorrere la via della discriminazione. La storica non manca anzi di rilevare le ramificazioni per l’oggi che la questione dei discriminati può evocare, a partire dal dibattito irrisolto sui criteri che in uno stato moderno dovrebbero qualificare la cittadinanza e più in generale su che cosa significhi forzare il singolo individuo a definire la sua identità e giustificare le sue appartenenze. Se gli incartamenti esaminati non permettono di tracciare un ideale eroico di testimonianza, costituiscono, con le loro argomentazioni, una resistenza e una forma di attrito, individuale o al più famigliare, che corrodeva dall’interno la retorica totalitaria ufficiale. Le istanze di discriminazione possono dunque essere interpretate e in parte furono lo strumento dei soccombenti contro una logica razzista ormai imperante. Nello stesso spirito, per frenare il clima di montante antisemitismo, erano state immaginate e messe in atto altre forme di reazione, questa volta più collettive. L’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane mise addirittura in cantiere, nell’agosto del 1938, una pubblicazione “sull’apporto degli Ebrei alla Grande Guerra e alla Rivoluzione Fascista” e aveva sollecitato per questo il contributo di tutti i suoi aderenti. Asquer nel riesaminare brevemente l’iniziativa e nel legarla alla questione degli istanti milanesi, cita le parole del rabbino di Verona che informato del progetto prometteva una pronta collaborazione pur manifestando tutto il suo pessimismo: “Contro la malafede non si lotta”. Una morale amara per discriminati e no.

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