di Filippo Tuena
Seguo i libri di Dyer dalla metà degli anni ’90, quando Instar Libri cominciò a tradurli: Natura morta con custodia di sax, In cerca, Brixton Pop, Paris Trance e da allora non l’ho più abbandonato. Da diversi anni è pubblicato in Italia dal mio editore e questo m’inorgoglisce e me lo rende più vicino. Ormai fa parte, con John Berger e Iain Sinclair di quelli che considero i cantori della Britannia Felix contemporanea. Della ventina di testi che ha prodotto in una sorta di dissennata grafomania in questi trent’anni, ne ho mancati solo un paio e solo un paio m’hanno deluso. Provai anche a tradurne e pubblicarne uno, Somme, senza esito, e fu un peccato perché è un bel libro che ancora aspetta una traduzione italiana. Del resto è difficile che scrivendo di quel che ci appassiona, si commettano sbagli, e Geoff scrive di questo. La passione è trasmissibile; anzi, è una delle poche cose che si trasmette in letteratura. Dyer è uno dei narratori che potremmo definire ‘gioiosi’. Nella massima parte dei casi trasmette allegria, raramente disinteresse, salvo i casi in cui eccede in una sorta di auto-ironia che può assomigliare ad auto-erotismo letterario. A quel punto il lettore è autorizzato a sorvolare i paragrafi incriminati e passare ad altro. Non nego di farlo anch’io.
Tornando a ‘Compiti a casa’ (Il Saggiatore, trad. it. di Katia Bagnoli) si farà subito bene a dire che si tratta di un libro totalmente autobiografico, ambientato in una cittadina dell’Inghilterra centrale, Cheltenham, dove lo scrittore è nato e vissuto per i suoi primi vent’anni. Nel libro l’ambientazione è un po’ da working-class, alla Ken Loach, per intenderci, e ci sfugge l’anima elegante di Cheltenham, località curativa da quando nel XVIII secolo vi si scoprirono fonti termali e che la trasformò in luogo di villeggiatura elegante, con l’architettura del caso: ville per nobili, Promenade per malati, luoghi ameni dove soggiornare.
I Dyer hanno abitato due case, leggermente in periferia, in costruzioni a schiera, con bowindow, rimesse, locali per gli attrezzi, cucine abitabili, bagni unici da dividere coi tre componenti della famiglia e, dimenticavo, giardinetti sul retro.
Il libro è diviso in tre parti; la prima dedicata alla prima casa; le altre due all’ultima. Parimenti, la prima parte è relativa agli avvenimenti che accaddero negli anni in cui Geoff frequenta il corrispettivo delle nostre scuole elementari; la seconda quelli del liceo; la terza racconta quel che accadde nella casa dopo che Dyer smise di abitarci lasciando i genitori per andare a studiare a Oxford.
I primi anni sono quelli che l’autore rivive con maggior leggerezza. Sono gli anni della scoperta dei giochi, dei giocattoli che sono molto simili a quelli che possedevano i maschi che sono nati negli anni ’50 o giù di lì. Dunque, li ricordo perfettamente perché appartengono al mio vissuto: le macchinine Dinky o Corgi Toys (le Corgi erano di miglior qualità) che si vendevano in scatolette di cartone che replicavano il giallo e il marrone scuro delle scatole di fiammiferi; i soldatini Britains o Herald (le interminabili parate delle Guardie della Regina, nelle diverse versioni in copricapi di pelo d’orso e giubbe rosse, o kilt scozzesi, e dragoni a cavallo. Poi i soldatini in scala 1/72, i mitici Airfix, dagli indiani ai commando della Seconda guerra mondiale; poi gli aerei da costruire, caccia o bombardieri; e, per finire, quello che Dyer chiama Action Man, ma che per noi italiani era G.I. Joe. Un pupazzo di dimensioni ragguardevoli che, come dice Geoff, consentiva ai maschietti di giocare con le bambole. Per non dimenticare le raccolte di figurine, di calciatori, o tratte dai film di James Bond: il classico ‘ce l’ho, ce l’ho, mi manca’ E le prime biciclette.
Insomma, per chi ha posseduto questi giocattoli e ne ha fatto protagonisti di epiche battaglie sul pavimento della camera da letto, le pagine di Dyer sono un meraviglioso viaggio nel passato, ricordato col sorriso sulle labbra.
La seconda parte coincide con una nuova casa, col passaggio alla scuola secondaria, con la passione per la musica rock, con le prime avventure sentimentali. Sarà forse perché i gusti musicali di Dyer adolescente non coincidevano coi miei, è questa la parte del libro che ho trovato meno interessante; o forse perché, aggiungo, è sempre poco interessante assistere alle prime esperienze erotiche degli altri e constatare di non averne fatte di così precoci o numerose. D’accordo, si gioca a calcio, in ruoli destinati ai somari (esperienza condivisa); si fa a botte (fatto anche questo); si litiga col padre (idem); si comincia a frequentare pub dove scolarsi pinte di birra (per quel che mi riguarda ho sempre preferito vino o superalcolici, e locali notturni o discoteche dove si ballava, ma l’essenza alcolica dei fatti non cambia). Però, ecco, mentre leggevo, ho praticato con una certa frequenza la libertà della lettura corsiva. Ma si sa che con Dyer questo può accadere.
Poi arriva la terza parte. Dyer è andato al Christ Curch College di Oxford, nella casa sono rimasti il padre e la madre. E, per questioni puramente anagrafiche, sono rimasti a morire. Sono pagine che avrei potuto leggere anche nel precedente suo libro, Gli ultimi giorni di Roger Federer (e altri illustri finali) e che avrebbero nobilitato un libro che partiva da una grande idea, non perfettamente svolta. Ma quelle pagine, qui, nella terza parte di ‘Compiti a casa’, brillano di una luce spietata come poche altre. Qui il libro fa un salto di qualità che si sviluppa senza cali di tensione per tutte le 40 pagine finali e conclude l’architettura della narrazione con un’opposta e speculare intensità rispetto alla parte iniziale. Le attese e le conclusioni. Quel che ci aspettavamo e quel che si riesce a raccogliere negli anni finali; e lo sguardo di Dyer che assiste ai momenti terminali o li manca, arrivando troppo tardi e sentendo l’assenza al pari di una colpa, come può capitare nella vita reale.