di Claudia Dellacasa
La copertina del nuovo libro di Cesare Sinatti (Eco, Italo Svevo 2025), già vincitore del premio Calvino con La splendente (Feltrinelli 2018), è occupata da tre lettere che formano tetragone il titolo Eco. La grafica ormai ben riconoscibile della casa editrice Italo Svevo fa coincidere il centro della seconda lettera, e della copertina tutta, con la pupilla di un occhio turchese, un occhio sgranato che ci fissa. In quarta di copertina, tre sole parole: «Io sono qui». Già nel paratesto ci sono tutti gli elementi di un romanzo che fa dell’intreccio di voci e di prospettive, ma soprattutto della presenza a sé stessi e agli altri, una questione filosofica, oltre che narrativa. Immaginando una versione cinese di quest’opera seconda, ci sarebbe un ideogramma che meglio di altri potrebbe sostituirsi al titolo italiano: 無, wu – nel senso in cui viene usato nel classico taoista Daodejing, ossia come ‘assenza determinata’.
Si potrebbe dire, in effetti, che la protagonista di Eco è una ragazza che non c’è, pur intridendo di sé ogni pagina del romanzo: incontriamo Resi, adolescente di provincia che si appresta a diventare adulta nel modo apparentemente più usuale – tra esame di maturità, scelta universitaria e relazioni affettive non sempre lineari – nelle primissime pagine del romanzo, per poi seguirne il profilo in negativo. La serie cult di Zerocalcare di qualche anno fa, Strappare lungo i bordi, si era fatta espressione generazionale di una modalità di crescita i cui contorni, imposti dal contesto sociale, rimangono difficili da percorrere senza inciampare o smarginare, per usare un termine chiave del lessico ferrantiano. Il romanzo di Sinatti è piuttosto composto quasi solo di contorni, senza un centro focale tradizionale – o forse con un centro che, proprio in quanto assente, trascende la materialità corporea per dare forma a domande che vanno oltre i dialoghi quotidiani, i gesti banali, i percorsi individuali.
Nel secondo capitolo del Daodejing si legge che «L’Essere e il Non-essere si generano l’un l’altro». Nella dialettica generata dal vuoto, quel che si può conoscere è, più che l’essere, il non-essere di qualcosa, il suo nulla determinato dal rapporto che necessariamente intrattiene con tutto il resto. Il taoismo, in questo, è affine a visioni dialettiche non estranee alla filosofica classica, come quella democritea fatta di atomi in grado di incontrarsi solo grazie al vuoto in cui sono immersi. E il collegamento potrebbe non essere peregrino in relazione al libro di Sinatti, dottore di ricerca in filosofia antica. Resi, con le sue incertezze, le sue idiosincrasie e le spigolosità che tavolta feriscono chi le sta intorno, è un personaggio a tutto tondo perché lo spazio che occupa è esplorato a trecentosessanta gradi, pur essendo la sua voce e la sua presenza solo intraviste.
Fedele al titolo, il romanzo si compone di due sezioni: ‘Onda incidente’ e ‘Onda riflessa’. La prima è fatta delle parole di persone prossime a Resi, proprio come in un’onda che intorno a lei si dipana: Greta, sua zia; Valeria, amica di scuola; Andrea, uno dei suoi fratelli. La seconda, quella dei suoni che tornano indietro dopo avere incontrato un corpo, è spartita invece tra caratteri meno familiari, ma non meno funzionali alla definizione di Resi stessa, o almeno del mondo che abita: Claudio, professore universitario che Resi incontra a Siena quando decide di studiare lettere; Laura, sua maestra delle elementari; e Sam, ragazzo che frequenta negli anni del dottorato in Canada, lasciando il fidanzato con cui ha condiviso gli anni universitari. Da ognuna di queste figure emerge un aspetto della personalità della protagonista, che a sua volta si immagina da queste influenzata in diversa misura.
Sinatti dà dunque spazio a prospettive diverse, a ciascuna concedendo l’occasione di affermare una o più verità sul reale, e intrecciandole in una trama calibrata il cui senso risiede proprio nella pluralità. Andrea, ad esempio, che dopo la morte di Federico rimane l’unico fratello di Resi, e che sembra avere accettato senza troppi dubbi la ricerca del successo codificata dal materialismo più crudo, interpreta con un pragmatismo non del tutto deprecabile i cambiamenti che sua sorella si trova ad attraversare:
È per gente come zia e il secco, che ti stanno a guardare senza dirti niente ma sotto sotto vogliono costringerti a pensarla come loro, che uno si blocca. E io non voglio che mia sorella si faccia incastrare qui. Per un ragazzo, per un libro o per Fede. Voglio che se ne vada fuori, si trovi un bel tipo, uno diverso da chiunque possa trovare qui, uno che non c’entra niente con ’ste cavolate che le hanno messo in testa zia e quell’altro. Vorrei riuscire a dirle qualcosa ora che sta per partire (pp. 158–9).
Al polo opposto dello spettro c’è Claudio Clavi, che incontra Resi in qualità di suo docente prima, relatore poi, e poi ancora promotore del suo dottorato oltreoceano. Il lungo capitolo a lui dedicato, in cui si segue per intero un’ispirata lezione universitaria, contiene una serie di rimandi letterari che offrono altrettante chiavi di lettura del libro tutto: c’è Bachtin, il teorico russo della polifonia e del dialogo come essenza del romanzo; ci sono gli spiriti vitali, molteplici e mobili, della concezione dell’amore di Cavalcanti; c’è il prospettivismo di Svevo, su cui Resi si laurea, e inevitabilmente anche Joyce, su cui lavora invece per il dottorato e di cui parlerà a Laura:
Racconta un pochino i suoi autori. Libri lunghissimi. Dice la sua. Un articolo, scrive, su un giovane in lutto, che pensa. Che cammina, mi dice, e immagina cose che neanche ci sono, assentisentite. Che cammina cammina, mi dice, come dentro una fiaba. Per tutto un giorno e tutta una notte. In un libro che è tutto una sola giornata, mi dice, che passa attravero più giorni. Che è tutto un solo pensiero, mi dice, attraversa più menti (pp. 268–9).
Impossibile non riconoscere in Eco un’ascendenza joyciana, che pure si mescola a posizioni filosofiche altre, come quella steineriana nel capitolo dedicato a Laura stessa:
Si dice: sbagliando si impara. Si sbaglia una volta e si impara. Ma ogni volta è diversa dall’altra: a che serve imparare? Ogni volta si sbaglia di nuovo. Quello che impari è sempre già vecchio, rispetto alla vita. E la vita che impari, la vita che vuoi, non succede. Non viene al mondo, non nasce. Una vita che è solo pensata. Ma non sono la vita, i pensieri? Dice Steiner: persino il pensiero è natura. È reale, una cosa che serve, nel cosmo, quanto le piante, l’ossigeno, i fiori. È un aspetto del mondo, il pensiero (pp. 276–7).
Il pensiero, e il suo racconto, è dunque parte del mondo pur nel suo non essere tangibile, in un gioco dell’eternità di moreschiana memoria.
Un gioco la cui materia prima è la lingua, che di capitolo in capitolo si plasma intorno al cambiare delle prospettive. Si va così da sezioni iniziali colorite di regionalismo e toni colloquiali, che invitano a un immediato plaisir della lettura, alla jouissance delle porzioni più intellettualisticamente stratificate, in cui le frasi si dilatano (Claudio) o disseccano (Laura), accogliendo – dove funzionale alla costruzione del personaggio – gli anglismi tipici di chi impara a pensare ed esprimersi in una lingua che non è la propria. Ciascuno con il proprio idioletto, ogni personaggio si trova prima o poi a commentare il sogno che tormenta Resi per mesi e anni, e che si fa ulteriore nucleo vuoto della trama e del processo di crescita della protagonista. Alla fine del secondo capitolo dello Zhuang-zi, altro classico del taoismo, si legge del sogno come possibilità di metamorfosi in altro da sé, di cui tuttavia non si può mai essere certi. In linea con l’argomento scettico del sogno in ambito classico occidentale, anche il sogno che Resi racconta a chi le sta intorno funge da portale verso una dimensione al tempo stesso condivisa e personalissima, percepibile e raccontabile ma non comprensibile fino in fondo – forse emblema del linguaggio stesso, soprattutto nella sua forma artistica.
Al netto dello spessore filosofico e letterario, la sensazione che si ha chiudendo il romanzo è quella di aver letto un libro d’amore, nel senso più alto del termine – sensazione che l’excursus cavalcantiano corrobora. D’amore verso una lingua plastica e modellata con cura in ogni pagina. Verso la pluralità di storie che rende ogni destino una rete di relazioni. E forse verso una persona che, pur non essendoci, rimane al centro di un fascio di voci.