di Gilda Policastro

 

I convitati di pietra è un romanzo che come quasi sempre i romanzi di Michele Mari guarda al genere, e in questo caso ai generi, più d’uno e nei diversi ambiti dello spettro creativo, con incrementate escursioni dall’alto al basso: un po’ Dieci piccoli indiani di Agatha Christie un po’ commedia agrodolce (Compagni di scuola è uno dei riferimenti immediati), un po’ Tempo ritrovato un po’ Death note, un po’ porno finanche, come recitava il titolo di una canzonetta pop. Ma è Mari, sempre Mari, in questa trama un po’ anche sopra le righe ed estenuata, fatta di sotterfugi, macumbe, avvelenamenti e ripensamenti e che si viene dilatando fino alla distopia (la vicenda ha termine nel 2050), passando attraverso infinite peripezie destinate a deliziare per lo più la fascia medioalta di lettori (ma come in una specie di redivivo gioco postmoderno la fruibilità è alla fine “millepiani”). Il tutto muove dalla «riffa della morte» progettata dai compagni di una classe di liceo, per la precisione la III A (l’alfabeto delle sezioni, precisa l’autore, è per inveterata regola conseguente all’appartenenza sociale) nella Milano del ‘75 (e forse a questo punto tra i precedenti andrebbe inserito il meno noto Foto di classe di Mario Desiati, ambientato agli antipodi pugliesi, come è reso evidente dal sottotitolo U uagnon se n’asciot). È stato opportunamente elogiato già da altri recensori il talento comico di cui Mari darebbe prova in questo libro, talento che finora gli apparteneva nella declinazione più propriamente grottesca o per via filologica, andando dal Leopardi licantropo del quasi esordiale Io venia pien d’angoscia a rimirarti al più recente Locus desperatus, sorta di ipostasi lachmanniana in zona di antiquariato feticista (e mostruoso) da Casa degli Usher. Gli espedienti del comico sono in questo caso più microstrutturali che tematici, dagli exploit linguistici alla serialità degli elenchi (esilaranti quelli diagnostici, visto che alla riffa della morte si gioca coi dadi delle malattie intercorrenti) alle trovate d’ingegno  (si tenga a mente il lapidario « bastando un cuscino», che suggella in modo icastico, e ancora una volta con un possibile sottotesto cinefilo – penso ad Amour di Haneke -, il proposito omicida, uno dei tanti che a turno coltivano i nostri eroi protesi a facilitarsi il buon esito della scommessa). Ma si tratta (e questo è piuttosto sorprendente, viceversa) di un comico creaturale e patetico (in senso etimologico), anche e soprattutto quando va a colpire topoi letterari come una certa idea della vecchiaia orazianamente marcia, sorta di anticamera lunga, indesiderata e sudicia della morte: dunque un comico non autoindulgente, ma che, anzi, verrebbe a castigare gli stessi mores di chi scrive, oltre a divertire (e un po’ terrorizzare) chi legge. Colpisce anche l’insistenza sul sesso, mai stato veramente un tema maresco (o mariano che dir si voglia), ma che trova qui un proprio metaspazio nelle sofisticatissime elucubrazioni di Brodo, l’onanista che a forza di ripetizioni prestazionali da record sviluppa quel tic alla mano che avrà come contrappasso un tremolio da Parkinson inverato. È Brodo a regalarci due pagine da manuale sulla differenza tra il cinema da incasellare nelle esperienze artistiche e il porno che va invece addebitato alla vita e al suo prolungamento nell’immaginazione desiderante, con l’ovvia delusione connessa al declino dei corpi cui non fa seguito in congrua resa lo svigorirsi dell’impeto sessuale. Ma può valere per qualsiasi esperienza di incarnazione dell’oggetto agognato in una dimensione fattuale, tattile, e perciò stesso deludente.

 

Per un principio analogo, probabilmente, e come nella miglior tradizione novellistica (non per caso l’autore scrive racconti magistrali sin dai suoi albori), i personaggi di cui via via ci veniamo appassionando vengono catapultati nella storia e poi sottratti con ansiogena precocità alla trama, in una brusca interruzione dei rivoli vitalizzanti che andrebbero nei casi di narratori più torrenziali a ingigantirne il corso maggiore. Se trama c’è, è costruita per essere sabotata man mano, come per una spinta alla riattivazione coatta dell’incredulità: nessuno merita davvero di resistere oltre una pagina o due. Mari si sarà forse ricordato di quello che diceva Manganelli del racconto, che può meglio del romanzo assolvere al compito di dettagliare l’esistenza. Ma proprio per questo, dopo una presentazione al dettaglio, i personaggi del romanzo muoiono. Devono morire perché la storia rimanga in vita, essendone il finale annunciato la conquista della posta in palio per i soli tre superstiti. E paiono non meritare la vittoria della longevità proprio i personaggi cui più ci siamo affezionati, non foss’altro perché li abbiamo sentiti nominare più spesso con il loro corredo formulare, dal «fanatismo profilattico» della donna sottopostasi a mastectomia preventiva («ma non se n’era accorto nessuno») all’evanescenza della lungodegente deprivata pure delle tipiche «piaghe da decubito perché era così magra che non c’era nulla da piagare».  Non ne sveliamo i nomi perché al di là delle infrazioni già interne al testo e quindi deliberate, lo spoiler rimane il più grande interdetto contemporaneo anche in un romanzo che fa il verso al romanzo (e al cinema), funzionando alla maniera tipica di Mari come repertorio inesauribile di fantasmagorie e regesto di memorabilia: «maggiore l’oltranza, più alto lo stile». Non potremmo essere più d’accordo, soprattutto se è la chiosa al goffo patto sessuale tra una ninfomane e un erotomane ultrasettantenni: «finalmente era un corpo, e allora era questa la sfida, affrontare quel corpo non come un punto d’arrivo, ma come uno schermo virtuale, una porta magica che lo immettesse in un regno convenzionale in cui i corpi, per definizione, sono giovani». La sfida contro l’ostinazione caparbia alla giovinezza si vince solo se si accetta di togliersi di scena: la riffa è il destino indesiderabile dei personaggi che si lasciano a putrefarsi sulla pagina col gusto sadomasochistico del je proustiano.

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