di Luigi Azzariti-Fumaroli
L’autore – dichiarava nel 1968 Roland Barthes – è un personaggio moderno, che figura nei manuali di storia letteraria, nelle biografie, sui giornali: la sua immagine troneggia nella cultura corrente, in ossequio al tentativo di spiegare l’opera sul versante di chi l’ha prodotta. Nondimeno se, conformemente a quanto sperimentato nella letteratura a partire almeno da Mallarmé, si considera lo scrivere nella propria intransitività, nella propria autoreferenzialità, si scopre che l’autore si trova ad occupare una posizione consustanziale alla scrittura stessa: una scrittura nella quale «l’autore entra nella propria morte». Si avrebbe così l’inverarsi della possibilità d’un testo adespoto, ovvero senza padrone, più ancora che apocrifo. D’altronde all’“effetto di apocrifo” non pochi scrittori novecenteschi vi hanno fatto ricorso, anche solo per corrispondere al desiderio di non farsi cogliere, pur senza con ciò ambire alla grandezza minacciosa del fantasma. Si pensi, ad esempio, a La avventura del Maresciallo di Bassompierre di Hofmannsthal, dove l’intenzione di celare la propria identità d’autore si attua mascherando la propria scrittura con quella di un episodio dell’autobiografia del maresciallo di Francia François de Bassompierre, come a sua volta tradotto e ingentilito da Goethe nelle Conversazioni di emigrati tedeschi. A testimonianza di come la funzione-autore si trovi nella tarda modernità sempre più a «battezzare una proposizione, un effetto notevole, una proprietà, un corpo, un insieme di elementi più che la referenza ad un individuo».
Un’epicrìsi, questa, espressa illativamente da Foucault nel 1969 sulla scorta di Barthes, e ribadita dieci anni più tardi da Calvino in Se una notte d’inverno un viaggiatore, facendo premio – lo ha ben visto Carla Benedetti – su un anonimato perseguito attraverso una molteplicità di voci che frammentano ogni rapporto di necessità tra scrittore e opera, sostituendovi – notava Giulio Bollati in una rampognante comunicazione epistolare allo stesso Calvino del gennaio 1979 – un «mostro a più teste». Un’opera, dunque, senza autore, rimpiazzato (forse senza troppi rimpianti) dall’«Organizzazione del Potere Apocrifo»; ma non per questo senza autorialità. Sembra infatti potersi riconoscere, in Se una notte d’inverno un viaggiatore più che altrove, la “voce” di Calvino: non demarcabile da nessun segno e nondimeno aleggiante tra le righe come “fattore soggettivo” che oppone resistenza al pur propugnato tentativo di dare vita ad un discorso autenticamente polifonico (ad un discorso cioè che nella sua struttura immanente contiene un discorso altrui, nascosto, seminascosto, diffuso), dal momento che inaggirabile appare essere – si dirà con Claudio Milanini – la contrainte esistenziale, originaria, non sostituibile dell’orchestratore supremo del dettato narrativo.
Suscita allora tanto maggior curiosità quanto si legge in Si par une nuit un voyage d’hiver (apparso in La Bibliothèque Oulipienne, n° 129, 2003), in cui un certo professor Gorliouk scrive a Jacques Jouet, raccontandogli di come, navigando sul sito di Walter Henry, dopo aver visto manifestarsi l’imponente Se una notte d’inverno un viaggiatore, egli abbia visto l’immagine del racconto di Georges Perec, Il viaggio d’inverno (ora riproposto da Quodlibet, unitamente alla transfiction di Jacques Roubaud, Il viaggio d’inferno, ideale prolungamento del racconto perechiano, nelle versioni rispettivamente di Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni), spuntare come “une gousse d’ail dans un gigot” nel romanzo di Calvino. Ma non perché le parole dello scrittore francese si incuneano senza transizione sintattica o interpuntiva nel testo calviniano, come se vi appartenessero, quanto perché esso – lo ha recentemente osservato anche Valérie Beaudouin – sembra proseguirne l’esperimento e scioglierne le buffetterie formali. Perec, infatti, nel confermare come una letteratura priva d’autore sia certamente possibile, dal momento che è possibile rinunciare all’utilità ermeneutica che la figura dell’autore assolve, sembra al contempo porre in chiaro come sia irrinunciabile l’istanza di regolazione del testo che l’autore garantisce, se non altro perché ciò alimenta senza fine delle finzioni d’autore.
Già in Storia di un quadro Perec ne aveva dato dimostrazione attraverso una enigmatica mise en abyme amplificata da un quadro che rappresenta una quadreria e che dà vita ad una metanarrazione o, meglio, al raddoppiamento ed alla trasformazione della narrazione in una ultra-narrativa. Ma è in Il viaggio d’inverno che la questione assume una maggiore radicalità. Qui la narrazione trae origine dal principio oulipiano del “plagio per anticipazione”, che fa sì che l’autore di un’opera sia distolto dal coincidere mai con sé stesso. Il mimare la situazione spetta all’oscuro Hugo Vernier, autore d’un volume nel quale «si abbozza una confusa configurazione» di versi, la paternità dei quali sarà in seguito attribuita ai più celebri poeti dell’Ottocento francese. Perec non sembra però voler mettere in pratica soltanto l’idea che un testo sia in fondo un enorme puzzle d’autore ignoto; e neppure, come proposto da Calvino, dare l’impressione ch’esso faccia sempre in fondo «il verso ad un’altra voce». Il sottotesto del suo racconto poggia piuttosto sul motivo dell’evanescenza degli esseri (Lucetta Fiorletta ha ipotizzato che il titolo, Le voyage d’hiver, potrebbe essere un rimando al Vél’d’Hiv, il Vélodrome d’Hiver, dove furono radunati dopo una retata migliaia di ebrei parigini nel luglio del 1942 per essere deportati, e che Perec ricorda tra i frammenti di Mi ricordo) e delle parole, quand’anche siano consegnati ad un libro. Cosicché la nozione stessa di autorialità, intesa come ciò che, di un testo, distingue la sua costruzione, i suoi effetti o il suo funzionamento, parrebbe opacizzarsi ed incrinarsi, per lasciare essere unicamente «un solco, una traccia, un marchio o qualche segno». E forse neppure questo; ma solo «uno spesso registro rilegato in tela nera, la cui etichetta recita, in accuratissima calligrafia: Viaggio d’inverno»: otto pagine percorse da una scrittura che lettera dopo lettera si forma, si afferma, si rapprende; le altre, bianche.
Georges Perec, Jacques Roubaud, Il viaggio d’inverno. Il viaggio d’inferno, traduzione di G. Celati e E. Cavazzoni, Quodlibet, Macerata 2025, pp. 80, euro 12.