di Luigi Azzariti-Fumaroli

 

«To you, Roman, in memory of those Roman evenings full of talk about modern Art, the Marx Brothers, the poetry of Neszval, Seifert and Mayakovsky, when Khlebnikov was deemed the greatest poet of the century», così Angelo Maria Ripellino si rivolgeva, in inglese e in ceco, a Roman Jakobson, dedicandogli il suo Tentativo di esplorazione del continente Chlébnikov, ed al contempo aprendo la strada alla conoscenza, fuori dalla cerchia degli specialisti, d’un poeta che, dopo la fugace versione offerta da Tommaso Landolfi, nel 1935, sulle pagine de “L’Italia letteraria” di alcune delle «sue cose meno intraducibili», era rimasto del tutto negletto. Stessa sorte toccata a Majakovskij, la cui fortuna nel nostro paese fu anch’essa in larga misura merito di Ripellino. Il quale ne lesse l’opera «nel quadro del movimento vasto e multiforme di cui egli fu una delle figure di punta: il futurismo russo», la cui storia – si leggeva nel risvolto, redatto, nel 1959, da Calvino, di Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia – è una storia «più ancora che di testi, di gesti, di manifesti, un’aneddotica di personaggi, di sfide, di bravate che arrivano anche al modo di acconciarsi e di vestire»: una storia che scorre in frammenti discontinui, ma accomunati da un viluppo di scambi e donazioni reciproche fra i diversi protagonisti.

Jakobson ne era stato il primo testimone, con un testo di difficile collocazione entro il catalogo dei generi, combinando esso intonazione letteraria con rigore documentario. Una generazione che ha dissipato i suoi poeti, composto fra il maggio ed il giugno 1930, aveva infatti non soltanto analizzato con acribia e solidissima competenza le caratteristiche della poetica di Majakovskij, considerandolo come l’ideale corifeo della rivoluzione d’Ottobre, ma aveva insistito su una «serie di nuovi problemi», a partire da quello rappresentato dai «rapporti tra vita e letteratura», nella convinzione, in seguito più volte ribadita (ad esempio in Che cos’è la poesia?), che «i libri d’un poeta sono una sceneggiatura, secondo la quale egli recita il film della sua vita». Ripetendo quanto Majakovskij gli avesse mostrato, Jakobson osservava che l’Io del poeta non potesse comprendersi senza intendere «la profonda efficacia vitale della congiunzione tra biografia e poesia». La morte dell’autore de La cimice, in questa prospettiva, sugellava tanto la sua ambizione d’essere considerato alla stregua d’un redentore, secondo quanto egli stesso aveva affermato in Nuvola in calzoni («E quando, / annunciando con la sommossa / il suo avvento, / andrete incontro al Salvatore – / io mi strapperò l’anima, / la calpesterò, / per farla grande! / E insanguinata ve la darò, come bandiera»), quanto la sua inclinazione al suicidio, leitmotiv di numerose sue composizioni, a cominciare da Il flauto di vertebre («Sempre più spesso penso / se non sarebbe meglio / mettere / il punto di un proiettile alla mia fine»). Una scelta, quella suicidiaria, già compiuta, un lustro prima, da Esénin, ed alla quale potevano parimenti ricondursi – ragionava Jakobson – il sacrificio di Chlébnikov, morto paralizzato dall’inedia, e le inumane sofferenze che avevano sopraffatto Blok. Un’intera generazione di poeti che avevano, nel 1930, fra i trenta e i quarantacinque anni, «e che erano entrati negli anni della rivoluzione già fatti, non più come argilla informe, ma ancora non cristallizzata, ancora capaci di sentire e trasformarsi, ma capaci di capire la realtà circostante non nella sua statica, ma nel divenire».

La stessa generazione di cui, a distanza di molti anni, complice l’insistenza discreta di Bengt Jangfeldt, slavista svedese noto in particolare per una riuscita biografia di Majakovskij (tradotta anche da Neri Pozza, nel 2022), Jakobson torna a parlare in una serie di conversazioni svoltesi fra il febbraio e il marzo del 1977, pubblicate in volume nel 1992, a Mosca, ed ora proposte da Feltrinelli. Il titolo originale, Budetljanin Nauki (Будетлянин науки), traducibile approssimativamente con “Colui che sarà della scienza” o “Futurista della scienza”, diventa, nell’edizione italiana, Io, futurista. Scelta invero un po’ decettiva, ché mai Jakobson lo fu, pur essendo certamente prossimo ai maggiori esponenti del movimento. Negli anni della Rivoluzione, egli piuttosto si diede d’attorno nei ruoli più diversi, sempre riuscendo a stare in equilibrio – come confessò in una lettera alla vagheggiata, più che amata Elsa Triolet (pubblicata con altre, in appendice). Controrivoluzionario, studioso, segretario scientifico della Sezione delle Arti diretta da Osip Brik, disertore, giocatore, umorista, letterato: Jakobson si arrabattò come potè, in una stagione climaterica, in cui – osservò Andrej Belyj – «tutto ribolliva, tutto era oltremisura».

A cominciare dalle parole, che presero ad agglutinarsi e giustapporsi in una serie di «macchie sonore», che ora si avvicinano ora s’allontanano, finendo per definirsi e coincidere con un lemma loro conforme, come il «Bobèòbi, Veeòmi, Pièéo, Lieeéi, Gsì gsì gséo» di Chlébnikov. A riprova di come – lo ha rilevato anche Boris Uspenskij – nella cultura russa, la parola non è soltanto destinata a rappresentare la realtà, ma anche a modellizzarla, sì che nelle rivendicazioni espresse dal futurismo fin dal suo primo manifesto, Schiaffo al gusto corrente (1912), non sarebbe azzardato cogliere i primi singulti dell’azione rivoluzionaria compiutasi nel 1917, sebbene – notò per tutti Blok –  la sua portata non fosse da misurare sul piano politico, rispetto al quale s’era «analfabeti», quanto su quello puramente artistico, potendo la rivoluzione essere considerata come la realizzazione, ad opera dell’organico d’una «orchestra mondiale», del verso, delle sue dissonanze, dei suoi ruggiti e dei suoi rimbombi.

Era proprio questo conclamato tentativo di distruzione d’ogni «inutile avanzo d’antichità» ad attrarre maggiormente l’interesse di Jakobson, la cui amicizia con Majakovskij non gl’impediva – dichiara a Jangfeldt –  di tenere in massima considerazione la poesia del suo maestro Velimir Chlébnikov, delle cui poesie negli anni Dieci egli s’era premurato di curare una prima edizione, accompagnata da un’ampia prefazione, apparsa però solo in seguito, a Praga, nel ’21, in un volume a sé stante, col titolo, La più nuova poesia russa, nel quale egli si provava ad analizzare una lingua «che si trova oltre i limiti della ragione», nel regno spiritato e falotico della glossolalia, della xenoglossia e della pseudolalia. Insomma, si dirà con Manganelli, d’uno di quei disturbi cari alle avanguardie, «che consente di parlare una lingua ed essere compreso in trentatré».

O forse meno. Viktor Borisovič Šklovskij (i cui ricordi consegnati a Viaggio sentimentale e a Testimone di un’epoca non di rado si intersecano con quelli che Jakobson evoca nelle sue memorie), aveva giustificato i componimenti “metalogici” dei futuristi, facendo richiamo ad una forma di “straniamento” che avrebbe dovuto restituire alla percettibilità della forma poetica la propria autonomia, in un testo, Resurrezione della parola, di cui egli asserì d’essere forse stato l’unica persona al mondo a leggerlo. Non perché mancassero i lettori, ma perché andavano dileguandosi in ogni possibile direzione, vittime dei sopracciò bolscevichi e d’una rivoluzione che s’era mutata nel volgere di pochi anni – scrisse nel 1922 Il’ja Ehrenburg – in un «caos selvaggio», in una «Necropoli universale». Jakobson vi scamperà trovando rifugio dapprima in Cecoslovacchia quindi negli Stati Uniti. Non mancherà tuttavia mai di mantenere viva la memoria di quella stagione esistenziale ed artistica e di coloro che l’avevano animata, sempre coniugando – ha osservato Tzetan Todorov, parafrasando Baudelaire – il rigore del «savant austère» con la passione d’un «amoureux fervent»; ma al tempo stesso coltivando, non diversamente in ciò da Nabokov, il desiderio di descrivere e di ricordare, una volta che tutto è finito, spazzato via, distrutto, la nebbia e l’umido di certe notti in cui, passeggiando «per la città ci si inchinava davanti a ogni vecchio lampione, credendolo animato, col rispetto che si doveva a chi aveva conosciuto non solo Puškin in persona», ma pure il «nuvoloso Vladímir» ed il celicolo Velimir.

Roman Jakobson, Io, futurista, tr. it. di S. Prina, Feltrinelli-Gramma, 2025, pp. 240, euro 16,15.

2 thoughts on “Su “Io, futurista” di Roman Jakobson

  1. Che bello questo articolo, mi ha fatto tornare voglia di leggere i poeti e i formalisti russi (e le loro memorie) e di rientrare in quel mondo meraviglioso prima che diventasse una “Necropoli universale”.

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