di Luigi Azzariti-Fumaroli

 

«Quando si entrava in un kolchoz, in una cooperativa agricola, si considerava l’intera famiglia come unità giuridica, e non i singoli individui. Non esisteva alcuna disposizione legale che stabilisse chi dovesse essere considerato il capo di una famiglia kolchoziana; la questione dipendeva dalle regole adottate all’interno della singola famiglia», si legge in un testo dello storico Karl-Eugen Wädekin sull’economia rurale comunista, e che torna alla mente addentrandosi nelle pagine dell’ultimo romanzo di Emmanuel Carrère. Kolchoz ne è infatti il titolo; ma il termine tratto dal vocabolario dell’Unione Sovietica viene risemantizzato, traslandolo da un’accezione socio-economica a quella che gli assegna un idioletto familiare, sì ch’esso non indica altro che il raccogliersi del futuro scrittore insieme alle due sorelle attorno al letto della madre, ciascuno col proprio materasso o cuscino. In un rito che li accompagnerà lungo tutta l’infanzia; e che verrà nuovamente officiato durante l’ultima notte di Hélène, come ubbidendo ad un impulso segreto, tanto vano quanto necessario, di coniugare una bordura di contingenze presenti con un ricordo, affinché il tempo perduto possa essere ritrovato. Nelle intenzioni di Carrère non sembra tuttavia esservi alcun desiderio di accondiscendere ad un «proustismo di maniera», alla rievocazione sentimentale e patetica della propria vita e di quella dei propri genitori. Il suo tentativo sembra piuttosto ispirato dal desiderio di sopportare la propria tristezza esprimendola, fraseggiandola, vale a dire, come annota Barthes in Dove lei non è, rendendola «dicibile», e per ciò stesso tollerabile. Ma al contrario di quanto accade nel Journal de deuil di Barthes, in cui l’elaborazione del lutto, nulla potendo sulla vivezza del dolore, non si traduce in alcuna sequenza narrativa, in Carrère la morte della madre tende al racconto in modo quasi immediato.

 

Perché solo così è forse per l’autore possibile riuscire a capire sua madre. È questo, del resto, uno dei motivi che l’hanno sempre spinto a scrivere, confidava in Yoga: cercare di capire che cosa sia un altro ed insieme sé stessi. Un bisogno che il narrare della propria madre sembra invero soddisfare quant’altri mai. Tanto più che la vita di Hélène Carrère d’Encausse si attaglia molto bene ai canoni del genere romanzesco (e ai codici di un discorso narrativo di tipo naturalistico): figlia di emigrati russo-georgiani in fuga dalla Rivoluzione d’ottobre, giovane orfana di un padre collaborazionista al tempo di Pétain e per questo assassinato alla fine della guerra (Carrère ne scrive in Un romanzo russo, imbattendosi negli strali della madre, che dal ritratto offerto dal figlio della «figura tenebrosa» del nonno sarà profondamente ferita), celebrata  studiosa della Russia, membro ed infine Segretaria dell’Académie française. Esempio preclaro – annota a più riprese il figlio – d’una volontà e di una determinazione tali che tutte le virtù che possedeva, comprese una certa esotica bellezza e una ricercata eleganza, sembravano doversi attribuire unicamente al merito.

 

Eppure, dietro questa olimpica perfezione, lo sguardo guidato da un affetto filiale dilavato dall’abitudine, «attraversato da litigi, sempre più attenuato dall’indifferenza», coglie delle crepe e delle sconnessure che ne intaccano l’immagine che Hélène aveva sempre voluto proiettare di sé. A dispetto della pietà filiale sotto la quale Carrère vorrebbe porre la sua scrittura, egli ammette di non essere in grado di provare questo sentimento: il piglio autoritario e l’inscalfibile durezza della madre glielo impediscono. Ad un certo punto – un punto esatto, ma vago – scrive Carrère, «è avvenuta una metamorfosi. La giovane donna entusiasta e sorridente intorno alla quale io e le mie sorelle facevamo kolchoz è stata sostituita. Il volto di mamma, di cui pensavo sarei stato sempre il piccolo Helenou, è diventato duro, allo stesso tempo spaventato e spaventoso. I suoi occhi miopi sembravano allo stesso tempo non vedere più nulla e vedere tutto. Non guardava più, scrutava. Un’altra donna abitava il suo sguardo».

 

Questo cambiamento repentino ha una spiegazione fattuale – l’innamoramento per un altro uomo, la perdita d’ogni sentimento verso il padre, pur senza che vi sia stato alcun divorzio; ma cela anche un motivo più sottile, che segue e replica uno dei temi che la narrativa di Carrère ha molto spesso sviluppato: la fuoriuscita dal perimetro dell’identità a vantaggio di profili alternativi di sé. Tali profili – ha osservato Andrea Rondini – possono essere imposti dall’esterno o, soprattutto, assunti liberamente dal soggetto, secondo un’articolata fenomenologia, dai diversi esiti, che va da L’Avversario a Yoga e comprende anche Tra due mondi, film diretto dallo stesso scrittore. Come si legge in un passo scritto da Carrère sul margine di L’uomo dado di Luke Rhinehart, «Ciò che chiamiamo identità individuale è soltanto una camicia di forza fatta di noia, frustrazione, disperazione, e qualsiasi terapia non si propone altro che di renderla ancora più stretta; per diventare liberi bisogna strapparla via, non essere più prigionieri di sé stessi ma poter essere un’altra persona, decine di altre persone, a seconda dell’umore e del capriccio…». Non sembra allora dover meravigliare che anche sua madre mostri di conformarsi alla logica del contrario. Come la Juliette di Vite che non sono la mia, ella rappresenta la diversità, l’inaspettato. Hélène è “reale senza essere attuale, ideale senza essere astratta”; è morta, e tuttavia, come la medusa evocata da Jules Michelet in una pagina de Il mare, fa credere con difficoltà alla morte. Sulla sua figura si adatta infatti senza sforzo la sagoma intemporale del personaggio. La quale si serba fino a un certo punto sempre identica a sé stessa, per poi modellarsi su molteplici mutamenti di connotati e di situazioni, così da permettere alla memoria di farvi ricorso quando non possiamo più conoscere la compagnia rasserenante o entusiasmante o malinconica o dolorosa di chi, quel personaggio, ha ispirato ed incarnato. Perché in fondo solo così è possibile non soccombere quando al grido «mamma, mamma, mamma…» risponde unicamente un’eco sorda e muta, un silenzio cavo e ghiaccio: descriverla, scrivere su di lei e di lei, del segno indelebile che ha lasciato e di cui la scrittura è la traccia.

 

Emmanuel Carrère, Kolchoz, tr. it. di F. Bergamasco, Adelphi, Milano 2026, pp. 407.

1 thought on “Su “Kolchoz” di Emmanuel Carrère

  1. Ottimo pezzo. Carrère non poteva fare un monumento postumo alla madre. Ne andava della sua dignità. Ha scritto le cose che pensava dell’individualismo forsennato e ambizioso di Helène che ovviamente ha condizionato la sua vita e quella delle due sorelle. Ma non ha neanche potuto sottacere l’amore per la madre e la sua dipendenza (tuttora irrisolta) da lei.

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