di Paolo Puppa
Il viaggio è stato più lungo e più faticoso del previsto. Volo con ritardi, e arrivo in albergo di notte. Il taxi attraverso Cape Town in mezzo ad un diluvio, sfiorando varie volte l’incidente. Dov’è che si incrociano i due oceani?, gli verrebbe da interrogare l’autista. Poi, quando lo vede, dopo vari decenni, capisce, per la fitta al cuore, che valeva la pena faticare tanto. Sta disteso nel letto d’ospedale, Bob, in una stanza dalle pareti azzurre, la testa esangue appoggiata su una pila forse eccessiva di cuscini. Le braccia, un tempo muscolose e dominanti, paiono ora smagrite, in una desolante nudità. Il figlio Mark, unico parente presente, interviene autorevole e lo prega di non stancargli il padre. Ma lui è venuto da Venezia, ha compiuto a settant’anni quasi un periplo fuori Europa, e vorrebbe che in qualche modo se ne tenesse conto da quelle parti. Cosa chiede in fondo? Di potergli parlare in libertà, diritto conquistato dallo sforzo compiuto. Avranno ancora un’occasione del genere? Insomma, dovrebbero ben lasciarli soli per qualche minuto. La luce al neon sparge pallore per la camera. Sull’altro letto a fianco, un malato addormentato ronfa con violenza. Mark gli si rivolge in inglese e lui fa una fatica terribile a seguirlo, mentre continua a simulare padronanza in una lingua che non ha mai imparato. Sa leggerla, sa scriverla (tramite le correzioni da google translator), ma non ascoltarla e dunque non sa nemmeno parlarla. L’uomo sui cinquant’anni, giovanile e sportivo, gli sta accennando qualcosa circa le abitudini alimentari del malato. In più gli chiede se gradisce pranzare da loro, a mezzogiorno. “No, non deve preoccuparsi di me”, cerca di comunicargli e vede nello sguardo dell’uomo lo stupore e la delusione davanti ad un inglese tanto goffo e poco compatibile con l’epistolario intrattenuto con loro di recente. Poi, terminate le trattative, Mark ne approfitterà per scendere nel frattempo in amministrazione, resta solo con il suo amico. Inghiottendo la saliva, mormora “Insomma, come stai, vecchio mio? Una grande paura mi hai fatto prendere”. Quello ride divertito, lo sguardo disperato. Scuote la testa, intanto, e gli stringe una mano all’improvviso. “Sei venuto! Sei venuto. Vuol dire che sono male, sono molto male, vero?”, e continua a ridere con gli occhi arrossati dalla vergogna. “No, non sei mal messo. Tuo figlio mi ha spiegato che i medici sono ottimisti. Ti giuro. Sei forte. Tutto lo sport che hai fatto. Vedi che ti è servito”. Sillaba l’italiano con pause, per essere sicuro di essere decifrato. Ma l’altro lo incalza con ansia. Vuol sapere come ha fatto a venire in Sud Africa, con quello che costano gli aerei. E lo fa proprio adesso che non è in condizioni di festeggiarlo e di farlo divertire, portandolo in giro. Lui lo osserva imbarazzato pensando che ha speso parte della liquidazione in questo folle viaggio e si rende conto però di come Bob sia ignaro del trapianto al cuore pericoloso che incombe, dall’esito “definitely” incerto.
Bob, quando veniva l’estate a Venezia, risaliva nella casa dei nonni a Rialto e non mancava di andarlo a trovare. La loro era un’amicizia da spiaggia, iniziata al tempo delle scuole elementari, grazie a capanne contigue, e poi via via rinnovata a scadenza annuale. In tal modo, lui aveva assistito alla crescita progressiva del suo amico, fisica e mentale, a partire dai gusti. Già alla fine delle medie portava con sé fumetti particolari. Un giorno piovoso, aveva preteso di mostrarglieli a tutti i costi chiudendo a chiave la porta della sua capanna. Lui all’inizio non aveva compreso bene le intenzioni del ragazzo, di un anno più vecchio, poi aveva visto donne nude e ridicole con un petto enorme e gli aveva scorto un incredibile gonfiore nello slip blu. Aveva preteso allora l’immediata apertura della porta ed era schizzato via dalla capanna peccatrice. Del resto, a quei tempi, faceva ancora la comunione e frequentava la parrocchia, prima che Dio gli morisse dentro. Ogni tanto, attraverso epoche successive, si è chiesto cosa sarebbe successo se non fosse fuggito via. Poi le risalite di Bob a Venezia si erano bruscamente interrotte, alla morte dei parenti veneti e alla vendita dell’appartamento di Rialto. Lui aveva continuato nondimeno a restare in contatto col sudafricano, fino ad un’improvvisa risalita alla ricerca di un doppio passaporto, reso necessario dalle sue attività aziendali.
Aspettava di incontrarlo dal vivo, al di là delle lettere. Quelle, le scriveva in italiano, l’altro rispondeva in inglese. Faceva così i muscoli, diceva in giro, in una lingua ostica che deforma la bocca per mandare suoni corretti. Più che altro, lo lasciava sfogarsi nel racconto dei suoi tanti amori, un’infinita lista di donne con cui aveva storie. Chissà perché, lui non aveva mai avuto dubbi che a Cape Town quello esagerasse. Un vero harem, alle spalle di una moglie ricca e gelosa, rimpianta una volta morta. Tante donne, sì, ma un figlio solo, Mark appunto. Lui veniva aggiornato di continuo dal Sud Africa su episodi strampalati, sbandate affettive e sport estremi. Mai una volta un accenno all’apartheid e alla sua fine. La politica non rientrava nei gusti di Bob. In compenso, un cambio incessante di lavori, da gruppi immobiliari a centri informatici, da società finanziarie a gestione di ristoranti sull’oceano. Il tutto veniva regolarmente analizzato a puntate all’amico veneziano, quasi fosse in cerca di un pubblico plaudente. Ma lui gli era grato, comunque, perché Bob non l’aveva mai preso in giro come facevano i compagni di scuola per via dei brufoli che gli deturpavano il volto esangue, il “muso da seghe”, per citare uno degli epiteti riservatigli a ginnastica. Se quello però aveva tante cose da raccontargli, lui lo ricambiava con poco o niente, il posto alle Generali, interrompendo gli studi di Legge a Padova, patetica ambizione paterna, il vuoto sentimentale con poche eccezioni, come la relazione burrascosa con la rossa Giancarla, un’insegnante di sostegno rissosa e generosa, litigi snervanti, abbandoni e ricadute provvisorie. Il fatto era che aveva spesso voglia di stare invece con lui a Cape Town, magari passare assieme gli ultimi anni della comune vecchiaia, lui celibe e l’altro vedovo. E questo, non per sfogliare riviste porno da adolescenti viziosi, né per farsi descrivere nuove passioni o altri azzardi economici da esibizionisti compulsivi, ma solo per domandargli come faceva a conquistare tutte quelle donne. C’erano prove in giro per quelle conquiste? Sua nonna paragonava il seduttore al gatto che attira le gatte perché quelle gli sentono addosso l’odore delle femmine. Ma soprattutto avrebbe voluto interrogarlo con calma su una questione preliminare: cosa lui rappresentava per Bob? Lui, figlio unico, senza amici, senza compagne. Il loro rapporto si era salvato in oltre mezzo secolo soltanto per via della distanza? Da vicino, lui avrebbe sciupato anche quella misteriosa relazione?
Gli era rimasto nei nervi lo strano turbamento provocatogli da una giornata passata al Lido, forse l’ultimo anno dei suoi nonni in vita. Era d’inverno, una giornata soleggiata. Pranzo annaffiato da parecchi calici. E poi passeggiata ai murazzi, dove lui si era confessato stanco, prostrato dalla solitudine veneziana, con i suoi che lo disprezzavano, perché non faceva l’avvocato, e la Giancarla che non gliela dava ancora. Bob con una risata rumorosa, delle sue, gli aveva domandato se per caso la sua ‘morosa’ apparteneva alla categoria del dito spelato, ovvero femmina dedita all’autosoddisfazione, aprendogli scenari inconsueti. Quindi, poggiandogli il grosso braccio sulle spalle nel battello che li riportava a San Marco, gli aveva chiesto quando si decideva ad andare a vivere in Sud Africa, dove lui aveva tanti amici e tante ragazze. Una grande riserva dove poteva pescare. Ma il fiato gli era impastato di pinot grigio e di grappa.
Bob adesso sembra appisolato. Mentre lui controlla l’ora, tra poco rientreranno il figlio o uno dei nipoti, sente levarsi rumori sospetti dalle coperte, dall’odore inequivocabile. Un brontolio, come una sorda valanga. E Bob riapre all’istante gli occhi e mormora più volte “I’m so sorry”, scuotendo la testa e nominandolo per la prima volta. Sì, il suo nome gli sgorgava dai denti bianchi di ragazzo, come una schiuma gorgogliante. Subito lui, tremando di angoscia, corre in corridoio in cerca di un inserviente, e intanto urla frammenti di un British fasullo, in cui si ripetono “dirty,” himself”, “shit”. Nell’aria immobile del corridoio galleggiano quegli smozziconi quali bolle impazzite, tanto che dai vani delle singole stanze si affaccia gente a osservarlo quasi fosse un matto. Alla fine, per fortuna, da una stanza contigua il parente di un malato gli indica il campanello vicino al letto. E lui torna vicino a quell’ammasso di vapori e di sorrisi sghembi, afferrando lo strumento per schiacciarlo finché non arriva un’infermiera infastidita per l’enfasi del richiamo. Eppure, con tutte le sue donne, e i tanti amici e la famiglia allargata, ora accanto a Bob c’è lui con la sua goffaggine, la pelle butterata, la mediocrità della figura. Sì, lui che non si guarda mai allo specchio, ora se disponesse di un google orale chiederebbe alla infermiera stranita l’onore di immergere le proprie mani nella melma sotto le lenzuola, a detergere il corpo logoro ma sempre invitto del suo unico amico. E con le lagrime agli occhi gli verrebbe pure da sussurrargli con il miglior inglese di cui in quel marasma dispone: “You, my brother, you my beloved friend, my brother”.
Sempre unico!!!
Bel racconto di un incontro in ospedale tra due vecchi amici veneziani in SudAfrica a Cape Town dove uno dei due è in attesa di un trapianto di cuore nella famosa clinica di Barnard. Emergono vecchi ricordi dell’infanzia e della parte di vita trascorsa insieme a Venezia. Poi la realtà della vita irrompe prepotente a turbare il loro incontro!