di Enrico Fantini
Racconti della Resistenza europea (Einaudi, 2025) di Gabriele Pedullà è un’antologia che non canonizza estetiche esoteriche, non è autopromozione generazionale o di gruppo. Non è, all’altro capo, un’antologia da autogrill. Si sforza di rendere smart una prassi in disuso: coniugare spirito nazionale (in questo caso persino sovranazionale) e dimensione “popolare”.
Il volume, ampio (XCVII + 423 pp.), raccoglie i testi che trentuno scrittori provenienti da diverse aree del continente europeo hanno elaborato tra il 1941 e il 1994 sul tema della resistenza al nazifascismo. L’antologia, che ha il merito di offrire al lettore italiano racconti difficili da reperire o persino inediti, è organizzata in due semplici sezioni: una prima, in cui figurano testi prodotti nel fuoco della lotta partigiana (1941-aprile 1945); una seconda dal maggio 1945 al 1994. La notevole disparità stilistica tra gli autori (da Bertolt Brecht a Jan Drda), nonché l’accoglienza di generi incomparabili come il racconto, la cronaca e il reportage dimostrano come l’antologia privilegi il documento al monumento, la testimonianza al valore artistico. Del monumento, tuttavia, Pedullà non disdegna la vocazione del gallerista: il senso complessivo della raccolta si amplifica nell’ordine che il curatore ha scelto per la loro messa in sequenza; dal cozzo, insomma, tra testo e testo. Ad esempio, il trittico che va dalla chiamata alle armi dei francesi di Camus (Hanno fucilato dei francesi per tre ore), passa per la lode dell’intervento americano di Saint-Exupéry (Lettera a un americano) e si conclude con il grido d’aiuto che Czapski invoca per la sua Polonia e disatteso dall’URSS (Sull’insurrezione di Varsavia) evoca una mappa geopolitica capace di interrogare in modo non scontato anche il presente del conflitto russo-ucraino.
Il curatore è, prima di tutto, uno studioso di letteratura nostrana capace di accordare l’analisi formale allo studio di contesto. L’introduzione al volume ne è un frutto chiaro e non pedante: al di là della difficoltà opposta alla diffrazione linguistica (dal ceco, al polacco, all’albanese, al russo), l’indagine stilistica si lega, senza appiattimenti, alla ricerca sociologica, alla considerazione geografica e al rilievo dato al contesto storico. Si tratta peraltro di un metodo che Pedullà ha avuto modo di mettere a punto in precedenti antologie: con Racconti della Resistenza europea aggiunge un tassello alla serie aperta nel 2005 con Racconti della Resistenza italiana e proseguita nel 2021 con i Racconti del Risorgimento editi per Garzanti. Si completa così un trittico dedicato ai momenti fondativi (o rifondativi) delle comunità politiche italiana e europea, interrogando per questa via uno dei temi croce e delizia della teoria e della critica letteraria: l’intreccio sghembo che lega la storia alla letteratura.
Si tratta di un tema paradossale. Per un verso risponde a un’ansia militante: attraverso l’almanacco delle rappresentazioni letterarie di un evento epocale si procura a una comunità una base mitopoietica e nei fatti fondativa. Per l’altro, solleva una legittima (quanto antica) curiosità scientifica: come reagisce la letteratura, con i suoi filtri e nelle sue strutture di fondo, alle sollecitazioni della storia? Mi sembra che in questa doppia anima riposi il senso di verità del volume. Nell’ampio saggio introduttivo Pedullà riconduce i 31 racconti a tre famiglie tematiche. 1) Il “paradigma della scelta”, di chiara ascendenza esistenzialista, che accomuna la letteratura dei paesi dell’Europa occidentale (Francia, Germania e Italia). Qui l’ingresso nella lotta partigiana coincide con una netta cesura esistenziale per i personaggi che la praticano, tra i quali prevale un senso di fiducia nell’effettiva possibilità di incidere sull’esito del conflitto. 2) Il “paradigma dell’annientamento” si concretizza in un Est in cui la guerra nazifascista esprime una ferocia inaudita: qui la dissimmetria tra le forze in campo è tale per cui la stessa opzione della resistenza precipita in un’impotenza metafisica. In questi racconti l’esistenzialismo sartriano si deforma in una sorta di grottesco teatro dell’assurdo. 3) Infine, la variante balcanica, con il suo “paradigma della guerra intestina”, in cui il nemico più che lo straniero nazifascista è incistato nel cuore stesso della comunità (si veda ad esempio il racconto di Branko Ćopić, Corrispondenza sulla vacca). Si tratta di costrutti flessibili, che si sommano ad altri già individuati in Racconti della Resistenza italiana e dai quali emerge tuttavia un’immagine di Europa in chiaroscuro: spacchettata in grandi spazi schiacciati (forse con eccessiva enfasi tematica) sugli andamenti del secondo conflitto mondiale e perciò irriducibile a una memoria condivisa. Se dunque l’Europa è stata costruita sui mercati e la moneta, non sarà la letteratura a fare gli europei. Quantomeno non il racconto resistenziale, dice Pedullà. Racconti della Resistenza europea non è dunque un’antologia che propone un mito fondativo bell’e pronto: lavora semmai a discernere, a separare, a far esplodere la resistenza in un pulviscolo di resistenze, cercando di preservarne il valore storico e memoriale.
La mappatura accademica delle forme tematiche cela tuttavia una proposta militante di canone, e ricorda come Pedullà pratichi anche la scrittura in proprio. Essa si fonda su tre presupposti. 1) Pedullà enfatizza la necessità di rompere il nesso che lega “grandi eventi storici” e realismo letterario. Accorda così una netta preferenza a una letteratura ad alto tasso di figuralità, in grado di trasfigurare i fatti attraverso i filtri dei generi e le forme (più Calvino, Fenoglio e Meneghello e meno Pratolini, per intenderci). Uno dei meriti del volume è mostrare come le fasi di crisi inneschino non solo “temi nuovi”, ma generino mutamenti stilistici e formali nei modi di raccontare. Gli scrittori della Resistenza — come del Risorgimento — non producono necessariamente forme inedite, ma rovistano nel mucchio della tradizione europea per adattarla a un tema innovativo.
2) Nel novero delle scritture resistenziali Pedullà sembra poi individuare una sorta di motore immobile, che riposa sull’implicita preminenza dell’asse franco-tedesco. Uscito malconcio (a dir poco) dal secondo conflitto mondiale, si impone nel panorama culturale dell’Europa postbellica grazie alla fortuna dell’esistenzialismo heideggeriano prima, sartriano poi. In fondo, la letteratura resistenziale prodotta in Est Europa e che ricade sotto il paradigma dell’annientamento non è che una variante oltranzista (che scivola cioè verso l’assurdo) della letteratura esistenzialista francese e tedesca. Il permanere nei testi di tracce formali e stilistiche del surrealismo e dell’espressionismo (zoom, tagli analogici, ecc.) non fa che accentuare tale primato, rifratto poi nelle varie tradizioni nazionali “periferiche”.
3) Infine, Pedullà sostiene quei testi che portano avanti l’ideale della letteratura come “hortus ambiguitatum”. A partire dalla felice immagine dei partigiani come insepolti, come fantasma di una generazione passata che grava come un incubo sul cervello dei viventi, Pedullà insiste sulla necessità di una letteratura che scarti l’oratoria, che insinui dubbio e sollevi domande più che pacificare o santificare. Incapace di ammaestrare, la letteratura assume così le vesti di un contropotere. Giocando sull’enfasi del caso particolare, del destino privato, antieroico e feriale, i racconti inclusi nell’antologia sono di fatto irriducibili alla grande retorica del martirologio e delle vite dei santi. E si oppongono, per tale via, anche al modello storiografico.
Vorrei accennare qui di seguito, brevemente, solo alcune suggestioni. Rompere il nesso formale tra fatti e realismo per valorizzare al contrario la fatica della letteratura è lodevole. Tuttavia, dall’antologia emerge un’immagine di realismo un po’ troppo appiattita sugli esiti del dogmatismo sovietico. Lo stesso Lukács ricordava, al contrario, come vi fossero almeno due varianti di realismo: quello à la Ždanov e quello critico, che prevede la rappresentazione di contraddizioni profonde, interne o esterne all’individuo. Che poi il realismo critico sia nei fatti impossibile da trovare come il comunismo sognato nel socialismo reale è un altro paio di maniche. Inoltre, il neorealismo (in particolare in poesia) ha prodotto forse l’unica vera estetica partorita dalla guerra e dalla resistenza (non importa quanto malriuscita). E, almeno in Italia, ha anche avuto il merito di provare a superare il dilemma delle due culture (alta e popolare). La proposta letteraria che emerge dalle pagine di una rivista per i quadri del Pci come «Rinascita», per quanto ne dica Vittorini, era solida e interessante nelle sue varianti dialettali e popolari; è stata azzoppata nel momento in cui i dioscuri di partito, tra il 1956 e il 1960, l’hanno addomesticata ai gusti dei salotti europei, segnandone la marginalità nelle strategie culturali.
L’esaltazione del particolare, del caso ambiguo irriducibile alle leggi generali descritte dalla storiografia è la riproposizione di una partizione bimillenaria. Essa è legata a doppio filo alle caratteristiche formali della narrativa (in particolare quella breve): descrizione di fatti circoscritti e punto di vista focalizzato su un singolo destino non possono che enfatizzare la parte a scapito del tutto. Tale dimensione formale si determina storicamente nel secondo dopoguerra in coincidenza della moda esistenzialista. La complessità del fenomeno è irriducibile allo spazio offerto da una recensione, ma certo non si può negare che l’esistenzialismo abbia costituito, per le classi europee colte (in particolare proprio italiane, francesi e tedesche), anche una forma di uscita morbida e senza grossi patemi dalla cultura dei regimi nazifascisti (l’esistenzialismo post-gentiliano in fondo penetra in Italia fin dal 1936). Nel dopoguerra si è dunque imposto come ideologia trasversale (dalla sacralità cattolica della persona, al socialismo umanistico e antiscientifico), senza dichiararsi mai organico a uno schieramento preciso. La sua canonizzazione (al netto dell’assoluta preminenza estetica, che è fuori discussione) è dunque anche il frutto dell’affermazione dell’autonomia del ceto intellettuale, in quanto separato e irriducibile ai programmi di partito. In questo, forma e storia, prassi di lungo periodo e logica di fase si saldano.
Infine, la grande questione della letteratura come hortus ambiguitatum. Probabilmente nessun intellettuale che voglia farsi prendere sul serio potrebbe oggi dissentire da tale affermazione che si ritrova, con sfumature, al centro del dibattito nazionale e internazionale. Si tratta di una posizione così potente da essere sussunta anche da una certa storiografia accademica che ne ha inglobato i tratti (punto di vista soggettivo, empatia, avvertimento del contrario). È, peraltro, al centro di discipline come la psicologia e la riflessione giuridica relativa al diritto penale. Mi chiedo tuttavia se ciò non sia anche l’esito di un processo più generale, a sua volta storicizzabile e che proverei a formulare in termini dubitativi: la fiducia nella capacità di conoscere il generale attraverso l’esibizione del particolare, nonché la riduzione della letteratura a palestra di “sabotaggio sistematico delle certezze” possono essere entrambi visti come sintomi di una crisi epistemologica e etica profonda. Le classi colte dell’Europa occidentale (interessante poi sapere quale sarebbe l’accoglienza dell’antologia presso un pubblico polacco o baltico) sfruttano le potenzialità del particolare per coprire l’assenza di strumenti euristici in grado di spiegare in modo convincente la complessità; mentre l’immagine della letteratura come “teologia negativa” serve a tamponare il vuoto di capacità propositive di una classe borghese col fiato corto, che non sa più elaborare miti egemonici: la crisi dell’attrattività del modello democratico è in fondo il grande non detto del nostro tempo. Segnali che dimostrano di essere entrati in una stagione di neo-pirronismo.
Tutto questo Pedullà lo sa bene. E sa che in tale cornice provare a tenere la capra della pedagogia civile rifiutando i cavoli di una funzione “direttiva” della letteratura rischia di essere un esercizio da trapezista. In una fase in cui le élites europee (e, per ragioni diverse, proprio il motore franco-tedesco) spingono su una guerra di confine, la proposta minima di “federalismo europeo antifascista” che Pedullà offre con i suoi Racconti della resistenza europea sembra essere l’unica adatta al pubblico della “buona borghesia” della conoscenza, in preda alle sue ubbie e alle sue debolezze ideologiche.
Gabriele Pedullà (a c. di), Racconti della Resistenza europea, Torino, Einaudi, 2025, XCVII + 423 pp. (22 Euro)