di Marco Rizzo

 

Francesco Dall’Aglio e Carlo Ziviello, Oppenheimer, Putin e altre storie sulla bomba, Ad est dell’equatore 2023, 14 euro

 

“Il discorso pubblico sull’atomica dal 1991 è, sostanzialmente, la storia di una grande rimozione. Dopo aver vissuto per più di quarant’anni con la paura concreta dell’estinzione dell’umanità a causa di un conflitto atomico tra USA e URSS, ci si è ritrovati all’improvviso e con enorme sollievo in un mondo almeno per noi pacificato, in cui l’idea del ricorso all’atomica per regolare un conflitto tra potenze appariva improvvisamente irrealizzabile. […] Nel discorso politico-militare delle nostre democrazie l’utilizzo dell’arma nucleare è dunque diventato simbolo di arbitrio, brutalità, sconsideratezza, e questo a dispetto […] del fatto che l’unico paese ad aver utilizzato finora l’arma atomica è una democrazia liberale, per giunta in una fase del conflitto dove la propria sopravvivenza non era affatto messa in discussione […]. Le armi nucleari non sono certamente un’arma come tutte le altre, ma sono un’arma, e sono presenti negli arsenali non solo come deterrenza ma, se necessario, per essere utilizzate. Anche dai paesi “civili”, qualora si trovassero di fronte a un rischio esistenziale, che esista o no una sorta di tabù, tacito o esplicito, sul loro utilizzo: e questo è un fattore di cui bisogna essere sempre pienamente consapevoli.” (Francesco Dall’Aglio, pp. 162-165)

 

Scritto a seguito del precipitare del conflitto tra Russia e Ucraina nel 2022, l’agile volume di Francesco Dall’Aglio e Carlo Ziviello pubblicato nel 2023 rappresenta tuttora una lettura quanto mai utile e istruttiva per chi volesse conoscere più approfonditamente la storia delle armi e dei test nucleari, nonché degli equilibri politici tra le potenze in possesso di tale tecnologia bellica. Tenendo insieme il livello storico-politico con quello prettamente militare, questo libro ripropone numerose questioni che purtroppo sono tornate a farci compagnia. A volte come rumore di fondo, a volte anche come vertigine acuta come quando abbiamo recentemente sentito dichiarare da parte dall’inquilino della Casa Bianca che “una intera civiltà morirà stanotte”. A livello strutturale il libro è significativamente suddiviso in due parti che coprono l’intera “era nucleare”, dal 1945 al 2023, con il 1991 (scioglimento dell’URSS e conseguente fine della Guerra Fredda) come anno spartiacque. Apprezzabile e non scontato è lo stile chiaro e divulgativo grazie a cui il saggio di Ziviello e Dall’Aglio riesce in forma puntuale a far luce su diversi interrogativi riguardanti l’“arma dell’apocalisse”. Mi limito a elencare di seguito alcuni dei più importanti in funzione di riepilogo, strutturando su di essi l’“invito alla lettura” che ne seguirà:

 

-In che cosa consiste la deterrenza nucleare e la prospettiva della Mutua Distruzione Assicurata?

-Che regole si sono dati gli Stati in possesso di bombe atomiche per decidere a quali condizioni usarle o (si spera…) non usarle?

-Chi può infine effettivamente ordinare un attacco nucleare e che tipo di tecnologia militare è necessaria oggi per portarlo a termine?

-Che cosa sono i trattati di non proliferazione e gli accordi volti a limitare i propri arsenali nucleari e missilistici firmati da Stati Uniti e URSS (poi Russia) anni fa e quanti di essi sono ancora in vigore?

Tutte questioni, come si vede, che necessitano di bilanciare il piano tecnico-operativo e quello strategico-concettuale. Con ciò, il libro risulta piacevole da leggersi (per quel che consente l’argomento) poiché non tralascia aneddoti curiosi o fatti minori e poco noti in grado di sorprenderci (o inquietarci[1]), come lo schieramento di 30 missili Jupiter statunitensi da 1,4 megatoni in Puglia a inizio anni Sessanta, in aperta campagna, in piena vista ed esposti ad agenti atmosferici, fulmini compresi. Chi lo avrebbe detto…

 

Mutua Distruzione Assicurata, deterrenza nucleare e dottrine d’uso

 

Un elemento di rilievo da cui prende le mosse la sezione del volume curata da Ziviello è il concetto di MAD (Mutual Assured Destruction), cruciale per rendere sostanziale e credibile il sistema di deterrenza nucleare di uno Stato di fronte a potenze rivali. Puntualmente citato per liquidare come impossibile il rischio di un reale conflitto nucleare, va invece chiarito che si tratta di un concetto assai mobile nel corso del tempo e che risulta ancora oggi tutt’altro che scontato:

 

“Uno degli elementi che hanno contribuito a mantenere stabile il rapporto di forze tra potenze nucleari è stata la garanzia che la distruzione di un contendente avrebbe significato la distruzione anche dell’altro. Questo principio significa tenere in ostaggio l’intera popolazione di entrambi i Paesi: una specie di stallo tra pistoleri dove ognuno tiene sotto tiro il figlio dell’avversario: nessuno avrà il coraggio di sparare. Ma per quanto stabile, non si tratta certo di una posizione comoda. La tentazione di trovare un sistema più efficace di puntarsi vicendevolmente una pistola alla tempia c’è sempre stato.” (C. Ziviello, pp. 144-145)

 

In ragione di ciò, la moltiplicazione quantitativa e qualitativa di ordigni atomici o termonucleari e di sistemi sempre più complessi e veloci per far detonare le proprie testate sui bersagli designati ha visto USA e URSS protagonisti, per quasi 40 anni, di una corsa instancabile volta a far pendere il sistema di deterrenza[2] a proprio favore, o almeno di mantenere uno stato di perfetto equilibrio con la controparte[3]. Non è casuale infatti che lo stato di massima tensione (nonché di volume di spesa militare) raggiunta durante la Guerra Fredda, ben più della crisi dei missili a Cuba nel 1962 siano stati gli anni Ottanta, segnati dal progetto reaganiano di uno “Scudo spaziale” in grado di scompaginare completamente gli equilibri nucleari consolidatisi nei precedenti decenni. Fortunatamente, almeno per ora, un tale stato di squilibrio non è mai stato troppo prolungato nel tempo e/o accompagnato da un contesto politico favorevole all’apertura di un conflitto diretto e a intensità crescente tra le due (o altre) potenze.

 

Sempre a proposito di deterrenza, Ziviello si sofferma sulle dottrine dei vari Stati detentori di armamenti nucleari. Dottrine racchiuse in documenti pubblici, in quanto esse hanno la primaria funzione di avvertire con chiarezza le altre potenze nucleari delle linee rosse che queste ultime non devono superare, se non vogliono correre il rischio di contromisure sgradevolmente memorabili. Si tratta di documenti assai diversi, attentamente calibrati e periodicamente aggiornati (la Russia ad esempio lo ha fatto recentemente, nel novembre 2024) in base al mutare della situazione geopolitica globale e regionale, al presentarsi di nuove minacce militari reali o percepite, nonché dello sviluppo di nuove tecnologie belliche in grado di incidere sugli equilibri di deterrenza. Che tali documenti esistano e che siano stati finora letti e meditati con grande attenzione da parte degli altri stati membri del club nucleare, è uno dei motivi per cui siamo ancora vivi e in grado di potercene occupare, magari non in un bunker antiradiazioni. Posto ciò con chiarezza, è forse poco consolatorio ma assai realista prendere atto che si tratta pur sempre di regole non vincolanti e non soggette a nessun tribunale, organismo internazionale o autorità superiore. Sono insomma degli strumenti di riduzione del rischio di “scommesse” in materia. Come tali vanno visti con favore, ma senza alimentare sensi di sicurezza troppo speranzosi.

 

Per entrare direttamente nel merito di alcune di queste, notiamo che la dottrina nucleare cinese prevede l’esplicita assunzione del principio del No First Use: ovvero il rifiuto di colpire per primi con degli ordigni nucleari e in ogni caso l’impegno a non impiegarli contro Stati che non possiedono a loro volta armi nucleari. e indiana. Lo stesso vale per l’India, data la cronica situazione di tensione con il vicino Pakistan, divenuto potenza nucleare nel, 1998. Viceversa Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia hanno deciso di mantenere volutamente una posizione ambigua su tale punto. Da qui la necessità di ampliare il più possibile la gamma di strumenti bellici credibilmente in grado di colpire le potenze nucleari rivali, in risposta a una “minaccia esistenziale” (altro concetto lasciato scivolosamente non precisato) o a un attacco nucleare. La triade decisiva è costituita da aviazione, missili intercontinentali e sottomarini. Stati Uniti e Russia (con la Cina a seguire) godono infatti di un primato nucleare poiché presentano una robusta dotazione di tutte e tre le componenti[4]. Francia e Gran Bretagna hanno invece una deterrenza più debole, per un’ampia serie di motivi: il numero decisamente più limitato di ordigni atomici di cui dispongono, in primo luogo; l’essere entrambe sprovviste di missili a lunga gittata a seguire; per l’obsolescenza e indisponibilità a un impiego in tempi rapidi delle proprie forze nucleari per quanto riguarda la Francia; infine, nel caso del Regno Unito, per la dubbia autonomia operativa derivante dalla dipendenza tecnologica USA.[5] Lasciando da parte la Corea del Nord, peculiare è sicuramente il caso di Israele, potenza nucleare che non ha mai ammesso di esserlo e di cui quindi è impensabile conoscere la dottrina di deterrenza. Inutile specificare quanto ciò non sia propriamente rasserenante, alla luce della torsione aggressiva e destabilizzante che ha assunto in Asia Occidentale negli ultimi anni.

 

Da notare infine che tali dottrine, nonché i trattati (INF e START in primo luogo) stipulati tra USA e URSS a partire dalla fine degli anni Ottanta per ridurre progressivamente i propri arsenali, riguardano le sole armi nucleari strategiche, relegando le armi nucleari tattiche (per nulla “light”, come qualcuno potrebbe erroneamente pensare dal nome) e il loro potenziale uso a una sorta di “terra di nessuno”. Anche qui, non proprio un quadro rassicurante. Occorre infine aggiungere che, al momento, le uniche potenze nucleari che hanno stabilito una linea di comunicazioni per le emergenze al fine di evitare errori e fraintendimenti di mosse o intenzioni, sono sempre Stati Uniti e Russia. Una piccola e positiva eredità lasciata dalla crisi dei missili a Cuba del 1962, che è però rimasta finora isolata. Per tutti gli altri (India e Pakistan in primis) … si spera di non trovare la linea occupata durante momenti delicati.

 

Test ed esercitazioni nucleari

 

Hiroshima, Nagasaki, Cernobyl, sono nomi entrati nell’immaginario collettivo conservando tutto il loro carico di angoscia. Non lo stesso si può dire per luoghi come Novaja Zemlja, Bikini, la Polinesia francese, rimasti sconosciuti ai più. Ad accomunarli è un’altra storia nucleare da raccontare, una storia “minore”, almeno ad oggi sostanzialmente conclusa ma tutt’altro che priva di gravi conseguenze per le popolazioni che vi abitavano: quella dei test nucleari. Anche di questo parla il volume di Ziviello e Dall’Aglio, evidenziando come la corsa a svolgere esperimenti nucleari sempre più grandi, in contesti ambientali e in scenari di scontro militare simulato sempre più complessi, sia probabilmente servita da valvola di sfogo ad una competizione militare che rischiava prima o poi di deflagrare in scontro aperto. Ma il costo umano e ambientale di queste “sessioni di allenamento” è stato alto, in particolare nella Polinesia francese: in documenti declassificati nel 2013 è emerso che il 90 % delle 125.000 persone che vi abitavano è stato colpito a sua insaputa dal fallout radioattivo dai 41 test condotti lì tra il 1966 e il 1974 dalla Francia. La quale, come annota Ziviello con beffarda amarezza, era peraltro in buona compagnia almeno fino all’inizio degli anni Sessanta: “Quando USA e URSS cominciarono a dotarsi di sistemi avanzati di rilevamento, una detonazione nucleare (specie se atmosferica) o il lancio di un missile balistico poteva essere scambiato per un attacco a sorpresa; informare la controparte dell’imminenza di un test nucleare o missilistico diventò un’abitudine. Informare i civili dei rischi reali di contaminazione invece non lo diventò mai.” (p. 81)

 

Anche su questo piano le due superpotenze ebbero comunque modo di distinguersi, quasi in maniera speculare. Alla segretezza militare sovietica gli USA risposero con una vera e propria spettacolarizzazione dei test nucleari, facendoli diventare negli anni Cinquanta un fenomeno pop, rendendoli addirittura parte di pacchetti turistici alla moda. Dalle camere di Las Vegas con vista sui funghi atomici del deserto del Nevada all’iconico bikini estivo (di cui si è perso il legame con un paradiso tropicale divenuto un inferno radioattivo), anche l’apocalisse ha finito quindi per diventare un oggetto di consumo e spettacolo. In opposizione a questo rischio, specie in una congiuntura storica incerta e pericolosa come la nostra, è allora salutare e necessario ricordare nel dettaglio gli effetti distruttivi, al netto delle radiazioni, del più potente ordigno nucleare finora esploso in atmosfera: la cosiddetta “bomba dello Zar” da 50 megatoni (potenziale peraltro dimezzato rispetto al modello iniziale, bontà loro…), fatta detonare dall’URSS il 30 ottobre 1961 sopra l’isola di Novaja Zemlja, a nord del Circolo Polare Artico:

 

“La resa fu 1570 volte più potente delle bombe sganciate su Hiroshima e Nagasaki messe insieme […]. Tutti gli edifici in legno e mattoni della vicina Severny, situata a 55 km dall’esplosione, furono annientati. In altri centri situati a più di centro miglia dal punto zero, le case di legno crollarono e quelle in mattoni e pietra subirono danni. […] L’intenso calore provocato dall’esplosione è stato in grado di provocare ustioni di terzo grado a una distanza di 62 miglia dal punto zero. L’onda d’urto è stata avvertita fino all’insediamento di Dickson, a 430 miglia di distanza, e le finestre si sono frantumate a una distanza di 560 miglia. […] Nonostante sia stata fatta esplodere a 13.000 piedi dal suolo, la magnitudo sismica della Bomba Zar è stata stimata tra 5 e 5,25. […] La palla di fuoco raggiunse quasi l’altezza del Tupolev, oltre 10 km, mentre il fungo atomico si innalzò per 60 km, oltre sette volte l’altezza del Monte Everest.” (pp. 96-97)

 

Non mancano neppure, in questo capitolo del libro, aneddoti a cavallo tra comicità e tragedia. Durante l’operazione “Castle Bravo”, condotta dagli USA nel 1954 nell’atollo di Bikini, il fallout radioattivo fu ad esempio ben più esteso del previsto, costringendo gli stessi osservatori del test a rimanere rintanati in un bunker a decine di chilometri di distanza per diverse ore, prima di essere tratti in salvo. Ad altri è andata meno bene di questi moderni apprendisti stregoni. È il caso del peschereccio giapponese (si noti la nazionalità e l’anno…) “Drago fortunato”, che si è trovato all’infuori della zona di irradiazione prevista proprio per quel test, ma che è stato comunque investito in pieno dalla pioggia radioattiva. Tutti i membri dell’equipaggi accusarono immediatamente sintomi da esposizione a radiazioni di media gravità nelle ore e nelle settimane successive. Alcuni di loro morirono precocemente di malattie direttamente correlate all’incidente, che fece anche da volano per il mito di Godzilla (il primo film della serie uscirà infatti pochi mesi dopo).

 

Degne di un riferimento sono anche le esercitazioni “Desert Rock” (Nevada, 1951 e ss.) e “Totskoje” (Monti Urali, 1954), ovvero delle simulazioni di operazioni militari terrestri con dispiegamento di numerosi reparti di fanteria e mezzi corazzati su suolo contaminato da esplosioni nucleari. La competizione militare tra le due superpotenze non poteva lasciare nulla al caso, nemmeno il come si sarebbe combattuto su un suolo nuclearizzato. Non è dato sapere se è stato effettuato un monitoraggio a medio-lungo termine dello stato di salute delle decine di migliaia di soldati che parteciparono a questi test, o se esso sia stato sottoposto a segreto militare. Come che sia, quella dei test è una storia che attraversa tutta la Guerra Fredda, ma che ha nel 1963 un passaggio decisivo: in quell’anno URSS, USA e UK siglano un trattato per porre fine ai test nucleari in atmosfera, nello spazio o sottacqua, impegnandosi da quel momento in poi a svolgerne solo di sotterranei allo scopo di contenere il fallout radioattivo. Francia e Cina lo sottoscriveranno alcuni anni dopo, rispettivamente nel 1974 e nel 1980.

 

 

Non Proliferazione

 

Un altro anno chiave per l’argomento di cui ci occupiamo è il 1967, anno in cui viene firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare, con cui gli stati aderenti si impegnano a non trasferire a paesi terzi armi nucleari in loro possesso; oppure, se sprovvisti di tali ordigni, a non svilupparne. Un tema ritornato di prepotente attualità con l’ipotesi di un’atomica iraniana. Dietro i buoni sentimenti e le dichiarazioni in favore di un’umanità in pace, dobbiamo più prosaicamente leggere già allora la volontà da parte delle potenze nucleari di mantenere uno status esclusivo, nonché di ridurre i rischi di instabilità derivanti da una dotazione nucleare condivisa tra troppi paesi. (È opportuno in proposito ricordare che le armi nucleari statunitensi dispiegate in Europa, più precisamente in Gran Bretagna, Paesi Bassi, Belgio, Germania e anche in Italia, nelle basi di Aviano e Ghedi, rimangono di proprietà e gestione USA). Quando si parla di nucleare militare si tende infatti a dimenticare un fatto non propriamente trascurabile: un paese in possesso di armi nucleari sottoposto a instabilità interne troppo forti, guerre civili o rischi di smembramento e dissoluzione della sua struttura statuale, rappresenta automaticamente un pericolo per tutti gli altri Stati. Fosse anche il loro più detestato nemico. Una vicenda che risulta esemplare e istruttiva a questo riguardo è la dissoluzione dell’URSS nel 1991, ricostruita puntualmente da Francesco Dall’Aglio nel volume. Al termine della Guerra Fredda erano ancora in dotazione del nemico sconfitto quasi 35.000 testate nucleari. 32.000 di queste erano collocate nel territorio della Federazione Russa, ma circa 3.000 risultavano invece distribuite tra Kazakistan, Bielorussia e Ucraina. Aver sconfitto un potente nemico è stato ovviamente motivo di prestigio e soddisfazione per il vincitore. Vedere i suoi arsenali nucleari condivisi tra nuove entità statuali imprevedibili, o addirittura trafugati e trasferiti a soggetti poco raccomandabili (ma soprattutto poco controllabili: criminalità organizzata, milizie guerrigliere, organizzazioni terroristiche) rischiava di costituire un brusco e inquietante risveglio. Gli Stati Uniti se ne resero subito conto e dedicarono alla questione notevole attenzione diplomatica e sforzo di cooperazione militare per tutti gli anni Novanta. Bielorussia e Kazakistan si mostrarono subito pronte a cedere alla Russia le testate rimaste sul loro territorio. Con l’Ucraina l’accordo in materia fu invece tutt’altro che immediato e facile da raggiungersi. Vide anzi entrare in un’unica partita diplomatica diverse questioni: dal contenzioso sull’eredità della Flotta del Mar Nero alla destinazione ad uso civile del materiale fissile derivato dallo smantellamento delle testate (prive tuttavia di codici di lancio e di sblocco, conservati a Mosca), dalla cancellazione del debito per delle forniture energetiche di gas e petrolio precedentemente ricevute fino al dibattito sulle garanzie di sicurezza, tanto dal lato russo che da quello statunitense. Proprio quest’ultimo risultò decisivo per spingere l’Ucraina, dopo un percorso diplomatico di quasi tre anni, a cedere alla Federazione Russa le armi nucleari rimaste sul proprio territorio, giudicando preferibile avere a che fare in quell’area con una sola potenza nucleare (peraltro economicamente e politicamente traballante e ridotta a uno stato di sudditanza) invece che con due. Va da sé che col senno di poi…

 

Accanto a questi affari diplomatici ben risoltisi per tutti, o almeno così sembrava in quel momento, gli anni Novanta iniziarono anche con la stipula del primo trattato START (STrategic Arms Reduction Treaty) che limitava a un massimo di 6000 testate e 1600 missili balistici intercontinentali l’arsenale nucleare delle due superpotenze, che accettarono di sottoporsi a un sistema di ispezioni e di controlli incrociati in grado di garantirne la reciproca e paritaria attuazione. Così effettivamente andò: sotto l’occhio attento e collaborativo degli ufficiali americani (e a parti invertite, sull’altra sponda dell’Atlantico, o del Pacifico se vogliamo rovesciare il punto di osservazione) l’intero arsenale nucleare sovietico venne messo in sicurezza e in buona parte smantellato, determinando in meno di un decennio il dimezzamento del numero totale di testate nucleari esistenti – quelle oggi presente in tutto il mondo sono un quarto del picco più alto raggiunto durante la Guerra Fredda, a metà degli anni Ottanta. Un numero pur sempre sufficiente a distruggere l’intero pianeta decine di volte determinando un’estinzione di massa. Ma comunque qualche passo indietro rispetto al baratro era stato compiuto. Uno scenario a dir poco impensabile solo un decennio prima, in cui tanto la riflessione intellettuale[6] che l’immaginario popolare (un eloquente indicatore lo possiamo inaspettatamente rintracciare nelle canzoni del periodo[7]) era animato da angosce e tentativi di esorcizzarle di tutt’altro segno.

 

Problemi aperti (e qualche spunto dal passato per capirli, forse)

 

È stato ricordato all’inizio che lo studio di Ziviello e Dall’Aglio è stato scritto tra il 2022 e il 2023, vale a dire in una congiuntura storica in cui la possibilità di uno scontro diretto tra la Russia e la NATO (con o senza gli USA, in Ucraina o anche al di fuori) è tornata a dominare il dibattito pubblico e a orientare le scelte dei decisori politici, nonché l’immaginario collettivo. Più o meno tutti a partire da allora ci siamo chiesti: Putin (o chi dovesse prendere il suo posto prima o poi) davvero sgancerà l’atomica in Ucraina o su altri Stati europei suoi alleati o cobelligeranti, se la Russia non riuscisse a far volgere a suo favore la cosiddetta “Operazione Militare Speciale” iniziata quattro anni fa? Lasciando da parte la valutazione storico-politica sulle cause e sulla ripartizione di responsabilità di questa guerra (che già annovera un numero di morti spaventosamente vicino a un milione considerando ambo le parti, in larghissima maggioranza soldati) e della sua sanguinosa cronicizzazione, senza apparente soluzione sul campo di battaglia, possiamo qui limitarci a riproporre alcuni punti interrogativi che sono circolati negli ultimi anni. L’argomento è sempre l’ipotetico ricorso (russo, si intende) alle armi nucleari per porre fine al conflitto, su cui il volume prova a fare almeno un po’ di chiarezza. A volte rassicurandoci, a volte non esattamente.

 

Il primo nodo da sciogliere, forse il più rilevante, riguarda il concetto di “Escalate to de-escalate”. Si tratta di un concetto paradossale, vale a dire in bilico perfetto tra rigore logico e follia calcolata. Potremmo provare a riassumerlo così: per evitare un conflitto militare più lungo e duraturo, o il suo allargamento a più Stati, oppure ancora un rilevante salto di qualità delle capacità offensive del nemico, lo Stato che ne ha la possibilità dovrebbe chiudere la partita con un atto militare decisivo, schiacciante e concentrato nel tempo, che costringa il nemico a desistere dalla sua volontà di prolungare o di radicalizzare le ostilità. E l’arma nucleare, anche tattica, è da questo punto di vista un mezzo più che idoneo allo scopo. Evidenti sono però i problemi politici e militari (a voler lasciare da parte quelli etici…) lasciati insoluti da un tale scenario. Cosa accadrebbe se la scommessa non funzionasse? Se il nemico volesse continuare a combattere comunque? Se proprio quell’atto che doveva prevenire e impedire l’escalation, dovesse al contrario suscitarla? Proprio questo margine di imprevedibilità rende quest’ipotesi scivolosa, dall’esito incerto e non controllabile. Anche in ragione di ciò (ma non solo di ciò), persino in frangenti militarmente negativi (come l’autunno del 2022), l’attuale capo del Cremlino non l’ha mai finora realmente presa in considerazione, puntando invece su una strategia di logoramento e di esaurimento delle capacità umane, economiche, energetiche e logistiche in grado di sostenere lo sforzo bellico ucraino. Del che non c’è da rallegrarsi naturalmente, se non fosse che la richiesta di un cambio di strategia, di una “linea dura”, è progressivamente cresciuta negli ultimi anni fra i vertici politici e militari del regime russo. A motivare questa crescente pressione verso un cambio di passo sono soprattutto l’eccessiva dilatazione temporale del conflitto e il suo spostarsi sempre più anche in territorio russo (sia pure in forma asimmetrica); nonché, ovviamente, l’enorme volume di forniture militari NATO all’Ucraina e il varo di piani di riarmo europeo esplicitamente orientati a una guerra contro la Russia, da alcuni giudicata inevitabile. Il rischio di dover definire in un qualche futuro lastrategia militare finora tenuta dalla Russia come “moderata”[8], esiste insomma. Ed è opportuno che anche in Europa su ciò si rifletta adeguatamente, finché la possibilità di una soluzione negoziale, anche di compromesso, sarà ancora percorribile come alternativa a una guerra su vasta scala dagli esiti tragicamente immaginabili.

 

L’altro punto dolente e scoperto, direttamente connesso a quanto detto sopra, è il fatto che di tutti i trattati siglati tra Stati Uniti e URSS (e poi Russia) per ridurre e contenere la propria spesa militare direttamente o indirettamente nucleare, nonché il dispiegamento di vettori intercontinentali a testata nucleare in posizioni geograficamente critiche, nessuno di essi è ad oggi rimasto in vigore. L’ultimo e più importante, lo START, è scaduto nel gennaio di quest’anno. Anche di ripresa di test nucleari si sta progressivamente tornando a discutere, in una dinamica in cui il “chi inizia per primo?” è secondaria rispetto alla logica che necessariamente si va a innescare, superando determinate linee rosse. Neppure trascurabile, nell’eventualità in cui l’“ombrello nucleare” USA sull’Europa occidentale dovesse risultare un mero elemento di sudditanza politica degli stati ospitanti, invece che un elemento di deterrenza reale verso la Russia, è la già menzionata assenza di un canale di comunicazione di emergenza volto a prevenire incidenti e incomprensioni tra la Russia e le altre due potenze nucleari europee (Francia e Gran Bretagna).

 

Come spiega Dall’Aglio nel libro, la catena di eventi e di mosse che può portare all’escalation nucleare è lunga e articolata ma non necessariamente lenta. Da qui l’importanza del tempismo e di strumenti e margini di de-escalation per prevenire errori e gestire eventuali crisi, come quella del 1962 a Cuba, conclusasi con il mancato dispiegamento di missili sovietici sull’isola e con il successivo ritiro dei corrispettivi missili USA con testate nucleari posizionati in Italia e Turchia. In quel frangente, sia pure tesissimo, giocò a favore dell’accordo anche il fatto che sia Kennedy che Krusciov avevano fatto esperienza diretta di una guerra (per giunta da alleati); entrambi erano dunque esistenzialmente consapevoli di tutte le conseguenze derivanti dalle loro decisioni. Non possiamo ovviamente dire lo stesso, a 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, dei nostri attuali governanti. Fa anzi una certa impressione leggere, specie a fronte della sistematica demonizzazione e “hitlerizzazione” del nemico che domina la propaganda bellica odierna, le stranianti parole di una breve missiva che Jacqueline Kennedy inviò al presidente sovietico Nichita Krusciov nel novembre 1963, in risposta a un suo messaggio di condoglianze per l’assassinio del marito: “Tu e lui eravate avversari, ma alleati nella determinazione che il mondo non dovesse saltare in aria. Vi rispettavate a vicenda e potevate confrontarvi.” Che questo pieno riconoscimento dell’altro e del suo rango non sia semplicemente un fatto di bon ton o di protocolli diplomatici, ma abbia anche delle implicazioni politiche sostanziali ce lo suggerisce implicitamente Ziviello, allorché annota che la corsa allo spazio è servita nei primi due decenni della Guerra Fredda a spostare la competizione tra USA e URSS dal piano meramente politico-militare a uno tecnologico e scientificamente creativo. Lo stesso si potrebbe forse dire oggi della competizione tra Cina e Stati Uniti sul terreno dell’Intelligenza Artificiale. Non si ravvisa invece nulla di simile tra Unione Europea e Russia, ad esempio.

 

La storia non si ripete mai identica, ma fornisce alla riflessione e all’azione nel presente degli esempi da discutere e dei modelli da comparare. E dunque, guardando alla Guerra Fredda e alle diverse fasi che l’hanno caratterizzata, si può osservare che l’esaurirsi del peso simbolico e degli investimenti nella corsa alle esplorazioni spaziali a metà degli anni Settanta è andata di pari passo con un aumento esponenziale delle spese militari (5 % del PIL USA negli anni Ottanta, a fronte di un’impressionate 10-15 % sovietico; sia appena consentito ricordare, in tempi di rinnovate e costose corse al riarmo in ogni dove, che in quell’occasione uno dei due ronzini andò incontro a uno schianto fatale nel giro di pochi anni) e con una moltiplicazione del numero di testate nucleari e della tipologia di strumenti di lancio.

Stanislav Petrov

E non casualmente sempre in quegli anni, nel 1983 per l’esattezza, si ebbero i due momenti di massimo pericolo mondiale dopo la crisi missilistica di Cuba: 1) Un falso alert nucleare – si scoprì poi, dovuto a un malfunzionamento tecnico – nel mese di settembre, giudicato correttamente implausibile dal colonnello sovietico Stanislav Petrov, che con lucida disobbedienza lo ignorò (correndo il rischio di vedersi fucilato per questo) ma che in base ai protocolli esistenti avrebbe dovuto innescare un meccanismo di rappresaglia; 2) L’esercitazione NATO “Able Archer” del novembre 1983, interpretata dai sovietici come preparatoria a un attacco reale, anche nucleare, al Patto di Varsavia, che fu spinto ad assumere contromisure militari significative volte a prevenire il supposto first strike avversario colpendo per primi. Anche in queste occasioni possiamo dire che ci è andata bene, con un margine di casualità e fortuna più grande di quanto forse vogliamo ammettere. Ma certo è il caso di dire (per tornare al peso politico del linguaggio) che la definizione dell’URSS come “Impero del Male”, coniata dal presidente statunitense Reagan nel marzo dello stesso anno, non abbia propriamente aiutato a ridurre le tensioni allora.

 

Per l’oggi, fra le molte e inquietanti incertezze che segnano il quadro internazionale, possiamo se non altro aggrapparci alla consapevolezza che nessun leader politico a capo di una potenza nucleare può decidere di ricorrere a quest’arma per sua sola decisione, senza il consenso operativo di altre autorità politiche (es. il Ministro della Difesa, o il Presidente della Repubblica) e soprattutto dei vertici delle Forze Armate. Per dirla con le parole di Dall’Aglio, che ci permettono di congedarci da questo cupo argomento almeno con un piccolo sorriso: “Insomma, se militari e politici non sono d’accordo il lancio non parte, il che senza dubbio ci conforta. Speriamo che litighino spesso.” (p. 167)

 

Note

 

[1] È il caso ad esempio di vari incidenti o quasi disastri dovuti a malfunzionamento di macchinario o a errori umani. Diversi di questi, oltre che nel saggio qui recensito, sono stati raccolti da Silvano Fuso in un articolo del 27/01/2026 per il blog “Volere la luna”: https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2026/01/27/linganno-e-i-rischi-della-deterrenza-nucleare/

[2] Cfr. Roberto Gravili, L’equilibrio del terrore: la dissuasione nucleare dalla Guerra Fredda a oggi, 13/06/2024 sulla rivista online “Analisi Difesa” per un approfondimento storico e concettuale: https://www.analisidifesa.it/2024/06/lequilibrio-del-terrore-la-dissuasione-nucleare-dalla-guerra-fredda-a-oggi/

[3] Degno di nota il sistema MIRV (Multiple Independently-targetable Reentry Vehicle, “veicolo di rientro a testate indipendenti”): “In sostanza, un ICBM [Intercontinental Ballistic Missile, ndr] che trasporta non una sola testata termonucleare, solitamente di grande potenza ma più vulnerabile alle intercettazioni, ma un “veicolo di rientro” in grado di trasportare testate multiple (da 3 a 12), posizionarsi in orbita e sganciare sull’obiettivo o gli obiettivi il proprio carico. Bombe di potenza minore, ognuna da 500-800 kt, ma più che sufficienti per spazzare via una città o un complesso militare. Il sistema MIRV è stato oggetto di diversi trattati di riduzione delle armi perché ritenuto destabilizzante del principio stesso della deterrenza. Una salva di 100 missili armati con veicoli MIRV significherebbe un numero di 1000 testate nucleari dirette su obiettivi militari che renderebbe impossibile un’azione di rappresaglia, vanificando il senso stesso della Mutua Distruzione Assicurata. Attualmente i trattati sulla riduzione degli armamenti nucleari hanno limitato – nel numero massimo di testate trasportabili – ma non bandito i sistemi MIRV; non tutte le potenze nucleari hanno inoltre aderito ai trattati. Se già il sistema MIRV è virtualmente inarrestabile nella sua totalità, sono allo studio sistemi MARV ovvero un veicolo di rientro capace di guida autonoma; rientrerebbero in questa categoria alcuni vettori ipersonici russi dove le singole testate non sono indipendenti ma anche in grado di effettuare manovre evasive e sottrarsi ai tentativi di intercettazione.” (C. Ziviello, p. 29)

[4] Con riferimento alla Russia, anche in ragione di alcuni possibili scenari presentati in chiusura, il volume osserva che durante la Guerra Fredda le forze militari terrestri (fanteria, artiglieria e mezzi corazzati) dell’URSS e del Patto di Varsavia sarebbero risultate probabilmente soverchianti rispetto a quelle della NATO, a fronte però di un marcato gap strategico sovietico in fatto di bombardieri e missili intercontinentali. Se la dissoluzione del Patto di Varsavia e l’entrata nella NATO di diversi suoi paesi ha completamente capovolto questo quadro, giova tuttavia ricordare che la Russia è invece efficacemente riuscita a compensare il divario summenzionato nell’ultimo quindicennio tramite lo sviluppo dei missili ipersonici, campo in cui la Russia oggi mantiene un’indiscussa avanguardia a livello mondiale. Non proprio un dettaglio, visto che questi missili possono portare testate nucleari e che nemmeno i più avanzati sistemi USA di difesa antiaerea danno ad oggi garanzie sulla loro capacità di intercettarli efficacemente.

[5] Cfr. Orazio di Mauro, La forza nucleare francese e britannica, tra potenza simbolica e insufficienza strategica, 25/10/2025, sul portale “La città futura”: https://www.lacittafutura.it/esteri/la-forza-nucleare-francese-e-britannica,-tra-potenza-simbolica-e-insufficienza-strategica

[6] Cfr. alcune riflessioni di Primo Levi contenute nel saggio I sommersi e i salvati del 1987, qui brevemente presentate: https://volerelaluna.it/cultura/2022/09/06/primo-levi-la-minaccia-nucleare-e-la-sua-rimozione/

[7] Cfr. Guido Mazzoni, Forever Young, 27/09/2024 sulla rivista “Snaporaz”: https://www.snaporaz.online/forever-young/

[8] Cfr. Enrico Tomaselli, Roulette russa, 19/05/2026 sul blog “Giubbe rosse”: https://giubberossenews.it/2026/05/19/roulette-russa/

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