di Francis Weller (trad. di Franca Mancinelli)

 

 

[Esce oggi per AnimaMundi il saggio dello psicoterapeuta e scrittore americano Francis Weller, Sul margine selvaggio del dolore. Rituali di rinnovamento e il sacro apprendistato del lutto  (trad. di Franca Mancinelli), con una nota introduttiva di Romano Madera e la prefazione di Michael Lerner. Questo libro, attualmente l’unico disponibile in Italia di Weller, inaugura la collana “Orienti” a cura di Francesco Occhetto. Riportiamo l’introduzione dell’autore.]

 

Il lutto e la perdita fanno parte dell’esperienza di ciascuno di noi. Quando ci riuniamo per un rituale legato a una perdita, un fiume di dolore e i suoi molteplici affluenti scorrono nella stanza. Vorticano intorno a noi, toccando tutti nel cerchio. Ascoltiamo come vengono nominati i volti della perdita: la morte di un partner, di un figlio, la fine di un matrimonio; il suicidio di un genitore o di un fratello; il cancro e il suo consumo rapace della vita; una casa persa per pignoramento; infanzie spezzate e piene di alcolismo, violenza e abbandono; le cicatrici persistenti di chi ha combattuto in guerra; malattie croniche che deprimono e debilitano; vite distrutte dalla dipendenza; e un dolore dilagante per il mondo in difficoltà. Quando arriviamo alla fine della condivisione, affiora la consapevolezza che questo è il nostro dolore condiviso, il calice comune da cui tutti beviamo. Sta a noi reggerlo e svuotarlo gradualmente. Lo possiamo fare insieme, iniziando un cammino verso la guarigione.

 

Per la maggior parte del tempo in cui siamo esistiti come specie, l’associazione primaria con il lutto è arrivata attraverso la morte di qualcuno che amavamo. Ogni cultura ha creato rituali per occuparsi del mistero primordiale della morte e accogliere la pioggia di dolore che segue la scomparsa di chi ci è caro. Oggi, tuttavia, le cause della perdita sono molteplici e la difficoltà di affrontare questa intricata rete di lutto può, a volte, sembrare opprimente. Queste perdite visitano continuamente la nostra vita. Le percepiamo come qualcosa di privato e insieme collettivo, intimo e condiviso. Sono arrivato a comprendere che gran parte del lutto che proviamo non è personale; non nasce dalle nostre storie o esperienze. Circola intorno a noi, viene da uno spazio più ampio, portato da correnti invisibili che ci toccano l’anima. Queste soglie del lutto rivelano la compenetrante realtà del nostro tempo: non siamo cellule isolate, separate da altre cellule; abbiamo membrane semipermeabili che rendono possibile uno scambio continuo con l’immenso corpo della vita. Registriamo nella psiche, consapevolmente o meno, la presenza di un dolore condiviso. Imparare ad accoglierlo, sostenerlo e metabolizzarlo è il lavoro di una vita e il fulcro di questo libro.

 

Il dolore ci aiuta a ricordare qualcosa che i popoli indigeni hanno sempre saputo: le nostre vite sono intimamente intrecciate le une alle altre, e con quelle degli animali, delle piante, dei fiumi e della Terra. Negli ultimi secoli, invece, abbiamo generato una frattura tra la nostra interiorità e la realtà che ci circonda. La psiche, tuttavia, non è confinata dentro di noi; si sovrappone al resto del mondo e forse, in questi tempi, è più evidente nei dolori e nelle sofferenze della Terra stessa[i]. Le nostre esperienze personali di perdita e sofferenza sono ora indissolubilmente legate alla morte delle barriere coralline, allo scioglimento delle calotte polari, alla scomparsa delle lingue, al crollo della democrazia e al declino della civiltà.

 

Ciò che ci riguarda come individui è inseparabile da ciò che riguarda il nostro pianeta, così come la nostra guarigione si radica nella stessa interdipendenza. La perdita ci unisce in una potente alchimia, conferma l’intimità del cuore con tutte le cose. Perdere qualcuno o qualcosa che amiamo porta a rifugiarci nel nostro lutto comune. Lutto e amore sono fratelli, intrecciati fin dall’inizio. La loro parentela suggerisce che non c’è amore senza perdita e che ogni perdita è un ricordo dell’amore per ciò che abbiamo avuto vicino al cuore. Sia da sole che insieme, morte e perdita fanno parte dell’esistenza di ognuno di noi.

 

È cambiato molto da quando ho iniziato a condurre rituali del lutto nel 1997. Allora, le persone spesso erano restie a riunirsi e a condividere il proprio dolore. Ho dovuto convincerle con delicatezza dell’importanza di ritrovarsi in un contesto comunitario per curare le proprie sofferenze. Oggi, tuttavia, le grandi lacerazioni e strappi nel tessuto della cultura, la crisi a cascata dei dissesti ecologici e la perdita di una certezza nella continuazione della vita stessa hanno iniziato a scalfire la nostra collettiva opposizione al dolore. L’accumulo di perdite preme sulla nostra psiche e ci chiede di affrontare i molteplici dolori che riempiono il mondo e le nostre vite. Questa crepa nella nostra negazione è uno dei segnali più carichi di speranza per il pianeta. Stiamo cominciando a prendere consapevolezza della vastità della perdita che si sta verificando nella nostra cultura e nei nostri ecosistemi. Oltre alle ferite e ai lutti personali, percepiamo la Terra stessa che ci chiede attenzione, affetto, cura e azioni concrete. Il nostro corpo avverte i suoi dolori; li sentiamo nella mente e li intravediamo nei sogni. L’intreccio di perdite individuali e collettive ha lasciato molti di noi con un senso di insicurezza, ansia e, in definitiva, con il cuore spezzato.

 

Questa frattura, tuttavia, può aprirci a un più ampio senso di identità, capace di vedere oltre i muri che hanno separato il sé da ciò che ci circonda. Attraverso il lutto veniamo iniziati a una conversazione più inclusiva tra le nostre individualità e l’anima del mondo. Stiamo cominciando a capire che non esiste un Io isolato e abbandonato nel cosmo: siamo partecipi di un’intricata rete di connessioni con un continuo scambio di luce, aria, gravità, pensiero, colore e suono, tutti fusi nell’elegante danza della nostra vita condivisa. È dentro la nostra vulnerabilità che possiamo percepire il luccichio di un salmone che nuota appena sotto il pelo dell’acqua, l’arco sorprendente del volo del rondone, la meraviglia di Mozart e la pura bellezza dell’alba.

 

Viviamo, tuttavia, in una società con la fobia del lutto, che rimuove la morte. Di conseguenza, il lutto e la morte sono stati relegati in ciò che lo psicologo Carl Jung chiamava ombra, la deposita- ria di tutti gli aspetti repressi e negati della nostra vita. Esiliamo nell’ombra tutte quelle parti che riteniamo inaccettabili per noi stessi o per gli altri, sperando così di liberarcene. Pensiamo in questo modo di poterci risparmiare il disagio di affrontare quello che ci disturba. Anche le culture confinano nell’ombra alcuni aspetti della vita psichica. Il nostro rifiuto di riconoscere il lutto e la morte ci ha trasformato paradossalmente in una cultura piena di morte. Secondo una delle osservazioni più inquietanti di Jung, ciò che releghiamo nell’ombra non resta lì passivo, in attesa di essere recuperato e redento, ma regredisce e diventa ancora più incontrollabile. Di conseguenza, la morte si fa sentire ogni giorno nelle nostre città: nelle sparatorie a scuola, nei suicidi, negli omicidi, nelle overdosi, nella violenza delle gang o nel “sacrificio autorizzato” dei caduti in guerra. Non sorprende quindi, l’arrancare di molti, segnati dalle cicatrici di questa società che dispensa morte. Sfortunatamente, i suoi tentacoli si allungano ben oltre le strade delle nostre città. I pendii delle colline sono spogliati degli alberi, lasciando senza casa le innumerevoli creature che un tempo vivevano tra le chiome, lungo i letti dei torrenti e nel sottobosco. Le montagne vengono distrutte per il carbone o per il rame. Gli oceani vengono sfruttati e svuotati di pesci. Gli animali che abitano nel sottosuolo, in dialogo diretto con la terra viva attraverso denti, artigli e pance, vengono spazzati via con le ruspe per fare spazio a centri commerciali o aree residenziali. La morte pervade la nostra cultura, diventando una presenza che non possiamo contenere o, sostanzialmente, onorare. Esportiamo distruzione in altre terre attraverso flotte di armamenti, sostanze chimiche che avvelenano i bacini idrografici, e il sostegno a governi tirannici. Molti altri sono vittime degli appetiti rapaci delle multinazionali che saccheggiano e depredano le terre indigene per petrolio e materie prime preziose, il tutto con la nostra indifferenza e il nostro tacito consenso.

Portare fuori dall’ombra il lutto e la morte è una responsabilità spirituale, il nostro sacro compito. Così facendo, potremmo forse riscoprire il desiderio di vivere e ricordare chi siamo, il luogo a cui apparteniamo e cosa è sacro.

 

Ho scritto questo libro per diverse ragioni, soprattutto per riportare l’anima nel lavoro di rielaborazione del lutto e fare in modo che il lutto trasformi la nostra anima. Purtroppo il dolore è stato colonizzato dal mondo clinico, preso in ostaggio da diagnosi e regimi farmacologici. Il più delle volte, però, non è un problema da risolvere, né una condizione da curare con medicinali, ma un incontro profondo con un’esperienza essenziale dell’essere umano. Il dolore diventa problematico quando mancano le condizioni necessarie per poterlo affrontare insieme. Ad esempio, quando siamo costretti a sostenerlo nell’isolamento, o quando ci viene negato il tempo necessario per metabolizzare del tutto una perdita e il nutrimento che porta, e siamo spinti a tornare alla “normalità” troppo presto. Ci viene detto di “andare avanti” e di “superarlo”. La mancanza di gentilezza e di compassione che circonda il sentimento del lutto è sconcertante, e riflette una paura e una sfiducia di fondo in questa fondamentale esperienza umana. Dobbiamo restituire al dolore il tempo e il terreno che gli spettano. Dobbiamo trovare il coraggio, ancora una volta, di camminare sul suo margine selvaggio.

 

Il lutto, in qualche modo, ci accompagna sempre. Ci sono momenti in cui è particolarmente presente: muore un compagno, una casa si trasforma in cenere per un incendio, un matrimonio si dissolve e ci ritroviamo soli. Queste stagioni della nostra vita sono intense e richiedono un tempo prolungato per onorare ciò di cui l’anima ha bisogno, per metabolizzare completamente il lutto. Il dolore è una nota prolungata nel canto dell’essere vivi. Essere umani significa conoscere la perdita nelle sue molteplici forme. Questo non dovrebbe essere visto come una verità deprimente. Riconoscere questa realtà ci permette di trovare la nostra strada verso la grazia che si nasconde nel dolore. Siamo più vivi che mai sulla soglia dove la perdita tocca la possibilità della rivelazione. Nel punto esatto in cui qualcosa ci viene strappato, può aprirsi uno spiraglio da cui il mondo ci raggiunge di nuovo.

 

Quando torniamo al lavoro spirituale che il lutto richiede, siamo liberati dalla nostra ossessione per il progresso emotivo. Questo “moralismo psicologico” esercita su di noi un’enorme pressione costringendoci a migliorare sempre, a sentirci bene e a elevarci al di sopra dei nostri problemi[ii]. La felicità è diventata la nuova mecca, e tutto ciò che non si avvicina a questo ideale ci fa sentire in errore o non all’altezza dello standard riconosciuto. Così dolore, sofferenza, paura, debolezza e vulnerabilità vengono spinti nell’ombra, dove imputridiscono e mutano in espressioni distorte di sé stesse, spesso coperte da un velo di vergogna. Nella mia pratica di terapeuta, le persone si scusano regolarmente per le loro lacrime o per il fatto di sentirsi tristi.

 

 Credo in una psicologia dell’anima capace di riconoscere la vitalità in qualsiasi emozione che si presenti. Ci saranno momenti di gioia, ed è giusto celebrarli. Ma ci saranno anche momenti di sofferenza e di solitudine. Potremo sentirci invasi da stati d’animo o ritrovarci a reagire con rabbia e indignazione a determinati eventi. Lo psicoanalista James Hillman, fondatore della psicologia archetipica, sosteneva che essere indignati è indice che la nostra anima è sveglia. Ognuna di queste emozioni ed esperienze ha in sé vitalità, e questo è il nostro compito: essere vivi e accogliere tutto ciò che si presenta sulla soglia della nostra casa. La gioia diventa quindi un riflesso della capacità di sostenere ciò che è complesso e contraddittorio, di restare aperti e di accettare qualunque cosa si presenti, incluso il dolore.

 

Ho scritto questo libro anche per affrontare i due peccati primari della civiltà occidentale, l’amnesia e l’anestesia: dimentichiamo e diventiamo insensibili. Questi due peccati sono all’origine di una serie incredibile di sofferenze. Quando ci perdiamo nella “grande dimenticanza”, come la definisce lo scrittore Daniel Quinn, scivoliamo in un modo di essere che trascura la trama della nostra reciproca appartenenza. Dimentichiamo che siamo tutti nell’intreccio della vita, dove l’aria che respiriamo è condivisa, così come l’acqua e il suolo, e ogni cosa è unita in un unico tessuto. Quando lo scordiamo, siamo in grado di fare danni incalcolabili alle nostre distese d’acqua, gli uni agli altri e alla Terra intera.

 

La moderna società tecnologica ha dimenticato come ci si sente a essere immersi in una cultura viva, ricca di storie e tradizioni, di rituali e modelli di insegnamento che ci aiutano a diventare pienamente umani. Viviamo in una società con poca considerazione per le questioni dell’anima. Di conseguenza, abbiamo bisogno di libri e workshop sul lutto, sulle relazioni e sulla sessualità, sul gioco e sulla creatività. Sono i sintomi di una grande perdita: abbiamo infatti dimenticato i beni comuni dell’anima – le soddisfazioni primarie che hanno sostenuto e nutrito la comunità e l’individuo per decine di migliaia di anni[iii]. Abbiamo sostituito alle necessità essenziali dell’anima un’assurda frenetica ossessione a meritare la vita con il lavoro, una delle convinzioni più tossiche della nostra società. Abbiamo tristemente trasformato il rituale della vita nella routine dell’esistenza. Questa perdita ha ridotto l’area della nostra esperienza al suo fulcro più piccolo. Si è ridotta la sensibilità, la possibilità di entrare in contatto con le cose cogliendone le sfumature più sottili. Ed è straziante!

 

Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein scrisse: “Su ciò di cui non si può parlare, si deve tace- re”[iv]. Abbiamo dimenticato la lingua originaria del lutto. Di conseguenza, il terreno della sofferenza è diventato sconosciuto ed estraneo, lasciandoci confusi, spaventati e smarriti ogni volta che il dolore si avvicina. Il silenzio ossessionante di cui parla Wittgenstein resta sospeso come una nebbia sulla nostra vita, rendendo inaccessibili vaste aree della nostra esperienza. Quando il dolore non può essere espresso, cade nell’ombra e riemerge sotto forma di sintomi. Molti di noi sono depressi, ansiosi e soli. Lottiamo con le dipendenze e ci ritroviamo in un ritmo senza respiro, cercando di stare al passo con gli ingranaggi della cultura.

 

Le nostre strategie per anestetizzarci sono altrettanto sorprendenti. Si sono sviluppate intere industrie per intorpidire i sensi e tenerci distratti. Il bisogno di essere anestetizzati è radicato nell’insoddisfazione latente per l’esistenza misera offerta da questa società – una fonte profonda di dolore. Soffriamo di ciò che il poeta William Blake chiamava “insoddisfazione divina”. La nostra anima sa che siamo nati per una vita più grande, più percettiva e immaginativa. Possiamo andare avanti per giorni, settimane, mesi, persino un’esistenza intera, incontrando soltanto di sfuggita la bellezza incontaminata, condividendo solo raramente un momento intimo con un amico. Anche noi siamo complici di questo intorpidimento, scivolando nel nulla attraverso alcol, droghe, shopping, smartphone e lavoro, qualsiasi cosa ci aiuti a scongiurare i sentimenti di vuoto che si abbattono contro la nostra porta.

 

Non siamo nati per restare sulla superficie, tra routine insignificanti e soddisfazioni secondarie come i nostri happy hour. Siamo gli eredi di una stirpe straordinaria, animata da ricordi di una vita vissuta a stretto contatto con bisonti e gazzelle, con i corvi e il cielo notturno. Siamo fatti per affrontare ogni nuovo giorno con stupore e meraviglia, non con rassegnazione e pazienza. È proprio questo il nucleo del nostro lutto e del nostro dolore. Poter vivere pienamente è un sogno che ci appartiene nel profondo, spesso dimenticato e trascurato, sostituito da una finzione sociale di produttività e guadagno materiale. Non c’è da stupirsi se cerchiamo distrazioni. Il nostro dolore nasce dalla mancanza di ciò che è essenziale per abitare pienamente questa “vita irripetibile, non addomesticabile e preziosa”[v]. E quell’assenza ci rende più difficile metabolizzare ogni dolore. Il lavoro sul lutto apre per noi un sentiero che riconduce alla vitalità che ci spetta per nascita. Quando onoriamo le tante perdite che si presentano sul nostro cammino, diventiamo capaci di abbracciare una gioia che da dentro preme per irradiarsi nel mondo.

 

Infine, questo libro è una preghiera, un appello in nome della nostra amata Terra. Scrivo per dare voce al crescente senso di perdita che proviamo mentre la vita del pianeta mostra continui segni di logoramento e degrado. È una sofferenza intensa e quasi insopportabile. Scrivo per il bene delle nostre comunità e dei salmoni, dei falchi pescatori, delle farfalle monarca, dei grizzly e delle generazioni a venire. Questo libro è un atto di commemorazione attraverso cui risvegliare il nostro eterno legame con animali e piante, fiumi e colline, alberi e nuvole. È un gesto di protesta, che ci richiama a una vita di legami e intimità, di percezione e meraviglia. È un invito ad alimentare il fuoco della nostra vitalità e a persuaderci a tornare alla vita. Tutto questo ci viene offerto in maniera provvidenziale dall’esperienza del lutto.

 

Ognuno di noi deve intraprendere un apprendistato nel dolore. Dobbiamo imparare l’arte e il mestiere del lutto, scoprire i modi in cui ci permette di maturare e ci rende più profondi. Per quanto esso generi emozioni travolgenti, con il tempo può diventare anche un’abilità del cuore che si affina, attraverso un lungo cammino insieme alla perdita. Affrontare il lutto è un duro lavoro. Ci vuole “l’enorme coraggio del cuore della bodhi”, come sostiene Pema Chödrön[vi]. È necessario un immenso coraggio per affrontare una perdita immensa. È proprio questo il nostro compito. Qualsiasi perdita, sia essa profondamente personale o parte del dolore collettivo che ci circonda, chiama alla piena apertura del cuore, perché questo è il significato del coraggio. Onorare il lutto, concedergli un posto e un tempo nella nostra quotidianità frenetica, significa rispettare un patto con l’anima, accogliere tutto ciò che è, concedendo così spazio alla vita più autentica.

 

Ci sono molti elementi che dimostrano quanto sia necessario elaborare le difficili emozioni legate alla perdita, che inevitabilmente si fanno strada nelle nostre esistenze. Un apprendistato nel dolore è un’occasione per sviluppare la capacità di rimanere presenti quando sorgono tali stati emotivi. Attraverso rituali significativi, una comunità di amici, un po’ di tempo in benevola solitudine e pratiche efficaci che ci aiutino a raggiungere un più ampio sé, ci viene offerta l’opportunità di sviluppare una relazione viva con la perdita. Possiamo recuperare una fede nel lutto che riconosca come questa esperienza non sia qui per prenderci in ostaggio, ma piuttosto per riplasmarci dalle fondamenta, per aiutarci a diventare adulti, capaci di vivere nella tensione creativa tra dolore e gratitudine. Così facendo, i nostri cuori maturano e si rendono disponibili per la grande impresa di amare la vita e questo mondo sorprendente. È una forma di attivismo dell’anima.

Il lutto è essenziale per trovare e mantenere un’intimità con l’esistenza, con gli altri e con la pro- pria anima. Che queste pagine possano essere nutrimento per voi, e per il vostro impegno a rimanere a contatto con la sorgente della vita.

 

 

Note

 

[i] I pensieri di James Hillman sull’anima del mondo che si rivela attraverso sintomi, si possono leggere nel suo libro L’anima del mondo e il pensiero del cuore, trad. di Adriana Bottini, Adelphi, Milano 2022.

[ii] James Hillman ha espresso le sue preoccupazioni riguardo al moralismo psicologico in una serie di conferenze al Pacifica Graduate Institute. Il seminario si intitolava L’arte, la pratica e la filosofia della psicoterapia ed è stato registrato tra il 29 giugno e il 1° luglio 2007.

[iii] Le soddisfazioni primarie sono i fondamenti della vita, le questioni essenziali per il nostro benessere: accogliere i nostri figli nel mondo, ringraziare, aiutare i giovani a passare dalle rapide dell’adolescenza all’età adulta, vivere il lutto insieme e ricostituire e rinnovare il mondo. Queste pratiche riguardano il modo in cui possiamo garantire un’adeguata misura di appartenenza reciproca e mantenere un’intimità con la nostra realtà interiore e il mondo. Quando questi fondamenti sono raggiunti, siamo a nostro agio nei nostri corpi e connessi con gli altri, sentiamo che tutte le vite sono amalgamate con la nostra. Queste necessità essenziali sono le nostre soddisfazioni primarie. Sono i bisogni innegabili e inconfutabili della psiche che si sono affermati nel lungo cammino della specie umana e si sono impressi nel nostro essere come aspettative in attesa di compimento.

[iv] La citazione si trova in Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, trad. di Amedeo G. Conte, Einaudi, Torino 1964 e 1968, p. 82.

[v] Mary Oliver, The Summer’s Day, in New and Selected Poems, Bea- con, Boston 1992, p. 94.

[vi] Pema Chödrön, maestra buddista, ha scritto molti libri offrendo la sua saggezza al mondo. Questa frase è stata molto significativa per me. L’affermazione completa è: “Tutto quello che incontriamo diventa un’opportunità per sviluppare l’enorme coraggio del cuore della bodhi”, in P. Chödrön, Senza perdere tempo. Leggere oggi “La via del bodhisattva”, a cura di Helen Berliner, trad. di Chandra Livia Candiani, Oscar Mondadori, Milano 2008, p. 19.

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